LE IMPRESE ARTIGIANE ITALIANE NEL CORSO DELLA CRISI: UNA PRIMA ANALISI DELL EVOLUZIONE STRUTTURALE DAL PUNTO DI VISTA SETTORIALE E TERRITORIALE

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1 64 Quaderni di ricerca sull artigianato 65 - Sennet R. (2008), L uomo artigiano, Feltrinelli, Milano. - Sennet R. (2012), Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, Feltrinelli, Milano. LE IMPRESE ARTIGIANE ITALIANE NEL CORSO DELLA CRISI: UNA PRIMA ANALISI DELL EVOLUZIONE STRUTTURALE DAL PUNTO DI VISTA SETTORIALE E TERRITORIALE Aurelio Bruzzo Dipartimento di Economia e Management dell Università degli Studi di Ferrara 1. Introduzione: presupposto, scopo e contenuto del lavoro Chi si appresta a considerare le condizioni in cui il settore artigiano del nostro paese versa da alcuni anni a questa parte, soprattutto in conseguenza dei gravi problemi posti dalla crisi economico-fi nanziaria tuttora in corso, si attenderebbe di trovare adeguati studi svolti dalle istituzioni e dagli organismi operanti a favore di tale componente del sistema produttivo nazionale. Tale aspettativa si motiva anche in base ai due seguenti principali fattori: - da un lato, la notevole diffusione sul territorio nazionale di questo comparto di attività e la connessa rilevanza da esso rivestita ai fi ni dei risultati annualmente conseguiti dal sistema nel suo complesso sul piano sia della produzione che dell occupazione, nonostante le presunte debolezze e fragilità manifestate dalle imprese artigiane sul piano della competitività da loro esercitata sul mercato globale; - dall altro, l attenzione da numerosi anni prestata dalla Commissione europea e da altre istituzioni comunitarie nei confronti delle piccole e medie imprese (PMI), che è sfociata nella comunicazione del 2008, denominata Small Business Act (SBA), la cui attuazione è in gran parte affi data alle Amministrazioni pubbliche

2 66 Quaderni di ricerca sull artigianato 67 degli stati membri dell Unione europea (UE) competenti in materia. Invece, all atto pratico ci si può accorgere che, di fatto, non risultano disponibili uno o più studi che siano documentati e aggiornati in modo soddisfacente, tali cioè da permettere a un qualsiasi cittadino, così come ad uno studioso, entrambi preoccupati dell andamento attraversato in questa fase così critica, di farsi un idea precisa e attendibile. A ben vedere, esistono vari studi e indagini predisposti in via più o meno continuativa, nonché ad un livello più o meno approfondito, ma essi non sembrano godere delle caratteristiche richieste e ciò per vari motivi (come si verifi cherà più precisamente nel corso del presente lavoro), tra i quali in particolare la mancanza di un adeguato aggiornamento, tenendo conto della continua e massiccia diffusione attraverso ovviamente i vari organi d informazione di notizie di carattere congiunturale a livello macroeconomico circa l evoluzione della produzione (Prodotto interno lordo - PIL), dell occupazione, del volume di fatturato, degli ordinativi, dell import-export, ecc. Alla luce di questa non del tutto sorprendente constatazione, emerge con una certa evidenza l opportunità di condurre uno studio il cui obiettivo sia quello di fornire un qualche contributo all avanzamento delle conoscenze sulla situazione recentemente attraversata dall artigianato in Italia, cercando soprattutto di far emergere le eventuali variazioni che la gravissima crisi economico-fi nanziaria in corso ha apportato o sta apportando alla struttura delle aziende artigiane, dal punto di vista sia settoriale che territoriale. Per conseguire un simile risultato si ritiene che la fonte di documentazione statistica preferibile di cui avvalersi nonostante i limiti che verranno più avanti evidenziati e dei quali si è pienamente consapevoli sia rappresentata da Movimprese di Unioncamere-Infocamere, giacché i suoi dati circa la numerosità delle imprese sono sostanzialmente omogenei e disponibili per un periodo di tempo suffi cientemente lungo da permettere di ricostruire una serie storica che copra dall inizio della crisi (che nei paesi europei si è manifestato nel 2008), fi no alla fi ne del 2011 ed eventualmente anche fi no ad oggi 1. Inoltre, tale fonte appare preferibile perché da essa è possibile desumere tre aspetti che si ritengono utili per cogliere un eventuale evoluzione strutturale presumibilmente di segno negativo fatta contestualmente registrare dal settore artigiano; ci si riferisce alla composizione delle imprese per forma giuridica, alla loro distribuzione per settore di attività economica, nonché per regione e circoscrizione territoriale. In altre parole, si pensa che in tale maniera si possa stabilire, almeno a grandi linee, se la recessione in corso stia effettivamente incidendo in modo negativo sulla consistenza e sulla composizione del vasto ed eterogeneo settore artigiano del nostro paese al quale si attribuisce il fondamentale ruolo di fucina dell imprenditoria italiana. 2. Il ruolo svolto dall artigianato e dalle PMI nel sistema produttivo e lo stato delle conoscenze sull artigianato in Italia 2.1 Il ruolo svolto dall artigianato e dalle PMI nel sistema produttivo italiano Come si è accennato in sede introduttiva, è sostanzialmente unanime il riconoscimento da parte 1 Infatti, per questa fonte sono già disponibili i dati relativi al II trimestre dell anno in corso.

