Il circuito politico-mediale. Ed. Angelo Mellone

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1 Il circuito politico-mediale Ed. Angelo Mellone (Rubbettino editore, Rome, 2002) Chapter Un circolo virtuoso? L impatto di partiti e mezzi di informazione sulla partecipazione politica nelle campagne postmoderne Pippa Norris Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un acuirsi delle tensioni tra gli ideali delle istituzioni democratiche e la percezione generale della loro performance [Norris 1999, Pharr, Putnam, 2000]. Se, infatti, non possiamo parlare di "crisi della democrazia", c è allo stesso modo chi ritiene che esistano una serie di problemi riguardo alla relazione tra istituzioni e corpo politico. Gran parte di queste analisi preoccupate negli Stati Uniti si riferisce al diffuso cinismo nei confronti delle istituzioni e dei leader politici, che alimenta il timore del disimpegno civico e di una partecipazione elettorale ormai scesa alla metà degli aventi diritto [Nye, Zelikow e King, 1997; Ladd, Bowman, 1998; Putnam, 2000]. È opinione diffusa che il pubblico americano sia "disconnesso", sappia poco, non si interessi delle questioni pubbliche e preferisca "restare a casa". Preoccupazioni analoghe echeggiano in Europa. Gli opinionisti [Hayward, 1995; Eliassen, 1996] hanno parlato di una crisi di legittimità conseguente al forte accrescimento di poteri e competenze dell Unione europea, nonostante il disinteresse del pubblico verso scelte cruciali di politiche pubbliche. La crescita del numero di cittadini critici è fatta oggetto di numerose interpretazioni, che abbiamo preso in esame in uno studio precedente [Norris, 1999]. Uno dei tentativi esplicativi più ricorrenti attribuisce il disinteresse del pubblico alla comunicazione politica, in special modo al ruolo dei partiti e dei mezzi di informazione nelle campagne elettorali. La letteratura politologica sul "malessere mediale" o "videomalessere", che ha avuto origine negli anni Sessanta, si è sviluppata in una serie di contributi accademici negli anni Settanta successivi al "caso Watergate", e alla fine è divenuta una sorta di "luogo comune" per la cultura popolare del giornalismo e della politica, fino a generare negli anni Novanta una vera e propria alluvione di pubblicazioni sul tema. Il coro dei critici è più forte negli Stati Uniti, ma anche in Europa possono essere ascoltati gli echi di questa impostazione critica. Le teorie del videomalessere affermano che la comune routine delle campagne partitiche e dei mezzi di informazione ostacola l'impegno civico, vale a dire la conoscenza delle questioni pubbliche, la fiducia nel governo e l'attivismo politico. 1 Le teorie del malessere mediale condividono due assunti di fondo: 1) che il processo delle comunicazioni politiche eserciti un impatto significativo sull'impegno civico; e 2) che questo impatto sia in direzione negativa. Non c'è nulla di particolarmente nuovo in queste affermazioni. Lungo tutto l'arco dell'ottocento, quando i giornali si erano già diffusi su larga scala, molti critici avevano espresso timore per gli effetti della stampa popolare sul declino morale [Curran, Seaton, 1991]. Il fenomeno della yellow press nell'ultimo decennio del secolo destò preoccupazione per i suoi possibili effetti negativi sulle questioni pubbliche. Negli anni Venti e Trenta, le prime teorie sulla propaganda di massa si basavano sull'assunto che i regimi autoritari potessero fuorviare e guidare il pubblico manipolando i bollettini e 1 Questo studio prende in esame gli effetti del giornalismo informativo e per tale ragione esclude le teorie sociologiche dirette invece ad esaminare in primo luogo l'impatto della visione dell'entertainment televisivo su questioni come il legame sociale, l'impegno comunitario e il volontariato. Per una discussione v. Putnam [1995]. 1

2 i notiziari radiofonici [Lowery, DeFleur, 1995]. In epoche recenti abbiamo assistito a ripetute crociate contro la supposta influenza negativa della musica pop, del cinema e degli spot pubblicitari [Starker, 1991]. Se negli ultimi tempi non si registrano novità sostanziali nelle basi strutturali di queste ipotesi, ciò che oggi è cambiato, invece, è il loro notevole grado di diffusione "ortodossa". Esaminiamo ora le diverse teorie del malessere mediale e, poi, prendiamo in considerazione alcuni dati che a tali teorie fanno da base. 1. Le teorie del malessere mediale Un punto di vista comune a diversi osservatori europei attribuisce il problema del disinteresse civico in primo luogo all'utilizzo del marketing professionale da parte di partiti, candidati e governi. Uno dei fatti che più vengono evidenziati in molti Paesi è l'importanza decrescente della campagna "premoderna", fatta di comizi locali di partito, di propaganda "porta a porta" e di contatto diretto tra elettore e candidato. L'origine della campagna "moderna" si caratterizza per il ricorso su larga scala alle tecniche del marketing politico [Swanson, Mancini, 1996; Butler, Ranney, 1992; Bowler, Farrell, 1992]. La comunicazione strategica è una parte della "professionalizzazione" della campagna, che attribuisce un ruolo maggiore ai tecnici esperti in pubbliche relazioni, gestione delle notizie, pubblicità, speech-writing e ricerche di mercato. 2 La crescita del marketing politico è stata ampiamente criticata ed accusata di accrescere il cinismo del pubblico nei confronti dei leader e delle istituzioni. Il tema centrale è che le tecniche di "spin", vendita e persuasione possano aver incrinato la credibilità dei leader politici. Se qualunque cosa in politica viene progettata per essere attraente per il pubblico, allora può diventare difficile avere fiducia nei messaggi o in chi se ne fa portatore. Seppure sprovvisto di dati empirici sull'opinione pubblica, Bob Franklin [1994]offre una delle declinazioni più chiare di questa tesi, denunciando «il confezionamento [packaging] della politica». Molti altri hanno espresso il timore di una "americanizzazione" delle campagne elettorali in Gran Bretagna, Germania e Scandinavia, e del possibile impatto che questo può produrre sulla fiducia del pubblico nei confronti dei partiti politici [Pfetsch, 1996; Siune, 1998; Negride, Papathanassoloulos, 1996]. Il ripetuto ricorso alla pubblicità "negativa" o di attacco da parte di partiti e candidati ha anche sollevato un certo numero di preoccupazioni sul fatto che questa consuetudine possa demobilitare l'elettorato [Ansolabehere, Iyengar, 1995; Kaid, Holz-Bacha, 1995; Jamieson, 1984 e 1992; Johnson- Cartee, Copeland, 1991]. Un approccio vicino a quello precedente, ma distino da esso, mette in relazione il problema del disinteresse civico, piuttosto che con il processo del marketing politico in sé, con il modo in cui i mezzi di informazione effettuano abitualmente la copertura delle campagne. Negli anni Sessanta, Kurt e Gladys Lang [1966] sono stati i primi a mettere in connessione la crescita dei network informativi con la diffusione dei sentimenti di distacco dalla politica americana. I programmi televisivi - sostengono - alimenta il cinismo pubblico enfatizzando a dismisura il conflitto politico e dando scarso spazio all'attività quotidiana di policy making a Washington. Questo processo - hanno ipotizzato i Lang - esercita un impatto significativo su un "pubblico disattento", che si imbatte casualmente nei fatti politici perché le capita di stare davanti alla televisione quando vengono trasmessi i notiziari, ma che fondamentalmente è priva di interesse ed anche di un minimo di conoscenza delle questioni pubbliche. 4 All'epoca i Lang rappresentarono una voce isolata, 2 Per un'analisi di questo processo in Gran Bretagna v. Norris, Curtice, Sanders, Scammell, Semetko [1999], e Norris [1997]. V. ad es. Jones [1995], Rosenbaum [1997]. 4 Secondo i Lang [1966] «lo stile televisivo di copertura degli eventi politici può influenzare l'orientamento generale dell'elettore nei confronti del governo [...] I media, sosteniamo, possono stimolare negli individui delle reazioni difensive a causa dell'enfasi posta sulla crisi ed il conflitto anziché sulla chiarificazione dei normali processi di decision-making». 2

