Gli avvenimenti alla frontiera nord-orientale: l'alpenvorland e l'adriatisches Küstenland ( )

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1 Gli avvenimenti alla frontiera nord-orientale: l'alpenvorland e l'adriatisches Küstenland ( ) di Luciano Luciani 1. Premessa - 2. Le zone di operazioni Alpenvorland e Adriatisches Küstenland - 3. L'Alpenvorland - 4. Le forze contrapposte nell'adriatisches Küstenland - 5. Le operazioni militari nel Litorale Adriatico - 6. Struttura amministrativa ed attività politica nell'adriatisches Küstenland - 7. I rapporti intertedeschi - 8. Rapporti tra i supremi commissari e le autorità italiane - 9. L'agonia di Zara italiana Tentativi di Mussolini per salvaguardare l'italianità della Venezia Giulia e di Zara La Guardia di Finanza nelle zone di operazioni Epilogo 1. Premessa Lo sgombero delle forze dell'asse dall'africa Settentrionale e dall'ultimo baluardo in Tunisia (12 maggio 1943) fece comprendere anche ai fascisti più intransigenti che la guerra era irrimediabilmente perduta. Ormai anche Mussolini iniziava a pensare alla possibilità di uscire in qualche modo dall'avventura in cui si era cacciato tre anni prima. I sentimenti unanimi dei vertici istituzionali e della popolazione italiana sulla necessità di scindere i destini nazionali da quelli dell'ingombrante alleato dell'asse erano peraltro già noti ad Hitler che fin da metà maggio 1943 aveva dato ordine di pianificare l'invasione della penisola in caso di ormai più che prevedibile defezione italiana. Il dittatore tedesco non si faceva più illusioni al riguardo: riteneva che in caso di attacco alleato della penisola le forze armate italiane non avrebbero combattuto contro il comune nemico; naturalmente esisteva la possibilità che essi non si limitassero a smettere di combattere ma 2/2004 Rivista della Guardia di Finanza 591

2 LUCIANO LUCIANI cambiassero schieramento passando a collaborare con il nemico ai danni della Germania. Sulla base di queste premesse e nella convinzione che presto gli anglo-americani avrebbero organizzato uno sbarco in Italia o nella penisola balcanica, l'okw (1) predispose due piani: il primo, denominato "operazione Alarico" prevedeva l'invio in Italia di consistenti forze tedesche per sostenere e se del caso sostituire l'esercito italiano nel contrasto di un'invasione degli alleati (2). In tale quadro, il 22 maggio, Hitler firmò gli ordini per inviare nel Nord-Italia, subito, con pretesti vari, quattro divisioni tedesche, oltre alle due operanti già in Sicilia, che in caso di necessità sarebbero state seguite da altre sedici. Le unità germaniche sarebbero state poste al comando del feldmaresciallo Rommel, sarebbero state introdotte in Italia con la massima cautela diplomatica ed avrebbero dovuto fermare l'invasione nemica quanto più a sud possibile. Per rispettare le apparenze i tedeschi posero la massima cura a non fornire pretesti al governo italiano di protestare per una palese intrusione non richiesta all'interno dei propri confini. Il secondo piano, denominato "operazione Achse", anch'esso affidato alla responsabilità di Rommel, era basato sull'ipotesi di un abbandono dell'alleanza da parte dell'italia. Aveva l'obiettivo di disarmare immediatamente le forze armate italiane, di impadronirsi delle loro armi ed equipaggiamenti e, se necessario, di trattare i militari come prigionieri di guerra. I due piani erano complementari, in quanto l'attuazione del primo avrebbe senz'altro preceduto quelli del secondo, mentre contemporaneamente si sarebbe dovuto contrastare l'invasione angloamericana. Il 10 luglio gli alleati sbarcavano in Sicilia, conquistando l'isola in 39 giorni, malgrado ne avessero previsti molti di meno. (1) OBERKOMANDO WEHRMACHT: Comando supremo delle forze armate. (2) FRASER D., ROMMEL, L'ambiguità di un soldato, A. Mondadori Ed., p Rivista della Guardia di Finanza 2/2004

3 GLI AVVENIMENTI ALLA FRONTIERA NORD-ORIENTALE: L'ALPENVORLAND E L'ADRIATISCHES KÜSTENLAND Nel frattempo il 25 luglio Mussolini veniva deposto dal Gran Consiglio del Fascismo ed il giorno dopo arrestato all'uscita dall'udienza con il Re. Il Governo venne affidato al maresciallo Badoglio ed Hitler, furibondo per la defenestrazione del suo amico, diede il via all'operazione Alarico. La questione più delicata era rappresentata dai valichi alpini (Resia, Brennero, Dobbiaco) che dovevano essere occupati unitamente al corridoio dell'adige fino a Verona, presentando tutto ciò come un aiuto agli italiani che invece protestavano per l'intrusione. La vicenda venne gestita, da una parte e dall'altra in perfetta malafede. I tedeschi ritenevano che l'italia a breve termine sarebbe uscita dalla guerra ed agivano di conseguenza, assicurando però in ogni circostanza che avevano piena fiducia dell'alleato e volevano continuare la guerra in pieno accordo. Gli italiani sostenevano la stessa cosa, mentre invece era già stata assunta - molto confusamente - la decisione di trattare con gli anglo-americani per l'uscita dalla guerra. Dopo la caduta del fascismo furono tenuti due convegni italotedeschi: il primo a Tarvisio (6 agosto) tra i ministri degli esteri Von Ribbentrop e Caviglia ed i capi di S.M., il secondo a Bologna tra Rommel, comandante designato dal gruppo di Armata B che stava attuando l'operazione Alarico e Roatta, capo di S.M. dell'esercito Italiano. Gli incontri, svoltisi in un'atmosfera gelida e densa di reciproci sospetti, si conclusero senza alcun risultato, ma confermarono da un lato i tedeschi nella loro intenzione di intensificare la penetrazione in forze nella penisola e dall'altro l'italia a concludere al più presto le trattative per uscire dalla guerra, anche tenuto conto dell'impossibilità di opporsi alle 8 efficienti divisioni tedesche già in loco. Nel corso del mese di agosto il comando supremo della Wehrmacht aveva perfezionato il piano Achse per l'assunzione dei poteri in Italia in caso di defezione dell'alleato. Vi era previsto il disarmo dell'esercito italiano, l'occupazione delle posizioni sensibili (valichi montani, porti, ferrovie, strade statali) e la definizione del territorio del Regno come zona di operazioni con conseguente trasferimento dell'esercizio dei poteri civili ai comandanti tedeschi. L'annuncio dell'armistizio dell'8 settembre non trovò impreparato il governo tedesco, mentre gettò nel caos quello di Badoglio. 2/2004 Rivista della Guardia di Finanza 593