3 68 Quaderni di ricerca sull artigianato 69 degli studiosi circa il rilevante ruolo svolto sia dall artigianato che dalle PMI nell ambito del complessivo sistema produttivo. Tuttavia, qui di seguito pare opportuno ricordare ovviamente in modo molto sintetico i principali spunti rinvenibili in proposito per i due comparti d imprese, trattati uno di seguito all altro 2. Da vari decenni, anche a livello europeo e non solo in Italia, si è consapevoli che le imprese artigiane costituiscono un importante fattore di crescita economica, le cui principali caratteristiche sono rappresentate dalle capacità e dalle intuizioni dei singoli, dalle intense relazioni allacciate tra i vari soggetti operanti in ambito locale, nonché dalla coesione sociale. Inoltre, il variegato mondo degli imprenditori artigiani è apprezzato in particolar modo per la loro capacità di essere piccoli e fl essibili, per le loro produzioni innovative o di nicchia e per una tradizione storicoeconomica e socio-culturale che affonda le sue radici in molti secoli addietro, soprattutto nel nostro paese. Pur tuttavia, se osservato nei suoi aspetti organizzativi e nelle sue dinamiche imprenditoriali più complesse, quello artigiano appare un settore dell economia italiana a modernità incompiuta, nel senso che esso non ha mostrato un chiaro percorso evolutivo verso una dimensione imprenditoriale tale da risultare oggi vincente sul mercato 3. D altro canto, però, in Italia esiste anche un gruppo d imprese artigiane che mostrano di aver in- 2 Si coglie l occasione per sottolineare come le due categorie di imprese in questione vengano sempre considerate distintamente, giacché non sembra possibile integrarle tra loro, così da trattarle congiuntamente, e ciò a causa della diversa natura della defi nizione sulla base della quale vengono rispettivamente individuate: prevalentemente formale, nel caso delle imprese artigiane; prevalentemente dimensionale nel caso delle PMI. L unica eccezione è rappresentata da un rapporto del Centro Studi della CNA (2009) dove si avverte che i dati, desunti dall archivio Asia, sono stati forniti dall ISTAT. 3 L impresa moderna, infatti, dispone in genere della capacità di controllare la concorrenza interna ed estera, di operare su scala globale, di sfruttare le potenzialità offerte dall innovazione tecnologica nei mezzi di comunicazione, di disporre di tecniche produttive altamente innovative, etc., tutti caratteri che le PMI presentano in misura indubbiamente limitata. trapreso un percorso di trasformazione verso forme organizzative più dinamiche e strutturate, che si manifestano nell attività svolta sui mercati internazionali, nelle collaborazioni con sub-fornitori di primo e secondo livello, negli investimenti orientati verso produzioni di fascia qualitativa più elevata o, ancora, nell attività di ricerca di nuovi mercati. Occorre, quindi, distinguere all interno dell artigianato quei sub-settori, quelle aree produttive, quelle scelte strategiche che caratterizzano questo nuovo nucleo più competitivo e performante di aziende artigiane. Infatti, solo in seguito a un lungo, quanto vivace dibattito culturale condotto negli anni Settanta e Ottanta, all universo imprenditoriale artigiano è stato riconosciuto il ruolo svolto ai fi ni del tessuto produttivo a livello locale ed è venuta meno l idea delle imprese di minore dimensione quale fase meramente transitoria dei processi evolutivi aziendali. E possibile sostenere, poi, che l artigianato rappresenta una realtà estremamente importante e dinamica nel nostro paese anche in termini meramente quantitativi: verso la fi ne del decennio scorso si contavano, infatti, quasi 1,5 milioni di imprese artigiane attive (ovvero circa il 35% del totale delle imprese italiane extra agricole), concentrate in particolare nelle regioni centro-settentrionali, dove comunque è presente un fi tto tessuto imprenditoriale. Per contro, le regioni caratterizzate da una minore densità d imprese artigiane rispetto alla popolazione locale, si concentrano quasi tutte nel Mezzogiorno 4. L artigianato in Italia non rappresenta soltanto una realtà diffusa in termini di numerosità d impresa, ma anche una notevole fonte di ricchezza per il Paese 4 A quanto appena rilevato fa eccezione soltanto il Lazio, che tradizionalmente si distingue per una scarsa diffusione dell imprenditorialità artigiana soprattutto in ragione del peso della specializzazione terziaria assunta da Roma quale capitale della nazione.