3 essenzialmente perché l'opinione dominante nel campo della comunicazione politica era che i mass media esercitassero effetti di scarso di rilievo sull'opinione pubblica. L'idea prese piede alla metà degli anni Settanta, quando parve potesse offrire una spiegazione plausibile della crescente alienazione del pubblico nell'era post-vietnam e post-watergate. Michael Robinson [1976] per primo ha reso popolare il termine di "videomalessere" per descrivere il legame tra la fiducia nel giornalismo televisivo americano e i sentimenti di cinismo politico, sfiducia sociale e assenza di efficacy politica. Robinson sostiene che una maggiore esposizione alle notizie televisive, con il suo "negativismo", le sue ricostruzioni di taglio conflittuale e il ricorso a temi anti-istituzionali, genera disaffezione politica, frustrazione, cinismo, insicurezza e malessere. Secondo Robinson questo processo si fa più evidente nel corso delle campagne elettorali, quando l'interesse degli spettatori viene smorzato dall'enfasi posta dalla Tv sulla "corsa di cavalli" anziché sui problemi reali, dall'analisi piuttosto che dall'informazione fattuale, e dalle eccessive "cattive notizie" sui candidati [Robinson, Sheenan, 198]. Molti altri [Becker, Sobowale e Casey, 1979; Becker e Whitney, 1980; McLeod, Brown, Becker e Ziemke, 1977; Miller, Goldenberg e Erbring, 1979] hanno riproposto queste tesi nel corso degli anni. Durante gli anni Novanta, goccia dopo goccia, le denunce sul ruolo dei mezzi di informazione sono diventate un'inondazione e, quindi, un'idea estremamente diffusa a livello popolare. Secondo Entman [1989], la stampa indipendente rispetta nella prassi ben pochi dei propri ideali etici, lasciando gran parte degli americani nell ignoranza e nel distacco nei confronti della politica. A giudizio di Neil Postman [1985] i principali network, messi sotto pressione dall'emorragia di spettatori verso la tv via cavo, hanno ceduto alla televisione scandalistica, a scapito di una seria copertura degli avvenimenti politici. Ancora, secondo il parere di Roderick Hart [1994, 1996], la televisione produce un'illusione di partecipazione politica, in qualche modo cloroformizzando l'america. Neil Gabler [1998] sostiene che il processo politico è stato riconfezionato in una formula da show business. Per Thomas Patterson [199, 1996], la stampa, nel suo ruolo di gatekeeper delle elezioni, è divenuta un'istituzione «con un ruolo sbagliato», risultando out of order nel sistema politico. Cappella e Jamieson [1996, 1997] rilevano che le strategie di presentazione delle notizie politiche attivano una forma di cinismo nei confronti della politica. Dautrich e Hartley giungono alla conclusione che i mezzi di informazione «respingono gli elettori americani». James Fallows [1996] ritiene che le logiche di accaparramento delle fasce più basse di mercato abbiano prodotto una rincorsa senza fine di tutto ciò che è sensazionalistico, superficiale e populista. L'elenco delle accuse non si ferma certo qui. I mezzi di informazione e in particolare i notiziari televisivi - vengono accusati di essere degli incubatori di malattie politiche. La messe dei critici si è estesa ben oltre le mura delle accademie. Il Committee of Concerned Journalists, guidato da Tom Rosentell e Bill Kovach [1999], ha discusso a lungo di potenziali riforme per l'intera professione. 5 In Europa si possono udire voci dello stesso tenore, sebbene queste tesi di solito pongano maggiormente l'enfasi sui mutamenti strutturali nella fabbrica delle notizie. Jay Blumler ipotizza che «una crisi della comunicazione civica» abbia colpito l'europa occidentale [Blumler, Gurevitch, 1995; v. anche Blumler, 1990, e Blumler, 1997]. In molti temono che la competizione crescente da parte dei canali commerciali abbia rovinato la qualità e la diversità del servizio pubblico televisivo [Achille, Bueno, 1994]. Dahlgren sostiene che la sostituzione del servizio pubblico televisivo con i canali commerciali abbia impoverito la sfera pubblica [Habermas, 1984, 1998; Dahlgren, Sparks, 1995; Weymouth, Lamizet, 1996]. Schulz [1997, 1998] afferma che in Germania il declino del servizio televisivo pubblico e la crescita dei canali commerciali, che danno risalto agli aspetti più sensazionalistici e negativi delle notizie politiche, hanno probabilmente accresciuto il cinismo pubblico. Kaase [2000] si dice preoccupato del fatto che tali mutamenti possano produrre pubblici segmentati in base alla quantità di informazione politica a cui sono esposte, rafforzando con ogni probabilità il knowledge gap. Nel settore della carta stampata, l'idea più diffusa è che l'aumento di competizione per accaparrarsi nuove quote di lettori abbia accresciuto la pressione sugli standard tradizionali di produzione delle notizie, portando alla "tabloidizzazione" o "infotainment". Lo yellow journalism dell'ultimo decennio 5 Cfr. The Pew Research Center for the People & the Press [1999].