4 LUCIANO LUCIANI Fin dalle 20,30 dell'8 settembre (l'armistizio era stato annunciato in Italia alle 18) Rommel ordinò l'immediata occupazione del Brennero e successivamente dell'intera Italia settentrionale. Due giorni dopo il disarmo delle truppe italiane della pianura padana era concluso (3), soprattutto per mancanza di precisi ordini del Comando Supremo. Anche al centro-sud le forze armate italiane vennero disarmate in breve tempo. Più laborioso fu invece il disarmo e la cattura delle divisioni italiane fuori dei confini nazionali, specie nei Balcani, ma entro il mese di settembre ogni forma di resistenza organizzata era cessata e la Wehrmacht aveva ovunque il completo controllo della situazione. La flotta ed i pochi velivoli della Regia Aeronautica ancora efficienti raggiunsero invece, in attuazione delle clausole di armistizio, rispettivamente la base di Malta e gli aeroporti sotto il controllo alleato. 2. Le zone di operazioni Alpenvorland e Adriatisches Küstenland Intanto, il 10 settembre il führer aveva emanato un'ordinanza, integrata poi il 10 ottobre, con cui veniva ristrutturato il territorio italiano occupato (4). Il territorio occupato era diviso in "zone di operazioni" ed in "restante territorio occupato". Le zone di operazioni erano: - il territorio a sud della provincia di Roma, L'Aquila e Teramo, sul quale il potere esecutivo era esercitato dall'alto comandante (OB) sud, Kesserling; - il territorio alpino, dal confine croato a quello svizzero, che fu suddiviso nella zona di operazioni Adriatiches Küstenland (litorale adriatico), con le province di Trieste, Gorizia, Udine, Pola, Fiume e Lubiana, e nella (3) Profilo della situazione in Italia, 10 settembre 1943, delineato da GROTA, Uff. de Segr. Di St. C.C. vol. 16, pp. 136 e seg. (4) Entrambe le ordinanze sono integralmente riportate quali appendici 1 e 2 in STUHLPFARRER K., "Le zone di operazioni prealpi e litorale adriatico ", Ed. libreria Adamo, Gorizia, Rivista della Guardia di Finanza 2/2004

5 GLI AVVENIMENTI ALLA FRONTIERA NORD-ORIENTALE: L'ALPENVORLAND E L'ADRIATISCHES KÜSTENLAND zona operativa Alpenvorland (Prealpi), con le province di Bolzano, Trento e Belluno. I poteri civili sulle due zone erano affidati ai gauleiter, rispettivamente della Carinzia Friedrich Rainer (5) e del Tirolo Franz Hofer; - era poi prevista un'ulteriore zona di operazioni comprendente le province costiere dell'adriatico e del Tirreno, che rifletteva la preoccupazione dell'a.o.k. (6) di possibili sbarchi degli alleati lungo la penisola, ma lo stabilizzarsi del fronte di combattimento a sud di Roma portò a non attuare questo disegno. (5) Friedrich Rainer nacque nel 1903 nei pressi di Klagenfurt. Si laureò in giurisprudenza a Graz in un clima di acceso nazionalismo che lo portò ad aderire giovanissimo al partito nazionalsocialista. Fu un fervido sostenitore dell'anschluss dell'austria alla Germania e percorse rapidamente i gradi della gerarchia del partito. Fu nominato gauleiter di Salisburgo nel 1940 e della Carinzia nel Catturato al termine della guerra dagli inglesi, fu poi consegnato agli jugoslavi che nel 1947 lo condannarono a morte per crimini di guerra e lo giustiziarono a Lubiana. (6) Armée Oberkomando: Comando Supremo dell'esercito tedesco. 2/2004 Rivista della Guardia di Finanza 595

6 LUCIANO LUCIANI Nelle ordinanze del Führer non veniva indicata la sorte della provincia di Zara, che comprendeva, oltre al capoluogo, il comune di Lagosta, perché Hitler aveva divisato di cederla alla repubblica croata di Ante Pavelic. Mentre nella zona operativa del sud Italia i poteri civili e militari erano riuniti nelle mani dell'alto comandante militare Kesserling, nelle due zone operative Prealpi e Litorale Adriatico i poteri militari erano esercitati dal Comandante del gruppo di esercito B, Ervin Rommel, mentre quelli civili facevano capo ai due gauleiter, Rainer ed Hofer. La personalità piuttosto forte di questi due gerarchi nazisti, che rispondevano del loro operato soltanto ad Hitler, creò frizioni con i comandanti militari, specie nel litorale Adriatico ove le formazioni partigiane tenevano testa validamente alle unità germaniche; i gauleiter, infatti, interferivano attraverso le forze di polizia che a loro facevano capo, con la Wehrmacht, che invece pretendeva mano libera nella lotta alla guerriglia, dato che in questo tipo di operazioni il confine tra operazioni di polizia e operazioni militari è piuttosto labile. L'autonomia di Hofer e Rainer aveva modo di esplicarsi, in tutta la sua estensione, in campo politico e nell'amministrazione civile. Scopo dichiarato della costituzione delle zone di operazioni era quello di assicurare il successo della guerra in corso. I territori in questione controllavano le vie di comunicazione del Brennero - Verona e di Tarvisio - Trieste - Fiume, molto vulnerabili ad attacchi della resistenza, ma indispensabili per l'alimentazione delle truppe tedesche che operavano sui fronti di combattimento in Italia meridionale e nei Balcani. Sulla sistemazione dei territori a guerra conclusa, Hitler non si era ancora pronunciato e non si pronuncerà mai, e ciò per riguardo a Mussolini, di cui continuava a subire il fascino. Tuttavia, pochi a Berlino pensavano che, in caso di vittoria, i confini nord orientali dell'italia sarebbero stati quelli fissati al termine della 1^ guerra mondiale. Goebbels, il potente ministro della propaganda, si era spinto a dichiarare, in conversazioni private, che la Germania avrebbe dovuto avere con l'italia i confini dell'austria del 1850, e cioè fino al Mincio ed al Po, impadronendosi quindi del Triveneto. 596 Rivista della Guardia di Finanza 2/2004