4 70 Quaderni di ricerca sull artigianato 71 nel suo complesso: il contributo del settore artigiano in termini di valore aggiunto si aggira intorno al 12% di quello nazionale (al netto però dell agricoltura 5 ). Il maggior contributo per la creazione di ricchezza derivante dal settore artigiano si riscontra nelle regioni del Nord (con circa il 60%), mentre l apporto delle regioni del Centro e del Sud risulta più ridotto, con il 40% complessivamente rimanente. Il Mezzogiorno si distingue, invece, per una più consistente creazione di ricchezza per quanto concerne l artigianato dei servizi: circa il 27 % del totale, a fronte del 30% del Nord-Ovest, del 24% del Nord-Est e del 20% dell Italia centrale. Infi ne, per quanto riguarda ancora l artigianato, la sua importanza risulta evidente anche quale fonte d impiego, come viene confermato dal peso di coloro che trovano occupazione nelle imprese artigiane sul totale degli occupati, che è pari a circa il 15% (sempre prendendo in esame la sola occupazione extraagricola nel suo complesso). Coerentemente con la diversa numerosità d impresa, l area del paese in cui si registra la quota più consistente di occupati nel comparto artigiano è il Nord: oltre il 30% degli occupati totali del settore è impiegato, infatti, nel Nord Ovest e un altro 26% nel Nord Est, a fronte di un 24% circa del Mezzogiorno e del 20% del Centro. Passando a considerare nello specifi co le PMI, va brevemente ribadito che la questione relativa alla struttura dimensionale delle imprese italiane è oggetto da molto tempo delle rifl essioni, talvolta anche molto critiche, dedicate al tema della produttività e della competitività del nostro sistema produttivo. In Italia, infatti, alla fi ne del 2010 secondo i dati recentemente pubblicati dall ISTAT (2012) il sistema produttivo 5 Si tratterebbe dunque del V.A. imputabile alle sole imprese artigiane dell industria in senso stretto, nonché a quelle attive nell ambito delle costruzioni e dei servizi. italiano (sempre al netto del settore agricolo, però) era caratterizzato, nel suo complesso, dalla forte presenza di micro imprese: quelle con meno di 10 addetti erano oltre 4,2 milioni, rappresentando il 95% del totale e occupando il 47% degli addetti; il 20% degli addetti (circa 3,5 milioni) lavorava nelle piccole imprese (quelle da 10 a 49 addetti) e poco più del 12% (oltre 2,1 milioni di addetti) in quelle di media dimensione (da 50 a 240 addetti). Soltanto circa imprese (pari a meno dell 1% del totale) impiegavano più di 250 addetti, assorbendo tuttavia il 21% dell occupazione complessiva (3,5 milioni di unità) 6. Tale immagine sembra dunque confermare quanto sostenuto da quegli analisti che valutano negativamente il sistema manifatturiero italiano per il suo nanismo imprenditoriale. Sempre ai fi ni dell analisi della struttura imprenditoriale propria del settore industriale è interessante osservare poi la distribuzione delle imprese per forma giuridica, ancora in base alla stessa fonte ISTAT (2012). In tal senso risultava che quasi i due terzi delle imprese erano individuali (circa 2,9 milioni) e occupavano 4,4 milioni di addetti (con un numero medio pari a solo 1,5 addetti). Oltre il 17% delle imprese adottava la forma giuridica di società di persone, occupando il 16% del totale degli addetti, mentre un altro 17% aveva scelto di operare come società di capitali, assorbendo oltre la metà degli occupati totali (pari a quasi 9 milioni di addetti). Infi ne, la quota restante, di poco superiore all 1%, era costituito da società cooperative, nelle quali operava oltre il 6% del totale della manodopera occupata. 6 Tale concentrazione del sistema produttivo italiano nelle PMI risulta abbastanza evidente anche da un confronto a livello internazionale: secondo i dati elaborati da Ecorys e riportati dalla Commissione europea (2011) le PMI in Italia rappresenterebbero il 99% in termini di numerosità, l 81% in termini di occupazione e il 78% in termini di valore aggiunto, contro una media dei 27 paesi membri pari, rispettivamente, a: 99%, 67% e 58%.