4 dell'ottocento sbatteva abitualmente in prima pagina le debolezze morali e le inclinazioni sessuali dei ricchi e famosi. Il sensazionalismo, il crimine e lo scandalo sulle pagine dei giornali non sono certo una novità, in quanto rappresentano l'alternativa popolare alla monotonia della vita politica [Gabler, 1998: 61]. Ma oggi le notizie di routine e le prime pagine dei quotidiani dedicate agli scandali governativi appaiono con frequenza decisamente maggiore rispetto ai decenni precedenti - possa essere la scarsa moralità del governo in Gran Bretagna, Tangentopoli in Italia, Recruit e Sawaga in Giappone o l'affare Lewinsky negli Stati Uniti [Lull, Hinerman, 1997]. È opinione comune che questa modalità di copertura dei fatti corroda quei legami di fiducia che sono alla base delle relazioni sociali e dell'autorità politica. In molti sperano che Internet possa rappresentare la via di uscita per questi problemi, ma altri invece temono che questo nuovo media possa rafforzare il cinismo politico. Owen e Davis [1998: 185] giungono alla conclusione che Internet offre nuove fonti di informazione per coloro che sono già interessati alla politica ma che, dati i livelli ineguali di accesso, ci sono buone ragioni per essere scettici circa il potenziale innovativo di Internet sul terreno della partecipazione politica. Murdock e Golding [1989] sono dell'idea che il nuovo medium possa semplicemente riprodurre, od anche acuire, gli attuali squilibri nella partecipazione politica. Hill e Hughes [1998: 44] ritengono che Internet non cambi la gente, ma che più modestamente permetta loro di fare le stesse cose in modo diverso. Tirando le somme di quanto detto, ci accorgiamo che esistono delle differenze tra gli studiosi sulle interpretazioni che vengono offerte del videomalessere. Le interpretazioni centrate sulla campagna elettorale pongono l'enfasi sulla crescita del marketing politico, con il suo lungo strascico di spin-doctors, consulenti pubblicitari e sondaggisti, che riducono i contatti personali tra i cittadini e i loro rappresentanti. Gli approcci strutturali mettono l'accento sui mutamenti istituzionali nei mezzi di informazione comuni a molte società post-industriali come, ad esempio, le pressioni di tipo economico che spingono la fabbrica delle notizie in basso verso i mercati più popolari, l'erosione del servizio televisivo pubblico, e l'affermazione di un ambiente televisivo più frammentato e caratterizzato dalla proliferazione di canali in reciproca competizione. Al di là di queste importanti differenze, ciò che questi diversi approcci hanno in comune è per definizione la credenza che il distacco del pubblico dalla politica sia dovuto, almeno in parte, al processo della comunicazione politica in generale e, in particolare, al processo di comunicazione delle campagne elettorali. Di certo nella letteratura esistono anche ipotesi contrarie e il numero degli scettici che contestano l'esistenza del videomalessere negli ultimi anni è cresciuta. In miei studi precedenti avevo riscontrato che, contrariamente alla tesi del videomalessere, sebbene la visione della Tv fosse correlata ad un certo numero di fenomeni di apatia, l'attenzione nei confronti dei mezzi di informazione era legata a indicatori positivi di impegno civico, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, oltre che in altri Paesi [Norris, 1996, 1997a, 2000a; Norris, Curtice, Sanders, Scammell e Semetko, 1999]. Kenneth Newton [1997, 1999] ha mostrato che in Gran Bretagna la lettura di un giornale popolare e la visione di un buon quantitativo di notizie televisive sono associate ad una maggiore conoscenza della politica, un maggiore interesse e una maggiore comprensione della politica stessa. Cristina Holz-Bacha [1990] ha messo in luce modelli simili associati all'attenzione nei confronti dei mezzi di informazione in Germania, mentre Curtice, Schmitt-Beck e Schrott [1998] hanno riportano conclusioni positive di taglio analogo in uno studio condotto in cinque nazioni sulle elezioni nei primi anni Novanta. 6 L'esame più recente dei dati degli americani National Election Studies (NES) da parte di Stephen Earl Bennett e dei suoi collaboratori [Bennett, Rhine, Flickinger e Bennett L., 1999], ha rilevato che fiducia nella politica e fiducia nei mezzi di informazione vanno di pari passo, senza trovare neppure una prova del fatto che la fruizione dei mezzi di informazione fosse correlata al cinismo politico. 6 Questo studio ha riscontrato che coloro che in Gran Bretagna, Giappone, Spagna e negli Usa sono più assidui nella visione delle notizie televisive o nella lettura dei giornali è più probabile che si dimostrino politicamente interessati ed impegnati. 4

5 Tuttavia, fino ad oggi le tesi contrarie al videomalessere sono state pubblicate in riviste diffuse solo a livello accademico e, per questa ragione, vengono soffocate in partenza dal potere coro di lamenti rivolti contro il modo in cui oggi si svolgono le moderne campagne. Prima di fari trascinare sul carro dei sostenitori del videomalessere, dobbiamo chiederci quale sia, se c'è, la solidità delle prove che sostengono questa ipotesi. In questa sede vogliamo prendere brevemente in considerazione due fonti di dati che rendono scettici riguardo alla plausibilità di alcune delle idee principali che fondano la tesi del videomalessere, nello specifico (nella Parte II) gli indicatori aggregati delle principali tendenze strutturali che influenzano le campagne partitiche e i mezzi di informazione nell'era successiva alla Guerra fredda, e (nella Parte III) i risultati delle ricerche circa il tipo di impatto - a livello individuale - che viene esercitato sull'impegno civico dall'attenzione presta alle campagne e ai media. Parte II: le tendenze strutturali nella comunicazione politica Al livello più generale, possiamo definire le campagne come un insieme organizzato di iniziative per informare, persuadere e mobilitare. Utilizzando un semplice modello sistemico, la campagna include tre elementi distinti: i messaggi che l'organizzazione di campagna sta cercando di comunicare, le forme di comunicazione dirette e mediate che vengono impiegate da queste organizzazioni, e l'impatto di questi messaggi sul loro pubblico specifico (v. la fig.1). Questo processo ha luogo all'interno di un più vasto ambiente sociale e politico. Le campagne davvero efficaci comprendono anche un circuito dinamico di retroazione, grazie al quale le organizzazioni di campagna apprendono informazioni dal loro pubblico specifico e, di conseguenza, modificano i loro scopi e i loro obiettivi. Le campagne, volendo schematizzare, riguardano l'interazione tra le organizzazioni di campagna, i mezzi di informazione - come principali intermediari - e l'elettorato, per cui uno studio approfondito richiede l'analisi di tutti e tre questi livelli. Figura 1 I partiti e i candidati rappresentano le principali organizzazioni di campagna durante le elezioni, ma tra gli attori politici che ricorrono alle campagne troviamo anche le organizzazioni comunitarie, i gruppi di interesse tradizionali, le organizzazioni non governative, e i nuovi movimenti sociali nella società civile, i mezzi di informazione - quando cercano di influenzare il processo politico - oltre alle agenzie governative. Le campagne possono assumere diversi modelli e diverse forme, che vanno dalle storiche battaglie pubblicitarie tra Coca e Pepsi, alle campagne di prevenzione sull'aids messe in campo dalle autorità sanitarie, ai tentativi di conquistare il sostegno emotivo del pubblico nella "battaglia di Seattle". Le campagne possono essere considerate "politiche" quando il principale obiettivo dell'organizzazione è quello di influenzare il processo e l'esito della governance. Il primo impatto può essere informativo, se le campagne riescono a far prendere coscienza del problema al pubblico e favorirne la conoscenza, possa essere una questione come i pericoli del fumo o i problemi legati al buco nell'ozono. Oppure l'effetto di una campagna può essere quello della persuasione, nel senso di rafforzare o modificare atteggiamenti e valori, come, ad esempio, i livelli di sostegno per i principali partiti o la popolarità dei leader. O, ancora, le campagne possono esercitare un qualche effetto sulla mobilitazione, termine con cui indichiamo forme di comportamento come la partecipazione al voto. Da questo punto di vista, le campagne per le elezioni generali, in cui partiti e candidati cercano di guidare l'opinione pubblica e influenzare il comportamento di voto, rappresentano una particolare sotto-categoria, ma l'intensità, il volume degli sforzi, e la battaglia sui messaggi in questi contesti sono spesso atipici in confronto ad altri tipi di campagne. Mentre le forme e le tecniche della comunicazione politica si sono senza dubbio trasformate negli ultimi cinquant'anni, il suo impatto sui contenuti dei messaggi non è stato ancora ben chiarito, e ancora meno è stata chiarita l'influenza che la comunicazione politica esercita sul pubblico in generale. I mutamenti strutturali nelle campagne Non c'è dubbio che le campagne in molti Paesi siano state trasformate mediante l'adozione su larga scala delle tecniche del marketing politico. Alcuni case study ipotizzano che determinati Paesi non 5