7 GLI AVVENIMENTI ALLA FRONTIERA NORD-ORIENTALE: L'ALPENVORLAND E L'ADRIATISCHES KÜSTENLAND Rainer ed Hofer, avevano avuto ordini espliciti di non fare mai, in nessun caso, affermazioni relative alla futura sistemazione dei confini, e ciò per non creare frizioni con Mussolini, che tra l'altro aveva preso il potere nel 1922, sulla base di programmi di acceso nazionalismo, nell'ambito dei quali lo slogan della "vittoria mutilata" per la rinuncia dei governi democratici all'annessione della Dalmazia aveva avuto notevole peso, ma agirono sempre in modo che al termine della guerra, che loro ritenevano vittoriosa per la Germania, l'inserimento nel grande Reich dei territori da loro amministrati non avrebbe procurato problemi. La prima mossa dei due supremi commissari, appena insediati, fu quella di escludere nei territori da loro amministrati, ogni influenza del governo della Repubblica Sociale Italiana. Essi rimossero i prefetti titolari o impedirono l'insediamento di quelli nominati dal Ministro degli Interni della R.S.I., insediando nel contempo alla carica personaggi di nazionalità italiana, ma di loro fiducia. Hofer e Rainer, infatti, avevano una pienezza di poteri che consentiva loro una autonoma agibilità totale nei confronti della R.S.I. e molto ampia anche di fronte allo stesso plenipotenziario del Reich presso il governo dell'italia fascista, Rudolf Rahn (7), una sorta di commissario politico affiancato a Mussolini. Il Duce fece molti tentativi, come si vedrà in seguito, direttamente presso Hitler, per recuperare l'effettivo esercizio della sovranità sulle due zone. In particolare egli fu molto rincresciuto per la nomina di prefetti nelle zone di operazioni dai due supremi commissari invece che dal governo della R.S.I. (7) Secondo una nota del Ministero degli Esteri dei Reich, "il delegato del Reich è il centro verso il quale devono affluire le questioni importanti di politica estera nell'ambito di tutto il territorio sottoposto alla dominazione tedesca in Italia. Pur non avendo il diritto decisionale, egli può far valere il suo influsso sulle trattative concernenti queste questioni, in quanto gli uffici ai quali esse affluiscono dovranno rivolgersi ed accordarsi con lui. Non viene specificato quali questioni possono essere definite di politica estera. Ma si può presumere che vi appartengano almeno quei problemi per i quali è necessario trattare con il governo nazionale fascista", cfr. STUHLPFARRER K., "Le zone di operazioni", op. cit., p /2004 Rivista della Guardia di Finanza 597

8 LUCIANO LUCIANI Il prefetto, infatti, nell'ordinamento giuridico amministrativo italiano era nel 1943, come oggi, la massima autorità periferica dello Stato. E lo era ancor di più nel sistema centralistico fascista in quanto figura cardine della struttura di governo e di amministrazione sul territorio dello Stato e concreta presenza del potere unitario. Dopo il 25 luglio 1943, Badoglio aveva iniziato subito a sostituire ai prefetti di nomina fascista, funzionari fedeli allo Stato e non al regime. Mussolini, dopo essere ritornato al potere, fece anch'egli la stessa operazione, nominando ed insediando i capi delle province. Ma non lo poté fare nelle due zone di operazioni. E questa limitazione fu, e fu intesa così anche da Mussolini, la prova più concreta ed evidente che la R.S.I. aveva dovuto rinunciare alla sovranità nelle due zone di operazioni (8). 3. L'Alpenvorland La istituzione dell'alpenvorland rispondeva all'esigenza immediata di un saldo controllo militare della linea di comunicazione che dal Brennero adduce a Verona, per assicurare i rifornimenti delle armate tedesche che combattevano contro gli alleati in Italia. A questa motivazione si aggiunsero, come per l'adriatisches Küstenland, le aspirazioni annessionistiche dei circoli nazionalisti di Berlino e Vienna, i quali non avevano dimenticato che Hitler era stato costretto ad assicurare nel 1938 l'intangibilità "per sempre" della frontiera del Brennero, per ottenere l'approvazione di Mussolini all'anschluss dell'austria. Oltretutto la situazione politica dell'area consentiva un'occupazione nazista non problematica. Delle 3 province costituenti la zona di operazioni, quella di Bolzano era abitata in gran parte da popolazioni etnicamente tedesche e politicamente molto vicine al nazismo, in quella di Trento esistevano molti simpatizzanti per la Germania e solo quella di Belluno era pienamente di sentimenti italiani. (8) Vedi CORSINI U., "L'Alpenvorland, necessità militare o disegno politico?", in "Tedeschi, partigiani e popolazioni nell'alpenvorland ( )". Atti del convegno di Belluno aprile 1983, Marsilio editore, p Rivista della Guardia di Finanza 2/2004