5 72 Quaderni di ricerca sull artigianato 73 Se questi dati riguardanti la dimensione delle imprese vengono scomposti per aree geografi che, si può notare come esistano all interno del nostro paese delle signifi cative differenze della struttura produttiva anche da un punto di vista dimensionale, con ovvie ricadute sulla capacità produttiva e sulla competitività delle aziende. In effetti, appare evidente il maggior peso assunto dalle microimprese nelle regioni meridionali, in alcune delle quali la consistenza relativa di queste aziende è superiore al 90% (rispetto alla media italiana di poco superiore all 82%); di contro sono soprattutto le regioni del Nord Est e la Lombardia a mostrare una composizione dimensionale più importante sia per quanto riguarda le piccole imprese che quelle medie. Per le grandi imprese, invece, sono alcune regioni del Nord, quali Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna a contarne percentualmente di più (0,5%), seguite dal Trentino Alto Adige e dal Veneto (0,4%) Le principali questioni manifestate dalle PMI nei confronti a livello internazionale Poiché si ritiene che la presente situazione di crisi non sia causata dalle caratteristiche del sistema produttivo italiano 8, ma che piuttosto sia la crisi ad accentuare le peculiarità negative di quest ultimo, certamente esistenti in misura non irrilevante, esse possono essere brevemente riproposte attraverso alcuni confronti con il sistema produttivo degli altri paesi. In un Rapporto dell OCSE pubblicato qualche 7 Infi ne, per quanto riguarda la struttura degli occupati il discorso resta sostanzialmente simile anche se con alcune differenze abbastanza signifi cative. 8 E opinione prevalente che anche l attuale crisi non abbia origini reali, bensì squisitamente fi nanziarie, quali l eccessiva dimensione del debito accumulato dal settore pubblico negli ultimi decenni e la conseguente perdita di affi dabilità a livello internazionale da parte di alcuni paesi europei, tra cui l Italia. anno fa, considerando la specifi ca esperienza italiana si evidenzia un quadro a luci e ombre, con un tessuto imprenditoriale esteso ma affl itto, oltre che da nanismo, spesso anche da obsolescenza della conoscenza (OCSE, 2010). Quanto alle diffi coltà connesse all accesso al credito, invece, si sostiene che il venture capital sia ancora poco sviluppato, ma l Italia su questo terreno può esibire, oltre all esistenza di molte piccole banche più sensibili e attente al rapporto con le PMI, il fenomeno dei Confi di che è studiato in tutto il mondo. Per consentire alle PMI di sviluppare interamente le loro potenzialità è indispensabile - secondo l OCSE - un ecosistema istituzionale, che si occupi anche di formazione per le prossime generazioni di piccoli e medi imprenditori e che favorisca la messa in rete delle imprese e della conoscenza. E invece quello italiano nonostante l iniziativa della moratoria dei mutui, apprezzata dagli esperti di Parigi come molti altri Governi continua a mostrare una certa distrazione, forse anche per il motivo che non dispone, ad esempio, di un Agenzia o di una struttura dedicata alle PMI, che segua da vicino le loro problematiche. Anche in uno studio pubblicato più recentemente dalla Direzione Imprese della Commissione Europea (2011) viene analizzata la situazione delle PMI rinvenibile all interno dei 27 stati membri alla luce degli effetti prodotti dall attuale crisi. Lo studio, oltre a prendere in esame alcuni dati statistici come quelli relativi al numero di PMI, al valore aggiunto generato e al livello occupazionale, che qui sono già stati trattati, nella sua parte più qualitativa offre una serie di valutazioni comparative sulla situazione delle PMI per i 10 fattori individuati ai fi ni dello SBA, che vanno dall intensità del livello di imprenditorialità,

6 74 Quaderni di ricerca sull artigianato 75 alla capacità di intraprendere una seconda attività dopo un fallimento, all accesso al credito, al grado di internazionalizzazione entro il perimetro dell UE, alla capacità innovativa e al supporto dello Stato. L immagine che complessivamente si ottiene, purtroppo non è assolutamente entusiasmante: l Italia e le sue PMI sono meno effi caci rispetto alla media europea per parecchi dei 10 criteri, come è ben rappresentato nella seguente fi gura, per commentare la quale ci si sofferma sui principali criteri di valutazione al fi ne di evidenziare ancora una volta quali siano i maggiori problemi incontrati dalle nostre PMI. Il primo è il criterio Second chance, che risponde più o meno alla seguente domanda: quanto facile è per un imprenditore chiudere un attività che si è rivelata fallimentare e aprirne una nuova?. L Italia mostra uno dei risultati peggiori: è il paese dove chi fallisce crea debiti diffi cilmente recuperabili e forse proprio per questa ragione viene marchiato negativamente nel caso egli voglia ripartire. Il secondo fattore in cui le PMI italiane lamentano maggiore svantaggio rispetto ai concorrenti europei è ovviamente l accesso alla finanza, misurato da numerosi fattori qualitativi e quantitativi. Tra essi le PMI italiane non