6 abbiano semplicemente importato l'intero armamentario della prassi delle campagne americane, ma che i politici in Stati diversi tra loro come Israele, Argentina e Gran Bretagna appaiono dare sempre più attenzione a congegni formali di retroazione come i sondaggi e i focus group, con una conseguente espansione del ruolo dei professionisti delle campagne, provenienti dal mondo del marketing e delle relazioni pubbliche. Ricerche comparate [Plassner, Scheucher e Senft, 1999] hanno messo in luce che, in una sorta di "modello shopping", i partiti adottano qualunque tecnica che gli appaia efficace nel loro particolare ambiente, integrando le vecchie forme di attività elettorale ma non rinunciando mai del tutto a queste. Anche in America, le tradizionali forme di contatto con la base degli elettori sono state mantenute, ad esempio in New Hampshire, accanto a forme più innovative di comunicazione della campagna come i siti web. In un lavoro precedente ho sostenuto che le campagne elettorali hanno seguito una evoluzione in tre stadi principali (v. figura 2): Figura 2 Le campagne pre-moderne presentano di solito tre caratteristiche fondamentali: l'organizzazione di campagna si basa su forme dirette e attive di comunicazione interpersonale tra i candidati e i cittadini a livello locale, con una pianificazione di breve termine e ad hoc da parte della leadership del partito. Nel campo dei mezzi di informazione, la stampa partigiana agisce come principale intermediario tra i partiti e il pubblico, e l'elettorato è legato da forti affiliazioni partitiche. In questa fase storica, i partiti locali selezionano i candidati, suonano alle porte delle case, mettono i volantini nelle cassette delle poste, individuano i quartieri da battere palmo a palmo, pianificano le risorse, e in genere forniscono l'intera struttura di collegamento tra elettori e candidati. Per i cittadini il modello è essenzialmente di tipo locale-attivo, intendendo dire con questo che il grosso dell'attività campagna è concentrato all'interno delle comunità locali, condotto attraverso attività politiche energicamente più dispendiose come i comizi, il porta a porta e le riunioni di partito. Le campagne moderne vengono definite come quelle in cui un'organizzazione partitica coordinata più attentamente al livello centrale da parte dei leader politici si dota della supervisione di consulenti professionali esterni alla struttura come i sondaggisti. Nel campo dei mezzi di informazione, la televisione diviene il principale luogo pubblico in cui si svolgono gli eventi della campagna - un'esperienza più distante per la maggioranza degli elettori - integrando l'azione degli altri media. E l'elettorato progressivamente comincia a svincolarsi dalle vecchie fedeltà di partito e di gruppo. Consulenti professionisti professionisti conducono per conto dei politici sondaggi, progettano spot pubblicitari, programmano il tema del giorno, i tour dei leader, le conferenze stampa e i servizi fotografici, negoziano con la stampa e lottano per occupare una posizione di primo piano nei telegiornali della sera. Di norma, per i cittadini, l'esperienza della campagna elettorale diviene maggiormente passiva, nel senso che il luogo principale in cui si svolge la campagna sono gli studi televisivi, così che gli elettori in maggioranza diventano spettatori più distanti e disimpegnati nel processo complessivo della campagna. Infine, le campagne post-moderne possono essere definite quelle campagne in cui il gruppo ristretto di consulenti professionisti di pubblicità, opinione pubblica, marketing e news management diviene un attore del processo con uguale peso dei politici, assumendo un ruolo più influente nel governo della "campagna permanente", oltre a coordinare l'attività locale in stretta connessione con la base militante. I mezzi di informazione si frammentano in un ambiente più complesso e meno intellegibile in cui si moltiplicano canali, sbocchi e livelli. E l'elettorato diviene ancora più disallineato nelle sue scelte partitiche. L'elezione può rappresentare il ritorno ad alcune delle forme di impegno politico tipiche dello stadio pre-moderno, mentre i nuovi canali di comunicazione consentono una maggiore interattività tra elettori e politici. Gli stili post-moderni della comunicazione possono essere ricompresi concettualmente in un punto che sta tra la dimensione locale-attiva delle campagne tradizionali e la campagna nazionale-passiva propria delle elezioni dominate dal mezzo televisivo. Ovviamente ci si aspetta che le caratteristiche essenziali di questo modello possano cambiare a seconda del contesto che viene preso in esame. Piuttosto che affermare una sorta di inevitabile addensamento di tutte le campagne contemporanee nella categoria post-moderna, si può continuare ad ordinare i differenti contesti dalla categoria pre-moderna a quella post-moderna, in base alla diversa influenza esercitata da una serie di condizioni intermedie come il sistema elettorale, 6

7 l apparato legislativo che regola le campagne e le risorse organizzative. Anche negli Stati Uniti si fa ancora ricorso a tutte le diverse forme di attività di campagna, dalla politica faccia a faccia, circoscritta ed altamente relazionale, delle primarie del New Hampshire, alla campagna capitalintensive, guidata da sondaggi e spot pubblicitari, della California. È importante quindi tenere ben presente che le nuove forme di comunicazione essenzialmente integrano quelle precedenti, piuttosto che sostituirle in toto. Oggi il modello dell'attività di campagna è potenzialmente più denso, con l'informazione che si sviluppa e corre attraverso canali più complessi e differenti tra loro. La figura rappresenta le tendenze dell'attivismo nelle campagne elettorali nelle elezioni presidenziali statunitensi, evento per cui disponiamo della serie più lunga di rilevamenti elettorali. Il modello mostra che in molti degli item considerati, piuttosto che evidenziare un declino di alcuni di essi, dal 1952 al 1996 vi sono delle fluttuazioni prive di una tendenza chiara ed univoca. Il declino più evidente riguarda la proporzione di americani disposti ad indossare un distintivo o un adesivo propagandistico, ma in entrambi i casi si tratta di attività di importanza relativa ormai passate di moda. A partire dagli anni Sessanta si assiste anche ad una lieve decrescita di lungo termine dell'attivismo di partito, sebbene la proporzione di militanti sia oggi simile alla situazione degli anni Cinquanta. La proporzione di americani impegnati in altri generi di attività di campagna, come il contributo finanziario o la presenza alle riunioni politiche, rimane pressoché stabile. Internet offre nuovi canali di comunicazione - ad esempio, il ricorso ai siti web da parte dei candidati per la raccolta di fondi o il networking - ma i precedenti formati delle campagne continuano ad essere utilizzati. Figura La tab.1 mostra come i modelli di comunicazione delle campagne varino da Paese a Paese anche nel caso di eventi comuni a più nazioni come le elezioni per il Parlamento europeo, con differenti livelli di discussione interpersonale e di comunicazioni dirette e indirette tra partito ed elettori. Mentre i mass media risultano le fonti di informazione più comuni nella maggior parte dei Paesi, in ogni caso le discussioni personali, i manifesti e i depliant elettorali continuano ad essere menzionati da molti elettori come fonte primaria di informazione. Tab. 1: Attivismo durante la campagna elettorale (elezioni del Parlamento europeo 1989) (% di «sì») Ho parlato con amici, familiari o colleghi di lavoro Interpersonale Comunicazione diretta partito-elettore. Comunicazione mediata partito-elettore Ho cercato Ho Ho Ho letto Ho letto Ho letto Ho letto un Ho Ho di parlato partecipato materiale un una servizio ascoltato guardato convincere a un a un elettorale manifesto pubblicità giornalistico un un qualcuno militante incontro inviato a elettorale su un sulla programma programma a votare di pubblico o casa giornale elezione radiofonico televisivo partito ad un sulla sulla comizio elezione elezione Belgio Danimarca Francia Germania Grecia Irlanda Italia Lussemburgo Olanda Portogallo Spagna Regno Unito EU Nota: D.: «Quale delle seguenti cose ha fatto nelle ultime due o tre settimane prima delle elezioni europee?» Fonte: Eurobarometro 1QA European Elections N.819 EU12 Giugno-Luglio