9 GLI AVVENIMENTI ALLA FRONTIERA NORD-ORIENTALE: L'ALPENVORLAND E L'ADRIATISCHES KÜSTENLAND Il supremo commissario Hofer, appena insediato, si premurò di recidere ogni legame con la R.S.I., destituendo i prefetti nominati dal governo repubblicano e nominando al loro posto uomini di sua fiducia. A Trento venne insediato l'avv. De Bertolinis, già deputato trentino al parlamento di Vienna nel periodo precedente la prima guerra mondiale, a Belluno il vice prefetto Comm. Salvetti ed a Bolzano il dirigente del gruppo etnico tedesco Peter Hofer, soltanto omonimo del supremo commissario. Il secondo atto del gauleiter fu la modifica delle circoscrizioni delle province di Trento e Belluno, per annettere alla provincia di Bolzano alcuni comuni, i più importanti dei quali erano Cortina d'ampezzo e Pieve di Livinallongo (Belluno). Successivamente Hofer vietò la riorganizzazione del Partito Nazionale Fascista e l'ingresso nella zona di operazioni di funzionari del governo di Mussolini. Sul piano militare l'alpenvorland godette di una certa tranquillità. Episodi di resistenza armata ai tedeschi si verificarono con una certa intensità soltanto nelle aree meridionali delle province di Belluno e Trento e vennero represse senza particolare difficoltà dalle forze di polizia germaniche, nelle quali si erano affrettati ad arruolare numerosi elementi del gruppo etnico tedesco dell'alto Adige. Per contro la linea di comunicazioni stradale e ferroviaria tra il Brennero e Verona venne sottoposta fino al termine della guerra a metodici bombardamenti aerei che provocarono notevoli danni e quindi intralci alla circolazione di treni e automezzi. Alla fine delle ostilità, la zona di operazioni Prealpi fu l'ultimo lembo del territorio italiano in cui si svolsero combattimenti, addirittura oltre il 2 maggio 1945, data ufficiale del termine della guerra in Italia. L'Alpenvorland era stato incluso nella "Fortezza Alpina" che comprendeva le regioni alpine del nord-est d'italia, del sud della Germania, dell'austria e della Slovenia. Qui si sarebbe dovuta condurre l'ultima difesa del III Reich e vi si sarebbero dovute concentrare tutte le truppe ritiratesi dagli altri fronti. Il progetto non fu potuto realizzare per lo sfacelo della Wehrmacht a seguito delle disastrose sconfitte subite nei primi mesi del /2004 Rivista della Guardia di Finanza 599

10 LUCIANO LUCIANI Comunque quest'area era la naturale linea di ritirata dei reparti tedeschi dopo che gli alleati erano dilagati nella pianura padana. Alla fine di aprile e nei primi giorni di maggio 1945 piccoli reparti che avevano perso i collegamenti con i comandi superiori cercavano di raggiungere il Tirolo lungo le valli alpine delle province di Trento e Belluno. Qui subirono gli agguati dei partigiani che provocarono loro perdite consistenti. Fu in queste circostanze che i tedeschi si abbandonarono ad eccessi rivalendosi sulle popolazioni inermi con massacri di innocenti e incendi di paesi e villaggi. 4. Le forze contrapposte nell'adriatisches Küstenland Nel mese di settembre 1943, la Venezia Giulia, la Slovenia e la Croazia del Nord erano presidiate dalla 2^ e dall'8^ armata, comandate rispettivamente dai generali Robotti e Gariboldi. La 2^ armata, con sede a Fiume, era articolata su tre corpi: l'xi, il V ed il XVIII. L'XI corpo occupava la provincia di Lubiana, in Slovenia e la regione di Karlovac in Croazia ed aveva alle dipendenze 3 divisioni di fanteria (Lombardia, Treviso e Cacciatori delle Alpi). Il V Corpo, su due divisioni di fanteria (Macerata e Murge) e una brigata costiera (XIV) era stanziato nella Dalmazia settentrionale comprese le isole di Veglia, Cherso, Lussino, Arbe e Pago. Infine, il XVIII Corpo aveva giurisdizione su Zara e la Dalmazia centrale, e le rispettive isole e disponeva di due divisioni di fanteria (Zara e Bergamo) e di due reggimenti bersaglieri. L'8^ armata, con sede a Padova, disponeva anch'essa di 3 corpi d'armata. In particolare, il XXIII corpo era ubicato a Trieste e nell'istria ed aveva alle dipendenze la divisione Sforzesca e tre reggimenti costieri, oltre le truppe dei presidi di Monfalcone, Trieste e Pola. Il XXXV corpo, invece, con sede ad Udine presidiava la parte settentrionale della Venezia Giulia, da Postumia a Tarvisio ed aveva delle dipendenze la divisione alpina Julia e la divisione di frontiera Torino. 600 Rivista della Guardia di Finanza 2/2004

11 GLI AVVENIMENTI ALLA FRONTIERA NORD-ORIENTALE: L'ALPENVORLAND E L'ADRIATISCHES KÜSTENLAND Infine il XXXV corpo aveva competenza sull'alto Adige, Trentino e pianura padana e disponeva di due divisioni alpine (Cuneense e Tridentina) ed un reggimento bersaglieri. Le due armate erano assai poco efficienti perché disponevano di organici largamente incompleti, ed erano ancorate a compiti statici di controllo del territorio e del presidio di obiettivi fisici. Le unità, in gran parte reduci dalla disastrosa campagna di Russia erano in lento riordinamento, prive di armamento pesante e di automezzi e con morale, tranne che per le unità alpine, alquanto depresso. Accanto ai reparti dell'esercito, nelle basi, nei porti e lungo i litorali erano stazionate numerose unità della Marina. Limitatissimi sia per uomini sia per mezzi, erano i reparti dell'aeronautica. Dopo l'8 settembre, mentre le forze armate italiane si dissolvevano, il XCVII Corpo d'armata germanico assumeva rapidamente il controllo del territorio ad est del Tagliamento, costituendo successivamente l'ossatura del sistema di occupazione. Il comando delle operazioni fu assunto dal generale delle truppe da montagna Ludwig Kübler, con sede prima ad Abbazia e poi, dal dicembre 1943, a Cormons. Le forze operative erano costituite dalla 71^ divisione di fanteria, dalla 188^ divisione alpina e dalla 162ˆ divisione costituita da truppe ucraine, turchestane e azerbagiane. Verso la metà del 1944 la 71^ divisione fu sostituita dalla 278^ divisione di fanteria ricostituita con i resti della 332^ e 333^ divisione in parte annientate sul fronte orientale. Nell'estate del 1944 la 162^ e la 278^ divisione furono sostituite dalla 237^. Nel 1944 numerose unità tedesche reduci dal fronte orientale furono inviate nella Venezia Giulia per alcune settimane di riposo e per essere riorganizzate. Verso la fine della guerra furono stanziate nella regione reparti della costituenda 24^ divisione da montagna "Cacciatori del Carso", che avrebbe dovuto essere formata da volontari altoatesini e da collaborazionisti italiani, sloveni e croati. Il numero degli arruolati non raggiunse però il numero sufficiente per costituire soltanto una brigata. Nel Litorale operarono anche unità organiche della Repubblica di Salò. 2/2004 Rivista della Guardia di Finanza 601