dovrebbero lamentarsi tanto delle limitate garanzie pubbliche e dell elevato tasso di rifi uto ricevuto dalle richieste loro rivolte alle banche, bensì del gap riscontrato per due questioni: il costo del fi nanziamento e la tutela dei diritti legali dei creditori. Altri fattori che contribuiscono a una posizione di svantaggio dell Italia sono poi quelli legati al modesto ammontare degli investimenti in venture capital e alla quota di contributi pubblici destinati allo sviluppo dell imprenditoria. Fig. 1: Lo svantaggio delle PMI italiane rispetto alla media dei paesi UE per i dieci criteri previsti dallo SBA Fonte: EU Commission, Fact Sheet Italy Questi risultati non debbono sorprendere perché non sono nuovi in assoluto, ma devono far comunque rifl ettere i policy maker italiani quando devono scegliere su quali fattori puntare per ritrovare la strada della crescita economica che sembra essere stata persa. 2.3 L insoddisfacente stato delle conoscenze sull artigianato in Italia Al quadro sommariamente fornito nel precedente paragrafo, si affi anca lo stato delle conoscenze circa la situazione in cui versa l artigianato nel nostro paese nella fase di grave crisi fi nanziaria ed economica attualmente attraversata: esso non può essere considerato assolutamente soddisfacente, giacché appare sovrabbondante e, nel contempo, non esauriente, tanto da poter affermare che il grado di effettiva attenzione prestata a questa componente del

7 76 Quaderni di ricerca sull artigianato 77 sistema produttivo italiano è inversamente proporzionale all importanza ad essa solitamente attribuita. Per motivare simili affermazioni sembra opportuno svolgere qui di seguito una breve rassegna dei principali lavori che fanno parte della vasta letteratura scientifi ca rinvenibile, a livello nazionale, in materia di artigianato, e che a questo fi ne possono essere articolati in due grandi categorie: da un lato, le fonti di documentazione statistica e, dall altro, gli studi condotti avvalendosi prevalentemente di tale documentazione. Il primo gruppo di lavori è quantomeno composto da tre fonti uffi ciali, di cui la prima è costituita dal già menzionato Archivio Statistico delle Imprese Attive, denominato Asia, che è annualmente curato dall ISTAT attraverso un processo di integrazione delle informazioni provenienti a loro volta da fonti di natura diversa, cioè sia amministrative che statistiche 9. Il registro Asia ai fi ni di un lavoro come questo presenta i seguenti vantaggi: i) considera appunto le unità produttive effettivamente operative; ii) prevede un articolazione delle unità produttive per classi dimensionali di addetti secondo un impostazione ormai abbastanza diffusa 10, che consente di distinguere le micro imprese dalle piccole e dalle medie, oltre che ovviamente da quelle di maggiore dimensione; iii) tiene conto anche degli addetti (lavoratori dipendenti e indipendenti), così da poter considerare la rilevanza delle imprese anche dal punto di vista della loro consistenza occupazionale. 9 Di esse quelle che a nostro avviso meritano di essere qui citate sono i registri delle Imprese presso le Camere di Commercio e gli archivi dell Istituto Nazionale di Previdenza Sociale (INPS). 10 Le classi di addetti individuate dall ISTAT sono le seguenti sei: 1 addetto, da 2 a 9, da 10 a 19, da 20 a 49, da 50 a 249, oltre 250 addetti. D altro canto, il registro Asia presenta i seguenti non trascurabili svantaggi: a) esso è parziale, nel senso che non copre tutto l universo produttivo giacché non considera le attività agricole, quelle delle Amministrazioni pubbliche e le istituzioni private non profi t; b) e soprattutto non viene tempestivamente diffuso, come dimostra il fatto che l ultimo fascicolo, comparso tra giugno e luglio di quest anno, riporta i dati al 2010 (ISTAT, 2012), così da non consentire di conoscere nel dettaglio la situazione delle imprese risultante nell anno scorso oppure nella prima metà del corrente anno. La seconda fonte uffi ciale, in ordine d importanza, è costituita da Movimprese dell Unioncamere mediante la quale si da puntualmente conto delle iscrizioni (natalità) e delle cancellazioni (mortalità) delle imprese italiane registrate presso le Camere di Commercio (Unioncamere-Infocamere, anni vari), i cui aspetti di pregio o di carenza sono sostanzialmente speculari a quelli della fonte appena menzionata; si tratta, infatti, di una rilevazione completa in termini settoriali, che viene diffusa tempestivamente, cioè trimestralmente, ma che d altra parte comprende anche le imprese inattive, sebbene ancora iscritte nei registri camerali, non fornisce informazioni sulla manodopera impiegata nelle imprese registrate e soprattutto considera solo una fondamentale distinzione fra il totale delle imprese e quelle artigiane, quest ultime intese coerentemente con la defi nizione adottata in base alla normativa vigente nel nostro paese 11. Pertanto, tale fonte consente di condurre un indagine meno raffi nata e più grossolana, sia dal punto di vi- 11 Per le defi nizioni di imprese artigiane e di PMI si rinvia, rispettivamente, a Giombini (2009) e Campagna (2009).