8 I risultati di una serie di case study condotti in Europa suggeriscono che, invece di parlare di uno sviluppo specificamente "americano" delle campagne, caratterizzato per esempio dal ricorso alla pubblicità negativa, dalla personalizzazione della politica o da ingenti spese per la campagna - pratiche che dovrebbero essere esportate di conseguenza in altri Paesi - sembra più appropriato inquadrare i mutamenti nelle attività di campagna come parte del processo di modernizzazione che ha la sua origine negli sviluppi tecnologici e politici comuni a molte società post-industriali. Anziché condannare la "magia nera degli spin doctors", la professionalizzazione della comunicazione politica può essere considerata come un'estensione del processo democratico se queste tecniche contribuiscono a rendere i partiti più sensibili ai problemi che stanno a cuore all'elettorato. La questione-chiave non è tanto l'accrescimento dell'impiego di tecniche di marketing in quanto tali - fatto indiscutibile - quanto i loro effetti su politici ed elettori. È quest'ultimo il problema da tenere nella dovuta considerazione. 7 I cambiamenti strutturali nei mezzi di informazione Anche la fabbrica delle notizie ha certamente modificato la sua fisionomia in conseguenza dei grandi sviluppi tecnologici, socio-economici e politici del periodo successivo alla Guerra fredda. A partire dagli anni Cinquanta abbiamo assistito ad una crescita della concentrazione proprietaria nel mondo della carta stampata e, quindi, ad una diminuzione delle voci giornalistiche indipendenti disponibili per i lettori. Al tempo stesso, tuttavia, buona parte delle tesi del videomalessere si dice preoccupata del fatto che le vendite dei giornali abbiano subito un declino costante nelle società post-industriali. Questo, però, non è vero. Come viene mostrato nella figura, nell'era post-guerra fredda è cresciuta la percentuale di spettatori televisivi ma, nello stesso periodo la vendita di giornali nei Paesi dell'ocse è rimasta stabile. Negli anni Ottanta la televisione pubblica, sottoposta ad un regime di monopolio statale nella maggior parte dei Paesi dell'europa occidentale, ha subito una accresciuta concorrenza in seguito alla proliferazione di nuovi canali televisivi terrestri, via cavo, satellitari, digitali e a banda larga. Dalla metà degli anni Novanta, l'esplosione di Internet ha posto una sfida diretta al predominio del mezzo televisivo, una forma di conflitto che si trova ad uno stadio particolarmente avanzato in Scandinavia e nell'america del nord. Figura 4 Il risultato complessivo di queste dinamiche è una maggiore frammentazione e diversificazione di formati, livelli e pubblico tra le diverse fonti di notizie disponibili. L'esame dei dati comparati in nostro possesso suggerisce l'esistenza di cinque importanti trend, ciascuno denso di implicazioni per le basi strutturali su cui poggiano le teorie del videomalessere. In primo luogo, il consumo generale di notizie è in crescita. Negli ultimi trent'anni la proporzione di europei che leggono regolarmente un quotidiano è quasi raddoppiata, e la proporzione di coloro che guardano giornalmente le notizie dei telegiornali è salita dal 50% del 1970 a quasi il 75% nel 1999 (v. tab.2). Un insieme di trend sociali - ivi comprese le caratteristiche associate ad un maggiore livello di alfabetizzazione, ricchezza e tempo libero - ha quasi certamente contribuito a questa forma di mutamento. Tab.2: La crescita nella dimensione dei fruitori di notizie in cinque Paesi europei % giornaliera Differenza Leggere giornali Guardare notizie televisive Ascoltare notizie alla radio Per una ampia trattazione del problema, cfr. Norris, Curtice, Sanders, Scammell e Semetko [1999]. 8

9 Nota: Per la grande quantità di dati temporali comparati la fruizione mediale è comparata solo in Belgio, Francia, Italia, Olanda e Germania. La fruizione mediale in tutti i 15 Stati dell Unione europea nel 1999 era superiore di circa 5-8 punti percentuali rispetto a questi dati. Fonte: Rilevazioni Eurobarometro 1970, 1999 Secondo, la struttura della fabbrica delle notizie varia sensibilmente nei diversi Stati dell'ocse e non in tutte le società la televisione ha preso il posto dei giornali come fonte principale di notizie. Siamo spesso portati a generalizzare, basandoci sulla letteratura americana ma facendovi ricorso in chiave comparata per esaminare altre società post-industriali, il fatto che gli Stati Uniti presentino un tasso particolarmente basso di consumo di giornali e notiziari televisivi (v. fig.5 e tab.). Invece, altri Paesi come la Svezia, l'austria e la Germania sono consumatori ben più assidui della stampa, mentre ci sono proporzioni molto più alte di fruitori sia di giornali che di notizie televisive in Finlandia, in Olanda e, in misura minore, nel Regno Unito. Tab. : Variazioni nelle fonti regolari di notizie in Europa e Stati Uniti, 1999 Paese Austria Belgio Danimarca Finlandia Francia Germania Grecia Irlanda Italia Lussemburgo Olanda Portogallo Spagna Svezia Regno Unito Usa Europa del Nord Europa occidentale Europa meridionale Regolare lettura di giornale (% di chi lo legge ogni giorno ) Regolare fruizione televisiva (% di chi la vede ogni giorno ) Regolare ascolto radiofonico (% di chi la ascolto ogni giorno ) Utenti on-line (% dotati di accesso) EU Note: Regolari lettori di giornali: legge le notizie sui giornali «ogni giorno». Regolare fruitore di notizie televisive: vede la televisione «ogni giorno». Regolare ascoltatore radiofonico: ascolta le notizie alla radio «ogni giorno». Europa del Nord: Danimarca, Finlandia e Svezia. Europa occidentale: Austria, Belgio, Francia, Germania, Irlanda, Lussemburgo, Olanda e Regno Unito. Europa meridionale: Grecia, Italia, Portogallo e Spagna. Fonte: Eurobarometro 51.0 Primavera 1999; American National Election Study, Figura 5 Inoltre, i formati e gli "sbocchi" delle notizie si sono diversificati. Di norma negli anni Sessanta gli spettatori ricevevano l'informazione dai principali notiziari della sera, tra loro standardizzati, e dai consueti programmi dedicati alle questioni pubbliche. Oggi questi format vengono integrati da notiziari "24 ore su 24", giornali radio orari, riviste televisive e talk show, a cui va aggiunta la panoplia di fonti di notizie on-line. Il numero di utenti di Internet è aumentato numericamente in maniera incredibile in molte società post-industriali. A partire dagli ultimi anni Novanta, circa un quinto degli europei, e la metà di americani e scandinavi, naviga on-line. La raccolta delle notizie 9