12 LUCIANO LUCIANI All'indomani dell'8 settembre 1943, dopo la costituzione della zona di operazioni Litorale Adriatico, i tedeschi accettarono a malincuore la costituzione di reparti che in qualche modo facevano capo ad autorità fasciste. Tutti i reparti italiani vennero posti alla dipendenza, che allo stato dei fatti risultò puramente nominale, perché essi difatti ricevevano ordini solo dai comandi locali tedeschi, del CCIV Comando Militare Regionale di Trieste, affidato al generale Giovanni Esposito. Dal C.M.R. dipendevano (soltanto nominalmente) i Comandi provinciali di Trieste (31 ), Pola (34 ) e Fiume (35 ). Il CMP di Trieste era strutturato su reparti della consistenza complessiva di 7 battaglioni. I Comandanti di Pola e Fiume disponevano di forze di varie Armi e servizi e della Marina ammontanti a circa 6 battaglioni ciascuno. Il reparto della RSI più efficiente operante nell'area era la X Mas che comprendeva il reggimento San Marco, il reggimento San Giusto ed il battaglione Folgore. La X Mas era alle dipendenze del Comandante Junio Valerio Borghese che rivestiva anche la carica di Sottosegretario alla Marina del Governo di Salò. Borghese riuscì ad operare con una certa autonomia dai tedeschi, cercando sempre di far valere l'italianità della Venezia Giulia. Ciò costituiva disturbo alla politica di Rainer che cercò da subito di ottenere l'allontanamento della X Mas dal Litorale, riuscendovi, soltanto parzialmente, alla fine del Alcuni ufficiali della X MAS furono protagonisti di contatti trasversali con colleghi che militavano nella Marina del sud, ove l'ammiraglio De Courten, ministro della Marina del governo Badoglio, aveva predisposto un piano, che prese il suo nome, per uno sbarco di unità di élite delle FF.AA. nella zona di Trieste, trasportate da navi della Marina militare italiana, con l'appoggio di gruppi di artiglieria della X MAS che avrebbero dovuto proteggere l'operazione da terra. Il piano sarebbe divenuto operativo al momento del crollo tedesco per prevenire l'occupazione dell'istria da parte Jugoslava. Il progetto fu preventivamente presentato agli anglo-americani, che però, per non compromettere i rapporti con Tito, loro alleato nei Balcani, avrebbero dovuto fingere di ignorare la missione. 602 Rivista della Guardia di Finanza 2/2004

13 GLI AVVENIMENTI ALLA FRONTIERA NORD-ORIENTALE: L'ALPENVORLAND E L'ADRIATISCHES KÜSTENLAND In tale quadro, emissari dello S.M. della Marina del sud si infiltrarono nel nord ed ebbero colloqui con il ministro della Marina repubblicana, Ammiraglio Sparzani e con il comandante Borghese. Entrambi si dichiararono disposti a collaborare, ma misero in evidenza l'estrema difficoltà di operare all'insaputa dei tedeschi, che per prevenire evenienze del genere avevano ufficiali di collegamento ovunque, anche nei minori reparti. Altri contatti furono presi con le autorità del nord nei primi mesi del 1945, ma in tali occasioni emerse anche la contrarietà al piano del C.L.N. della Venezia Giulia, ufficialmente perché la X Mas veniva ritenuta inefficiente e comunque invisa alla popolazione. Col passare del tempo, l'atteggiamento degli Alleati, inizialmente favorevoli al piano De Courten, mutò, perché essi avevano scelto di appoggiare con decisione Tito e non erano più disposti a correre il rischio che un'operazione, sia pur condotta da soli reparti italiani, ma con avallo e copertura alleata, pregiudicasse i difficili equilibri balcanici che intendevano costruire. Il piano De Courten, così come era stato concepito, risultò sin dall'inizio irrealizzabile e quindi velleitario, perché le decisioni non tenevano conto delle connesse implicazioni politiche (9). I tedeschi, con l'aiuto marginale delle milizie non solo italiane, ma anche slovene (domobranci) e croate (ustascia) erano impegnati a fronteggiare le forze della guerriglia che erano incentrate sul IX Corpus sloveno stanziato nelle provincie di Gorizia e Trieste ed in parte di quella di Pola, dell'viii Corpus operante nella provincia di Lubiana e della 13^ Divisione croata dell'xi Corpus dislocata nella restante parte della provincia di Pola ed in quella di Fiume. I primi due reparti facevano capo all'e.p.l. (Esercito Popolare di Liberazione) sloveno ed il terzo all'e.p.l. croato. (9) Sull'argomento cfr. DE FELICE S., "La Decima flottiglia MAS e la Venezia Giulia ", Edizioni Settimo Sigillo, 2000, pp ; ROMANO P., "La questione giuliana ", Lint Ed. 1997, pp ; DE COURTEN R., "Le memorie dell'ammiraglio De Courten ", U.S.M.M., Roma 1993, pp ; ANDRIOLA F., " : la strana alleanza tra marinai del sud e della R.S.I. per difendere Trieste e le terre dell'est", in bollettino d'archivio dell'ufficio Storico della Marina Militare, Roma, anno XII, marzo 1988, pp /2004 Rivista della Guardia di Finanza 603