8 78 Quaderni di ricerca sull artigianato 79 sta dimensionale delle imprese, sia della loro effettiva consistenza numerica, rispetto a quella possibile in base alla fonte illustrata in precedenza. La terza fonte di documentazione statistica è costituita da un meno noto, in quanto di più recente attivazione Osservatorio MPMI Regioni, periodicamente elaborato dalla preposta Direzione del Ministero dello Sviluppo Economico, in attuazione dello SBA dell Unione europea. In realtà, questa fonte non fa altro che riproporre in estrema sintesi i dati elaborati e diffusi da Movimprese, per cui presenta le stesse caratteristiche; inoltre, evidenzia un palese contrasto tra il suo titolo che fa sorgere nel lettore l aspettativa di trovarvi una classifi cazione dimensionale delle imprese analoga a quella impiegata dall ISTAT, e il suo contenuto che presenta invece le sole imprese artigiane come sottoinsieme dell universo delle imprese italiane (similmente, appunto all Unioncamere). Un altro segno della limitata attenzione che questo strumento governativo oggettivamente sembra prestare nei confronti delle micro, piccole e medie imprese è rappresentato dal fatto che in esso si affrontano, in specifi ci focus, anche temi solo relativamente pertinenti con quelle, come ad esempio l andamento delle esportazioni, i distretti industriali, i contratti di rete e il grado d innovazione riscontrabile nelle regioni italiane (Ministero dello Sviluppo Economico, 2012). A ben vedere, però, il maggior difetto presentato da tutte queste fonti è costituito dall approccio analitico in esse prevalente che in genere è strettamente congiunturale, con la conseguenza che il potenziale lettore è indotto a rilevare le variazioni intercorse per i vari fenomeni considerati tra un sottoperiodo e l altro (oppure tra un anno e l altro), perdendo così di vista l evoluzione strutturale eventualmente intervenuta per tali fenomeni, che invece sarebbe più interessante cogliere ai fi ni dell individuazione dei suoi fattori causali, nonché della sua interpretazione. Proprio a questo fi ne, allora, si può prendere in considerazione il secondo gruppo di lavori prima accennato, vale a dire gli studi che le stesse istituzioni, oppure altri organismi a loro talvolta collegati conducono e che trovano diffusione attraverso la stampa di rapporti di periodicità solitamente annuale. In questo caso le iniziative sviluppate negli ultimi anni sono alquanto numerose e qui, ovviamente, si tratterà solo, e fra l altro anche sinteticamente, di quelle che si ritengono più signifi cative ai fi ni dell analisi della consistenza, assoluta e relativa, della struttura settoriale, della distribuzione territoriale, nonché delle diffi coltà e delle problematiche incontrate e/o lamentate dalle imprese di piccola e media dimensione, nonché da quelle artigiane. La prima serie qui presentata è ovviamente quella dei rapporti elaborati dall Istituto G. Tagliacarne per conto di Unioncamere, sulle caratteristiche distintive delle PMI, nonché sui principali aspetti congiunturali e strutturali della loro dinamica a partire dall inizio del decennio scorso (Unioncamere, anni vari). In merito ad essi si segnala che il loro tratto distintivo è rinvenibile nell aver progressivamente ampliato le tematiche affrontate, forse all apprezzabile fi ne di voler seguire l evoluzione del dibattito scientifi co e politicoculturale, cercando però di alimentarlo e di arricchirlo anche attraverso indagini appositamente condotte 12. In tal modo, però, questi rapporti, pur essendo annuali, hanno fi nito per presentare una struttura difforme di anno in anno. Comunque, si tratta di un ini- 12 A titolo esemplifi cativo si citano i seguenti temi: l apporto delle PMI alla formazione del valore aggiunto, il posizionamento competitivo delle imprese sui mercati internazionali, l evoluzione della fi liera manifattura-servizi, gli effetti del processo di aggregazione sulla perfomance aziendale, l economia relazionale e le reti d impresa e, infi ne, la formazione di un nuovo concetto costituito dalla Middle class d impresa (MCI).