10 rappresenta una delle forme di utilizzo più diffuse di Internet negli Stati Uniti e in Europa. Il risultato di questo insieme di mutamenti è che oggi è diventato molto più semplice che in ogni altra epoca imbattersi, anche accidentalmente, nelle notizie. In parte come conseguenza di ciò, negli ultimi decenni il substrato sociale del pubblico delle notizie si è ampliato, specialmente per quanto riguarda la stampa. Le tabelle 4 e 5 mostrano dei modelli di regressione che prevedono il substrato sociale dei lettori regolari di giornali e degli spettatori dei telegiornali, facendo uso delle ricerche Eurobarometro in cinque Paesi nel 1970 e nel Il risultato dei coefficienti standardizzati mostra che il numero di lettori è cresciuto in termini di livello di istruzione, di genere e di classe, senza alcuna modifica del profilo di età dei lettori. Tab.4: Modelli predittivi del numero di lettori dei giornali nel 1970, 1980 e 1999, EUS DATI DEMOGRAFICI Educazione Genere: maschile Età (in anni) Ideologia di dx/sx SES Reddito familiare Urbanizzazione FRUIZIONE DELLE NOTIZIE Fruizione di telegiornali Fruizione di giornali radio NAZIONE Belgio Francia Italia Olanda Costante R2 N. Predittori dei lettori di giornali Sig. Predittori di lettori di giornali Predittori di lettori di giornali Note: La Tabella riporta i coefficienti beta standardizzati di predizione della frequenza della lettura di giornali, basati sui modelli di regressione ordinaria ai minimi quadrati. Le variabili dipendenti sono scale a 5 punti che misurano la frequenza della fruizione di giornali e notizie televisive, in cui 5= fruizione quotidiana e 1= nessuna fruizione. Sig. P. > >.05 10

11 Tab. 5: Modelli di predizione del numero di ascoltatori di notizie televisive nel 1970, 1980 e 1999, EU5 DATI DEMOGRAFICI Educazione Genere: maschile Età Ideologia di destrasinistra SES Reddito familiare FRUIZIONE DI NOTIZIE Notizie televisive Notizie radiofoniche NAZIONE Belgio Francia Italia Olanda Costante R2 N. Predittori di fruizione di notizie televisive Sig. Predittori di fruizione di notizie televisive Sig. Predittori di fruizione di notizie televisive Note: la tabella riporta i coefficienti beta standardizzati di predizione della frequenza della lettura di giornali, basata sui modelli di regressione ordinaria ai minimi quadrati. Le variabili dipendenti sono le scale a 5 punti che misurano la frequenza della fruizione di giornali e notizie televisive, in cui 5= fruizione quotidiana e 1= nessuna fruizione. Sig. P. > >.05 Per i dettagli cfr. la Tab. Fonte: European Community Study 1970; Eubarometro 1.0, Aprile 1980.; Eurobarometro 50.1 Aprile Infine, il nuovo ambiente dell'informazione ha sensibilmente aumentato le opportunità di essere informati sulle questioni pubbliche su differenti canali, programmi, formati e livelli. Dagli anni Settanta, la quantità di notizie e di trasmissioni sulle questioni pubbliche di attualità trasmesse dal servizio pubblico televisivo è più che triplicata (v. la tab.6). E certamente questa stima non tiene in considerazione lo sviluppo di nuovi servizi commerciali di notizie "24 ore su 24" come Sky e la Cnn. Tab.6: L espansione nella televisione pubblica dei notiziari, Sig. Paese Australia Austria Belgio Corea del sud Danimarca Finlandia Francia Grecia Irlanda Italia Norvegia Olanda Polonia Portogallo Repubblica ceca Spagna Svezia Svizzera Turchia Ungheria UE15 Totale Ocse Cambiamento nel numero di ore nelle trasmissioni informative e di attualità politica Cambiamento nel numero di ore di trasmissioni di intrattenimento