14 LUCIANO LUCIANI Subito dopo l'armistizio, si costituirono ed operarono, in un primo momento autonomamente, diverse formazioni partigiane, espressione della resistenza del gruppo etnico italiano. La prima fu la brigata proletaria triestina con base di operazione nel Carso tra Gorizia e Monfalcone. La brigata combatté contro i Tedeschi con alterne fortune, sempre assillata da difficoltà logistiche che la costrinsero a chiedere appoggio al IX Corpus con la conseguenza di perdere progressivamente la sua autonomia anche operativa, finché, nell'autunno del 1944 la brigata che nel frattempo aveva assunto la denominazione di "14^ Brigata d'assalto Garibaldi-Trieste" non venne prima smembrata cedendo i suoi battaglioni ad altre formazioni slovene e poi trasferita fuori dai confini nazionali, alle dipendenze dell'viii Corpus della Slovenia. Tale strategia dell'e.p.l. della Slovenia era stata attuata in quanto la brigata Garibaldi - Trieste, con l'afflusso di un numero notevole di italiani (oltre 2000) che avevano deciso di partecipare alla guerra partigiana, aveva assunto una consistenza tale da preoccupare le autorità slave che vedevano l'eccessiva presenza di combattenti italiani nei territori oggetto di rivendicazione, pregiudizievole degli interessi nazionalisti del proprio gruppo etnico. La seconda, fu la divisione partigiana Osoppo, definita anche brigata bianca, sorta da preesistenti reparti alpini i cui componenti dopo l'8 settembre si erano data alla macchia, e che operava nell'area compresa tra Isonzo e Tagliamento. La Osoppo mantenne sempre, ed a qualunque costo, la sua connotazione di italianità e ciò la costrinse a combattere i nazifascisti guardandosi sempre le spalle dalle formazioni slave dell'e.p.l. Che i timori dei partigiani italiani non fossero infondati lo dimostrò, il 7 febbraio 1945, l'episodio di malga Porzus allorquando il comandante e lo stato maggiore della Osoppo furono sterminati con l'inganno da emissari del IX Corpus sloveno (10). (10) Nell'area di competenza della Osoppo operava anche la brigata comunista Garibaldi 604 Rivista della Guardia di Finanza 2/2004

15 GLI AVVENIMENTI ALLA FRONTIERA NORD-ORIENTALE: L'ALPENVORLAND E L'ADRIATISCHES KÜSTENLAND Altre formazioni partigiane che subirono sorte analoga alla brigata proletaria triestina, furono la brigata Istria, il battaglione italiano antifascista, il battaglione italiano d'istria, il battaglione Budicin. I reparti furono sciolti ed i patrioti inquadrati in unità slave. Solo il Budicin poté godere di una certa autonomia, in quanto inquadrato con comandante e commissari politici croati o italiani che militavano nel partito comunista croato. Verso la fine della guerra i pochi combattenti italiani della Resistenza rimasti nella Venezia Giulia furono trasferiti nelle zone più remote della Slovenia e della Croazia. Solo dopo il 20 maggio 1945, alle brigate Trieste e Fontanot, che avevano combattuto nella Slovenia interna, fu concesso di raggiungere Trieste. 5. Le operazioni militari nel Litorale Adriatico All'indomani dell'8 settembre 1943, a seguito della dissoluzione delle Forze Armate italiane, il controllo del territorio della Venezia Giulia, ad eccezione dei capoluoghi di provincia, passò agli esponenti politici della popolazione slava e croata, con il determinante aiuto degli elementi della resistenza. (segue nota) (diversa dalla Garibaldi Trieste) dipendente direttamente dal IX Corpus, che ostacolava l'azione della Osoppo stessa fino quasi ad annullarne l'efficienza. Lo scontro tra le due formazioni italiane, inizialmente ideologico, ebbe un drammatico epilogo con l'eccidio del 7 febbraio 1945 a Malga Porzus. Nel novembre 1944 Togliatti aveva ordinato che i reparti partigiani dell'area del Natisone passassero alle dipendenze del IX Corpus. La Garibaldi accolse entusiasticamente l'ordine, che invece fu sdegnosamente respinto dalla Osoppo. Ed allora fu decisa l'eliminazione fisica dei ribelli, affidandone l'esecuzione a Mario Toffanin, detto Giacca. Questi preparò un tranello nel quale caddero il comandante della Osoppo, capitano Francesco De Gregari, Gastone Valente, Giovanni Comin ed Elda Turchetti; nei giorni successivi i garibaldini trucidarono altri 17 osovani, tra i quali Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo ed il sottobrigadiere della Guardia di Finanza Pasquale Mazzeo, vice intendente della stessa unità. Dopo la fine della guerra Toffanin fu fatto espatriare dal partito comunista di Udine, su sollecitazione di Togliatti, per sottrarlo alla condanna all'ergastolo inflittagli dalla Corte d'assise di Lucca per i fatti di Porzus. Successivamente fu graziato dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini, ma rimase in Yugoslavia, ove comunque continuò a percepire la pensione di ex combattente elargitagli dallo Stato italiano. 2/2004 Rivista della Guardia di Finanza 605