9 80 Quaderni di ricerca sull artigianato 81 ziativa estremamente pregevole, che però è durata solo una decina d anni, dal momento che l ultimo rapporto è quello pubblicato nel 2009, anno nel quale la collana si è bruscamente interrotta. Il motivo di tale interruzione non è dato a sapere con precisione ed è solo presumibile; piuttosto, si sottolinea come ciò sia avvenuto proprio l anno successivo alla presentazione dello SBA da parte della Commissione europea, cioè in un momento ben poco adatto. In compenso, quando stava per cessare la collana di rapporti dell Istituto Tagliacarne ha preso avvio la pubblicazione di un altra serie di rapporti annuali, intitolati L economia della piccola impresa e curati da due docenti dell Università di Urbino (Calcagnini, Favaretto, anni vari). Si tratta di una serie di volumi nel quali si affrontano vari aspetti della complessa vita delle PMI e dell artigianato, tanto che esaminandoli in ordine cronologico emerge con una certa evidenza come anche in questo caso i temi in essi trattati si siano gradualmente ampliati, sebbene quello chiaramente privilegiato rimanga il problema del fi nanziamento delle imprese, cioè la domanda e l offerta di credito. Inoltre, gli autori dei vari contributi si avvalgono di varie fonti di documentazione, cioè non solo quelle menzionate in precedenza, ma anche ulteriori che, magari, non riguardano in via esclusiva le PMI, bensì le imprese italiane nel loro complesso, oppure che riguardano periodi diversi da quello di riferimento. In tal modo dalla lettura dell insieme dei contributi si coglie un quadro particolarmente articolato e dispersivo, tanto che talvolta rischia di risultare addirittura confuso, facendo perdere di vista quello che dovrebbe essere l oggetto principale dell analisi, vale a dire l attività svolta dalle imprese di minore dimensione nell ambito dell economia nazionale. Non solo, ma anche in questo caso, come quasi tutti i libri pubblicati presso un editore, l ultimo rapporto che è uscito nel 2011, contiene dati di cui i più recenti si riferiscono alla fi ne del 2010 e, pertanto, sebbene l approccio metodologico privilegiato sia quello dell analisi strutturale, si fi nisce per fornire un immagine che non sempre è ancora valida, giacché appare superata dal veloce inseguirsi degli eventi economico-fi nanziari. Una terza serie di rapporti annuali che è ormai giunta all ottava edizione, è quella predisposta sotto il coordinamento di un uffi cio di una grande banca italiana e in collaborazione con CONFAPI, facendo riferimento a un campione di PMI clienti dello stesso istituto di credito (Osservatorio UniCredit Piccole Imprese, anni vari). Si tratta di un indagine prevalentemente qualitativa che attiene però più che altro ai vari aspetti evidenziati dalle relazioni che intercorrono fra la banca e le imprese. Per quanto il fi nanziamento delle PMI costituisca un tema cruciale ai fi ni della loro capacità di svolgere una profi ttevole attività produttiva, tanto da essere oggetto di numerosi studi, si ritiene che il campione d imprese considerato non sia né statisticamente signifi cativo, né suffi cientemente rappresentativo del comportamento di tutte le PMI italiane, in quanto quelle oggetto d indagine sono caratterizzate da un comportamento uniforme, almeno nella scelta del loro istituto di credito di riferimento. Molto più interessanti appaiono piuttosto altri rapporti, redatti dal centro studi di alcune organizzazioni sindacali (Centro Studi CNA, 2009 e 2011; IRES, 2011), per il semplice motivo che in essi si conducono, avvalendosi di dati di fonte uffi ciale, delle analisi che puntano a illustrare la struttura dell artigianato, nonché a determinare il peso rivestito dalle PMI all interno del tessuto produttivo e il contributo da loro recato all occupazione complessiva, affrontando anche lo specifi co tema dell impatto prodotto su di loro

10 82 Quaderni di ricerca sull artigianato 83 dalla crisi in atto (Centro Studi CNA-EURES, 2010) 13. Particolarmente signifi cativo poi appare un recente documento steso proprio al fi ne di sottolineare i cambiamenti intervenuti nella struttura del sistema d imprese in seguito alla crisi, ma esso si riferisce solo al biennio (Fondazione Rete Italia, 2012), che appare un periodo troppo breve per un simile fi ne. Purtroppo, però, quasi tutti questi studi appena citati non sono condotti in modo continuativo, bensì sporadicamente e in un certo senso occasionalmente, nel senso che la loro redazione nasce più dalla volontà del soggetto promotore di sottolineare determinati fenomeni, evidentemente considerati di particolare interesse, piuttosto che dall intenzione di fornire un immagine complessiva e aggiornata del sistema delle imprese minori e di quelle artigiane. Un iniziativa di questo tipo, infatti, rimane evidentemente determinante anche al fi ne di giungere a delineare delle misure di politica economica che risultino effettivamente rispondenti all esigenza di risolvere i gravi problemi lamentati sia dalle imprese artigiane che dalle PMI. 3. L evoluzione della struttura delle imprese artigiane durante il quinquennio L andamento della consistenza relativa Come si è anticipato