12 Ma queste tendenze strutturali hanno fatto venire meno gli standard tradizionali nella copertura degli eventi politici? Molti opinionisti hanno espresso il timore di un declino delle notizie "serie" di lungo termine, come la copertura della politica internazionale, delle questioni di public policy e dei dibattiti parlamentari. Gli stessi affermano che al loro posto le notizie si sono ridotte a trasformarsi in "infotainment", concentrato su storie di debolezze umane legate allo scandalo, alla celebrità e al sesso. I giornali "scandalistici" in Gran Bretagna, la boulevard press in Germania, e i notiziari televisivi locali negli Usa, condividono un gran numero di caratteristiche. Piuttosto che parlare di un'inesorabile crisi e decadenza dei principi del giornalismo responsabile, sembra più corretto dar conto di queste tendenze degli anni Ottanta e Novanta inquadrandole nell'ottica di una diversificazione del mercato in termini di livelli, formati e argomenti. Le notizie "leggere" e l'"infotainment" sono certamente cresciuti in alcune fasce di mercato, ma anche la disponibilità di una copertura seria degli eventi politici, delle questioni internazionali e delle notizie finanziarie è dovunque notevolmente aumentata. I dibattiti interminabili al Senato mandati in onda su C-Span coesistono oggi con le altrettanto interminabili discussioni su sesso e relazioni personali al Jerry Springer Show. Si può trovare The Sun messo in edicola accanto a The Economist. News.bbc.co.uk è accessibile tanto facilmente quanto i siti pornografici di Amsterdam. Quando parliamo di "diversificazione" non intendiamo certo dire che l'intera società sia stata progressivamente "trascinata verso il basso" dalle tendenze dei mezzi di informazione. Dando risalto solo agli aspetti deteriori delle strategie di ampliamento delle fasce di mercato, come la visione del desolante cicaleccio senza fine dei talk show sulle reti via cavo americane o il «se sanguina, attira» 8 che anima i notiziari locali delle televisioni americane, trascuriamo mutamenti altrettanto fondamentali, ovvero la possibilità di assistere ai dibattiti legislativi dal vivo, di essere testimoni in tempo reale di disastri naturali come le inondazioni in Mozambico, oppure di trovare informazione online sui servizi offerti dall'amministrazione locale. Potenzialmente la diversificazione può portare ad un altro pericolo, ovvero ad una maggiore divaricazione tra haves ed haves-not dell'informazione. Ma, come abbiamo visto, negli ultimi venticinque anni il pubblico delle notizie si è notevolmente espansa di dimensione e socialmente si è allargata, e non ristretta. Le prove di altri supposti cambiamenti di lungo termine nella news culture restano limitate. Abbiamo bisogno di dati più sistematici per stabilire, ad esempio, se c'è stata davvero una crescita nella copertura negativa dei politici nel corso delle campagne elettorali, o se si sia davvero sviluppato un rapporto più conflittuale tra i giornalisti e i governi. Ad ogni modo, gli studi attualmente disponibili affermano in modo convincente che i mutamenti nella copertura degli eventi politici sono spesso fortemente particolaristici e contestuali, anziché rappresentare nel loro insieme una tendenza omogenea nelle società post-industriali. Ad esempio, la comparazione più esauriente delle culture mediali in ventuno Paesi, basata su indagini condotte sui giornalisti, non ha riscontrato alcun consenso riguardo ai ruoli professionali, i valori etici e le norme giornalistiche. 9 Piuttosto che parlare dell'affermazione di un singolo modello prevalente di giornalismo, basato sulle norme americane, ciò suggerisce una considerevole diversità tra i singoli contesti a livello mondiale. III: l'impatto sull'impegno civico Arriviamo così alla questione che sta al centro del dibattito, ovvero se esista una dimostrazione convincente del fatto che i mutamenti nella comunicazione politica abbiano spinto in direzione del disimpegno civico. Le teorie del "malesseremediale" sostengono che l'esposizione ai messaggi della campagna, in generale, e in particolare la copertura degli eventi politici da parte dei mezzi di informazione, disincentiva il pubblico ad essere informato sulla politica, erode la fiducia nei leader L'espressione americana in rima if it bleeds it leads non può essere resa efficacemente nella nostra lingua [ndt]. 9 Le ricerche condotte sui giornalisti non hanno riscontrato un consenso generale riguardo a quanto sia importante fornire una copertura analitica dei fatti, agendo come cani da guardia del governo, offrendo un reale servizio pubblico, e riportando le notizie in modo accurato e oggettivo. Ad esempio, la proporzione dei giornalisti che pensano che il loro ruolo di cani da guardia del governo sia molto o estremamente importante varia dal % in Germania, e il 66% negli Stati Uniti, all 88% in Gran Bretagna. Cfr. Weaver [1998]. 12

13 politici e nelle istituzioni governative e scoraggia la mobilitazione politica. Il risultato complessivo, concludono i sostenitori di tali teorie, è che c'è stato un declino nella cittadinanza democratica attiva. Un'eccessiva mole di dati non può essere presentata nel breve spazio di un saggio, ma altri miei lavori [Norris 2000] dimostrano che le rilevazioni effettuate in una serie di ricerche condotte negli Stati Uniti e in Europa, oltre che esperimenti condotti nel Regno Unito, ci portano a nutrire molti dubbi su questo genere di conclusioni negative. I risultati delle analisi mostrano che, contrariamente all'ipotesi del malessere mediale, l'attenzione nei confronti delle campagne dei partiti e la fruizione dei mezzi di informazione sono entrambe positivamente associate con un'ampia gamma di indicatori di conoscenza, fiducia e mobilitazione politiche. La gente che presta attenzione alle campagne elettorali, guarda più notiziari televisivi, legge più giornali e naviga in Rete è decisamente più preparata, fiduciosa nel governo e partecipativa. Tale relazione resta significativa anche dopo aver introdotto un insieme di controlli nei modelli di regressione multivariata. Ad esempio, la tab.7 mostra il modello predittivo dell'attivismo di campagna negli Stati Uniti, basandosi sui dati NES del Il risultato conferma che l'attenzione verso giornali, notiziari televisivi e notizie della campagna elettorale disponibili su Internet è associata in misura significativa con l'attivismo durante la campagna, anche dopo aver controllato il substrato sociale. Tab.7: Predittori dell attivismo di campagna STRUTTURALE Educazione Genere: maschile Età Reddito familiare ATTITUDINALE Discussione politica Ideologia lib.-cons. FRUIZIONE DEI MEZZI DI INFORMAZIONE Fruizione dei mezzi di informazione Giornali Notizie nazionali Notizie locali Notizie radiofoniche Notizie della campagna in rete Costante R2 Note Attivismo di campagna (i) Sig Attivismo di campagna (ii) Sig Lungi dall'essere un caso di "eccezione americana", ritroviamo questo modello in Europa e negli Stati Uniti. Si riscontrano relazioni positive simili in Europa, facendo ricorso ad indicatori di conoscenza delle questioni pubbliche e di fiducia politica [per i dettagli v. Norris 2000]. La tab.8 mostra come l'attenzione nei confronti della campagna partitica, dei notiziari televisivi e dei giornali sia positivamente associata con i tassi di partecipazione elettorale nelle elezioni per il Parlamento europeo nel 1989 e nel 1994, anche dopo aver sottoposto i dati al controllo incrociato dei fattori che caratterizzando il pubblico delle notizie, come il loro substrato educativo e l'interesse politico. Ripetuti test, che hanno fatto ricorso a differenti insiemi di dati, in diversi Paesi, in differenti periodi durante gli ultimi venticinque anni, confermano questa relazione. 1