16 LUCIANO LUCIANI La presa del potere nelle singole località avvenne senza spargimento di sangue, in quanto i rivoltosi furono agevolati dal disorientamento delle autorità e della popolazione italiana dovuto all'armistizio. Dopo qualche giorno, però, iniziarono le vendette e le ritorsioni non solo nei confronti dei fascisti, ma anche di coloro che avevano l'unico torto di essere italiani. Le fucilazioni, gli infoibamenti, l'affondamento di persone vive in mare divennero abituali e tutto ciò con le tecniche della pulizia etnica, che verrà nuovamente messa in atto negli anni 90 durante la guerra conseguente alla dissoluzione della ex Jugoslavia. Le città capoluogo di provincia, furono, invece, risparmiate da tali orrori, in quanto in esse era preponderante l'elemento italiano. La presenza di forze armate italiane, molto consistente, consentì inoltre di mantenere saldo l'ordine pubblico fino alla presa del potere da parte dei tedeschi, che disponevano nella regione di forze esigue, ma concentrate nelle città. Successivamente, per garantire la sicurezza delle linee di comunicazione con la penisola balcanica, l'o.k.w. ed il gruppo di eserciti B del generale Rommel, ordinarono una operazione contro le forze partigiane con l'obiettivo di riaffermare il controllo tedesco nella Venezia Giulia e particolarmente nell'istria. L'offensiva, denominata operazione Wolkenbruch (nubifragio), ebbe inizio nella notte sul 2 ottobre 1943 (11) e fu condotta sotto il comando del generale delle SS Paul Hausser che aveva alle dipendenze le divisioni corazzate delle SS Prinz Eugen e Leibstandtarte Adolf Hitler, unità della 162^ divisione turkmena, la 24^ e la 44^ divisione di fanteria corazzata, la 71^ divisione di fanteria, ed infine, poco consistenti unità fasciste repubblicane da poco ricostituite. Il comando operativo dell'e.p.l. dell'istria, invece, poteva contare su non più di partigiani bensì imbaldanziti dalla resa italiana ed equipaggiati con le armi predate ai nostri militari sbandati, ma che non potevano sperare di tener testa con qualche possibilità di successo alle ben più potenti forze tedesche, ammontanti ad oltre uomini (12). (11) LA PERNA G., Pola - Istria - Fiume, Mursia, 1993, p. 198 e ss. (12) RUMICI G., Infoibati ( ), Mursia 2002, p Rivista della Guardia di Finanza 2/2004

17 GLI AVVENIMENTI ALLA FRONTIERA NORD-ORIENTALE: L'ALPENVORLAND E L'ADRIATISCHES KÜSTENLAND L'operazione Wolkenbruch ebbe un'attuazione rapida ed incisiva che consentì di rioccupare il territorio ed annientare la resistenza slava, con l'impiego massiccio dell'aviazione e di unità corazzate. I tedeschi penetrarono nell'istria con tre colonne, precedute da intensi bombardamenti aerei, e in pochi giorni raggiunsero tutte le principali località sulla costa e nell'interno e annientarono e costrinsero alla fuga verso località di montagna impervie i reparti partigiani. Nuclei della resistenza cercarono in qualche modo di rallentare l'avanzata nazista impegnando gli avversari con imboscate, colpi di mano e agguati alle colonne avanzanti, che, per reazione si rifecero sulla popolazione civile, anche di etnia italiana, con fucilazioni indiscriminate, violenze, incendi di villaggi e saccheggi. L'operazione Wolkenbruch si concluse il 9 ottobre con la conquista di Rovigno, ultima roccaforte della Resistenza. Il rastrellamento dell'istria proseguì per tutto il mese di ottobre con una tale brutalità nei confronti non solo del movimento partigiano ma anche verso i civili innocenti di tutte le etnie, che fece salire le perdite tra insorti, partigiani, fiancheggiatori e soprattutto estranei al movimento partigiano a circa persone. A novembre la situazione militare poteva dirsi normalizzata a favore dei tedeschi e per quasi un anno e mezzo l'istria, Fiume ed il territorio della provincia di Gorizia ad ovest dell'isonzo venne tenuto sotto controllo, sia pure con qualche difficoltà, dalle autorità dell'adriatische Küstenland del gauleiter Rainer e del Comandante della Polizia, generale delle SS Globocnik. Le forze partigiane slave e italiane entrarono nella clandestinità e si limitarono ad attività di indottrinamento politico e di operazioni di guerriglia contro i presidi di occupazione isolati, in gran parte costituiti da piccole unità italiane aderenti alla R.S.I. e di preparazione all'insurrezione generale. Rimasero invece saldamente in mano all'e.p.l. le Alpi Giulie da Tarvisio al golfo del Quarnaro e qualche area rurale interna lontana dalle rotabili principali. In questa fase di riorganizzazione gli appartenenti alle unità partigiane di ispirazione italiana furono brutalmente poste avanti ad un 2/2004 Rivista della Guardia di Finanza 607

18 LUCIANO LUCIANI bivio: o perdere la connotazione di nazionalità mediante la dispersione dei singoli elementi nelle formazioni slave ad ovest e soprattutto ad est del vecchio confine italo-jugoslavo, oppure essere passati per le armi. È questa la sorte che toccò al capitano dell'arma Filippo Casini, Comandante del gruppo di Pola, che passò alla Resistenza nell'estate del 1944 con oltre 100 carabinieri con l'intento di costituire un polo di riferimento dei partigiani di etnia italiana. I rapporti con gli slavi si fecero subito molto tesi, quando apparve chiaro che essi combattevano i nazisti per annettere alla Jugoslavia tutta la Venezia Giulia. Il capitano Casini venne ben presto isolato dai suoi uomini che furono dispersi nei reparti a preponderanza slava e fucilato, il 14 agosto 1944 assieme alla moglie (13). Nella seconda metà del 1944 la zona di operazioni del litorale Adriatico vide accentuarsi la sua importanza perché l'inarrestabile avanzata dell'armata Rossa verso il centro dell'europa aveva indotto Hitler a vagheggiare la costituzione della "fortezza alpina" che nel suo lato sud avrebbe dovuto incentrarsi sulle due zone di operazioni Alpenvorland (province di Bolzano, Trento e Belluno) e Adriatisches Küstenland. Il tale quadro l'o.k.w. decise di fortificare le coste dell'alto Adriatico fino a Fiume e di ripristinare le vecchie fortificazioni italiane a protezione del confine orientale. Quest'ultima linea, con caposaldo la città di Fiume era denominata "Ingrid" e controllava l'accesso dai Balcani. Verso la fine della guerra la Venezia Giulia divenne un grande cantiere di lavoro affidato all'organizzazione Todt che impiegò mano d'opera reclutata coattivamente, ammontante fino a uomini dai 14 a 60 anni. L'aumentata importanza strategica della regione richiese un potenziamento della attività antiguerriglia, condotta con vaste azioni di (13) Cfr. "Il Carabiniere", n.11/ La reazione nazifascista alla defezione del Capitano Casini fu drastica. Tutti i carabinieri in servizio nell'adriatisches Küstenland furono disarmati e posti di fronte all'alternativa di arruolarsi nelle SS tedesche, alla MTD italiana o di essere internati in Germania. Solo un terzo scelse la prima possibilità mentre i rimanenti presero la via della prigionia. Nel successivo mese di agosto i nazifascisti disarmarono anche i carabinieri in servizio nel territorio italiano, formalmente appartenenti alla RSI, deportando la stragrande maggioranza in Germania, e ciò a causa della scarsa fiducia che i tedeschi nutrivano nei confronti dell'arma. 608 Rivista della Guardia di Finanza 2/2004