14 Tab.8 Le prove in nostro possesso indicano decisamente che il pubblico non è un semplice ricettore passivo del flusso di comunicazione politica a cui viene sottoposto - come presupporrebbe un più che datato modello "stimolo-risposta" - ma, al contrario, vaglia criticamente ed attivamente, scarta e interpreta l'informazione che gli viene messa a disposizione. Un pubblico più istruito e colto è in grado di utilizzare l'insieme più complesso di nuove fonti e messaggi partitici per trovare il tipo di informazioni di cui ha bisogno per compiere le proprie scelte politiche. I risultati delle ricerche mostrano che l'esposizione alle notizie non è in alcun modo correlata al disimpegno civico né in America né, tantomeno, in Europa. IV: Conclusioni: un circolo virtuoso? Per quale ragione dovremmo riscontrare una correlazione positiva tra impegno civico e attenzione ai mezzi di informazione? Esistono tre possibili risposte, che non possono essere trattate esaurientemente in questa sede. Una spiegazione è quella degli effetti di selezione. In base a questo tipo di spiegazione, coloro che sono (per qualsiasi ragione) maggiormente predisposti alla partecipazione politica potrebbero certamente essere più interessati a tenersi informati sulle notizie che riguardano le questioni pubbliche, così la direzione della causazione dovrebbe essere unidirezionale, dalle precedenti attitudini all'utilizzo dei mezzi di informazione. Questo punto di vista è coerente con la letteratura sugli "usi e gratificazioni", che sostiene che le abitudini nel consumo mediale riflettano predisposizione pregresse nel pubblico: quelli che amano il football vanno a cercare i risultati sportivi, quelli che investono a Wall Street controllano le pagine economiche, e la gente interessata alla politica legge gli editoriali sul governo e le politiche pubbliche [Blumler, Katz, 1974.] Ma se prendiamo per buono un modello che presuppone semplicemente un effetto di selezione unidirezionale, questo implica che, pur facendo ampio consumo di notizie sugli affari pubblici, non apprendiamo praticamente alcunché di nuovo da questo processo, una proposizione che appare subito assolutamente non plausibile. Una risposta alternativa potrebbe essere quella degli effetti dei media. In questa forma differente di spiegazione, si afferma che il processo che consiste nel vedere o leggere di affari pubblici (per qualunque ragione) con buona probabilità accresca il nostro interesse per - e la nostra conoscenza de - il governo e la politica, rappresentando in questo modo uno stimolo alla partecipazione politica. Secondo questa interpretazione, più noi guardiamo o leggiamo, più siamo in grado di apprendere. Le abitudini di fruizione delle notizie possono essere indotte da un certo numero di fattori come i modelli di tempo libero e i programmi di informazione: la gente può "impossessarsi" delle notizie poiché segue una famosa sit-com, o perché le stazioni radio mandano in onda le notizie tra un brano musicale e l'altro, o ancora perché una famiglia sottoscrive un abbonamento con consegna a domicilio ad un giornale. In quest'ottica, la direzione di causalità dovrebbe di nuovo essere unidirezionale, ma in questo caso che si muove dalle precedente abitudini di consumo mediale ai conseguenti atteggiamenti politici. Entrambi i punti di vista trovano plausibilità in base al tipo di associazioni che noi poniamo in essere. L'uno o l'altro potrebbero essere corretti. Non è possibile, in questo caso ancora più che in altri, risolvere la direzione di causalità in base a sondaggi cross-sectional dell'opinione pubblica condotti in un preciso momento temporale. Ma sembra più plausibile e convincente assumere un processo interattivo bi-direzionale o circolo virtuoso. Attraverso una ripetuta esposizione di lungo periodo, simile al processo di socializzazione nel nucleo familiare o nel luogo di lavoro, può venirsi a creare un "circolo virtuoso" in cui i mezzi di informazione e le campagne partitiche svolgono la funzione di attivazione di chi è attivo (to activate the active). Coloro che sono maggiormente interessati e bene informati prestano più attenzione alle notizie politiche. Il venire a conoscenza di un numero ulteriore di informazioni riguardo alle questioni pubbliche (le posizioni politico-programmatiche dei candidati e dei partiti, l'attività del governo, la gravità dei problemi sociali ed economici che la nazione si trova a dover affrontare) riduce gli ostacoli ad un ulteriore impegno civico. In questa impostazione teorica, la "ruota cingolata" del rafforzamento spinge in una direzione che si rivela salutare per la democrazia. 14

15 Per contro, i mezzi di informazione hanno decisamente meno potere nel rinforzare il disimpegno dei disimpegnati, poiché, data la facilità con cui si può disporre delle molteplici alternative oggi presenti ed un interesse politico molto ridotto, è probabile che questo gruppo di solito cambi canale, spenga o navighi verso un'altra pagina web quando si trova di fronte notizie sulla politica e sulle questioni pubbliche di attualità. Se i "disimpegnati" si imbattono nelle notizie, quasi certamente gli dedicano ben poca attenzione. E se vi dedicano scarsa attenzione, è probabile che non abbiano fiducia nelle fonti mediatiche di informazione. Il rifiuto costante di prestare attenzione ai messaggi politici quasi annulla il potenziale di impatto che questi potrebbero esercitare. Questa teoria, così come le teorie del malessere mediale, non può venire confermata in base ai dati delle ricerche cross-sectional in nostro possesso, ma ci offre un'interpretazione plausibile e coerente dei differenti pezzi del puzzle che il complesso di questi studi rappresenta. Le affermazioni contenute nelle teorie del malessere mediale si rivelano piene di difetti metodologici, cosicché si dimostrano - per usare la terminologia degli empiristi scozzesi - al meglio non provate, al peggio false. Ne consegue che troppo spesso cominciamo a "prendercela col messaggero" per malattie molto più profonde del corpo politico. È questo un problema di grande rilevanza, non solo perché abbiamo la necessità di comprendere le cause reali del disimpegno civico per accrescere il nostro grado di conoscenza di determinati fenomeni, ma anche perché una diagnosi corretta di esso ha delle implicazioni rilevanti sulle scelte di politica pubblica. Ciò è particolarmente vero nelle democrazie più giovani, che lottano per istituzionalizzare una stampa libera nella transizione dal regime autoritario. "Prendersela col messaggero" può risultare una strategia profondamente conservatrice, che blocchi un processo di reali riforme istituzionali, specialmente in quelle culture che idealizzano la protezione della stampa dalla regolazione pubblica. Questo saggio non sostiene certo che viviamo nel migliore dei mondi politici possibili e che tutto vada per il meglio. Se anche la democrazia rappresentativa non versa in uno stato di crisi, esiste un gran numero di difetti strutturali radicati nelle sue istituzioni fondanti; il nostro punto di vista non pretende di rappresentare la panacea dei mali democratici. L'aspetto importante di questa teoria è che un gran numero di fallimenti hanno cause strutturali inveterate, sia che si tratti dell'uso sproporzionato del denaro e dell'assenza di terzi partiti nelle elezioni americane, della diffusione della corruzione e del malaffare in Russia, o della mancanza di trasparenza e responsabilità a Bruxelles. Se la smettessimo di prendercela con la copertura dei fatti politici da parte dei mezzi di informazione, e dirigessimo la nostra attenzione ai problemi in sé, forse le soluzioni reali di questi problemi sarebbero più vicine. Achille, Y., Bueno J. I. (1994). Les televisions publiques en quete d'avenir. Grenoble : Press Universitaires de Grenoble Andersen, S., Eliassen K. A. (1996). The European Union: How Democratic Is It?: London, Sage Ansolabehere, S., Iyengar S. (1995). Going Negative: How Political Advertisements Shrink and Polarize the Electorate. New York: Free Press Becker, L., Sobowale, A., Casey, W. Jr. (1979). Newspaper and Television Dependencies: Effects on Evaluation of Public Officials, in Journal of Broadcasting 2(4): Becker, L. Whitney, D. C. (1980). Effects of Media Dependencies: Audience Assessment of Government, in Communication Research, 4: -22 Bennett, S. E., Rhine, S. L., Flickinger, R. S., Bennett, L. L. M. (1999). Videomalaise Revisited: Reconsidering the relation between the public's view of the media and trust in government, in The Harvard Journal of Press/Politics 4(4): 8-2 Blumler, J. G. (1990). Elections, the Media and the Modern Publicity Process, in M. Ferguson (a cura di), Public Communication: The New Imperatives. London: Sage Blumler, J. G. (1997). Origins of the Crisis of Communication for Citizenship", in Political Communication, 14(4): Blumler, J. G., Gurevitch, M. (1995), The Crisis of Public Communication. London: Longman 15

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