19 GLI AVVENIMENTI ALLA FRONTIERA NORD-ORIENTALE: L'ALPENVORLAND E L'ADRIATISCHES KÜSTENLAND rastrellamento a largo raggio a cui presero parte anche numerosi reparti della R.S.I. Lo spiegamento di consistenti forze nazifasciste costrinse l'e.p.l. ad ordinare il ritiro delle unità partigiane dall'istria e paralizzò ogni attività politica e militare della Resistenza (14). Tra l'autunno del 1944 e la primavera del 1945 i nazifascisti divennero padroni assoluti della situazione nella penisola, completamente sgombra da significative forze slave. Nella provincia di Gorizia, invece, i partigiani delle zone collinari e montane mantennero fermamente le posizioni essendo risultate le azioni di controguerriglia di tedeschi ed italiani inefficaci. Qui ebbe un ruolo importante nella repressione la X Mas che con 4 battaglioni impegnò gli insorti nel territorio di Tarnova subendo perdite pesantissime senza poter raggiungere gli obiettivi prefissati. Nella zona quindi il controllo del territorio rimase nelle mani del IX Corpus sloveno. Il flusso e riflusso delle battaglie ai confini esterni della Venezia Giulia aveva creato due schieramenti contrapposti peraltro non molto omogenei al loro interno. Da una parte, a lato dei tedeschi operavano le forze della R.S.I., degli ustascia croati, dei domobranci sloveni e croati, dei cetnici serbi e la divisione cosacca in Carnia. Nella Resistenza militavano, oltre ai partigiani dell'e.p.l. di Tito, i combattenti italiani del C.L.N., i partigiani italiani aderenti ai partiti comunisti croato e sloveno, nonché un battaglione sovietico composto da ex prigionieri di guerra caucasici. Nel mese di marzo 1945, appalesatosi il declino irreversibile della potenza militare tedesca, Tito costituì la 4^ armata jugoslava, al comando del generale Peter Draspin, e le affidò la missione di attaccare le forze germaniche lungo la costa dalmata a sud di Fiume e successivamente, superato il confine orientale italiano, di puntare direttamente su Trieste (15). (14) GIURICIN L., Istria, teatro di guerra e di contrasti internazionali, Quaderni, C.R.S. Rovino 2001, vol. XIII, pp (15) La 4^ armata fu costituita con ordinanza del 2 marzo 1945 ed inizialmente dispose del IV Corpus (7^ ed 8^ divisione d'assalto), ciascuna su tre brigate e XI Corpus (13^ divisione 2/2004 Rivista della Guardia di Finanza 609

20 LUCIANO LUCIANI Il Comando jugoslavo subordinò all'esecuzione dell'"operazione Trieste" ogni altra attività della 1^, 2^ e 3^ armata, perché obiettivo di Tito era di impadronirsi della Venezia Giulia e di Trieste prima che vi giungessero gli alleati, in modo da porre un'ipoteca territoriale da far valere sul tavolo della pace ai danni dell'italia. Per raggiungere prima possibile Trieste, gli jugoslavi rinunciarono ad occupare Zagabria e Lubiana, le capitali delle future repubbliche di Croazia e Slovenia, che vennero infatti liberate ben dopo il 7 maggio 1945, giorno della fine della guerra in Europa. La difesa tedesca era impostata su potenti capisaldi collegati tra loro da forze mobili. La posizione difensiva dal Vallone di Buccari sviluppandosi con direzione nord-sud raggiungeva M.Nevoso. La linea proseguiva poi per S.Pietro del Carso e Postumia. Il generale Kübler schierò il nerbo delle sue forze, costituito dalla 237^ divisione a sud, a protezione di Fiume, ritenendo che la 4^ armata avrebbe cercato di sfondare proprio in corrispondenza del Quarnaro. Egli stesso pose il suo quartier generale a Villa del Nevoso, in posizione molto avanzata e affidò la restante linea a reparti di collaborazionisti serbi e croati. Più a nord, a protezione di Trieste schierò la 188^ divisione e affidò la difesa costiera e la difesa delle isole di Veglia, Cherso e Lussino a reparti italiani e battaglioni presidiari tedeschi (16). La battaglia iniziò il 17 aprile con il violento attacco della 4^ armata sulla direttrice Dolnice-Fiume sbarrata dalla 237^ divisione tedesca. Nei quattro giorni successivi gli slavi riuscirono a conquistare le posizioni avanzate tedesche, ed a infiltrarsi in qualche punto, ma la difesa principale impostata sulla linea Ingrid, non venne sostanzialmente intaccata. (segue nota) dalmatica e 43^ divisione istriana anch'esse su tre brigate). Il 14 aprile le vennero assegnati in rinforzo il VII Corpus (15^ e 18^ divisione slovena), il IX Corpus (30^ e 31^ divisione slovena), le divisioni 9^, 19^, 20^, 26^ dalmatiche, le divisioni 34^ e 35^ slovene, una brigata carri, una brigata genio ed una brigata di artiglieria. (16) LA PERNA G., Pola, Istria, Fiume ( ), cit. p Rivista della Guardia di Finanza 2/2004

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