all inizio del presente lavoro, si sono dunque rilevati i valori annuali desunti dalla banca dati Movimprese dell Unioncamere relativamente al solo stock delle imprese registrate nel periodo , che è formato dai cinque anni che si ritiene di dover considerare, giacché il 2007 è 13 In realtà, quest ultimo studio consiste nell illustrazione dei risultati ottenuti da un indagine condotta mediante questionario tra le imprese iscritte alla CNA e appartenenti a fi liere operanti all interno di tre soli settori di attività manifatturiera (calzature, meccanica e nautica). l ultimo anno del periodo precedente il manifestarsi della crisi in Europa, mentre il 2011 è l ultimo anno concluso (a differenza della crisi, purtroppo). In questo quinquennio si evidenziano due andamenti contrapposti 14 : il primo riguarda la distinzione fra imprese artigiane e non, mentre il secondo andamento attiene all articolazione temporale. Infatti, dal primo punto di vista si nota che, se la consistenza numerica delle imprese nel loro complesso è rimasta sostanzialmente immutata, il numero di quelle artigiane è diminuito di oltre il 2%, mentre quello delle altre imprese è addirittura aumentato, soprattutto negli ultimi due anni del periodo in cui la crisi sembrava aver allentato la sua presa sul nostro sistema economico-produttivo. Dal secondo punto di vista, invece, come emerge con immediatezza dal corrispondente grafi co 1, nel periodo considerato l andamento crescente della numerosità delle imprese artigiane ha continuato fi no al 2008, mentre nell anno successivo la tendenza si è drasticamente, quanto nettamente invertita, per continuare in questa direzione anche nel 2010 e Di conseguenza, la consistenza relativa dell artigianato sulla complessiva imprenditoria nazionale si è ridotta esattamente di mezzo punto percentuale: dal 24,41 al 23,91% del totale delle imprese italiane. Pertanto, si deve convenire sulla sostanziale fondatezza delle conclusioni cui è giunta una delle indagini precedentemente citate circa il fatto che le principali vittime della crisi sono state fi nora le piccole imprese, anche se la loro non è stata una debacle (Fondazione Rete Italia, 2012); gli effetti che si sono fi nora manifestati hanno avuto comunque una portata non trascurabile, soprattutto se li si valuta in un ottica prospettica, nel senso che essi purtroppo tenderanno 14 Si rinvia alla tabella 1 riportata nell appendice statistica.

11 84 Quaderni di ricerca sull artigianato 85 a proiettarsi negativamente sulla consistenza dei principali aggregati aziendali (fatturato, ordinativi, ecc.), nonché dell occupazione impiegata nelle imprese sia nel 2012 che per molti anni ancora. 3.2 L evoluzione in base alla forma giuridica Un elemento che è emerso da quasi tutte le rilevazioni riguarda le variazioni intervenute nella composizione delle imprese artigiane in base alla loro forma giuridica. Infatti, si era rilevato e sottolineato in termini positivi il processo di rafforzamento legato alle società di capitale, come tratto che accomunerebbe le imprese artigiane alla totalità delle imprese. Se si considerano i valori riportati in proposito nella tabella 2 e riguardanti sempre il quinquennio in esame, ci si può accorgere che in effetti l incidenza delle società di capitale è passata da poco più del 3% a quasi il 4% del totale delle imprese artigiane, con un aumento complessivo di oltre mezzo punto percentuale. In realtà, invece la variazione più consistente riguarda le società di persone la cui consistenza relativa si è ridotta di quasi 3 punti percentuali (da più del 20% a più del 17%), a vantaggio soprattutto delle ditte individuali. Queste ultime che nel 2007 rappresentavano già la componente decisamente prevalente, con quasi il 76% del totale delle imprese artigiane (cioè oltre i 3/4), nell arco del primo triennio hanno guadagnato altri due punti percentuali (arrivando così a oltre il 78%), valore che negli ultimi due anni si è contratto solo in misura molto limitata 15. Di conseguenza, non sembra di poter condividere l opinione di coloro che, seguendo un ottica meramente congiunturale e facendo riferimento alle diminuzioni in termini assoluti, avevano affermato che 15 Del resto, dal grafi co 2 anch esso riportato in appendice emerge con evidenza che la contrazione subita dalla forma delle società di persone è andata a vantaggio sia delle società di capitali, sia e soprattutto delle ditte individuali. la forma giuridica che ha maggiormente evidenziato segni di sofferenza riguarda le ditte individuali 16. Queste, infatti, non solo continuano a rappresentare la forma giuridica di cui si avvalgono maggiormente gli artigiani per condurre la loro impresa 17, ma si sono addirittura rafforzate negli ultimi anni, e ciò molto probabilmente in seguito all ingresso nel settore dei neo-imprenditori immigrati da altri paesi, soprattutto extracomunitari. Ormai da più parti si sostiene che l apporto dell imprenditoria immigrata si dimostra decisivo per la tenuta del tessuto imprenditoriale più minuto, soprattutto in settori come quello dell edilizia e degli esercizi pubblici ed è pertanto ormai acquisito; si nutrono invece molte perplessità sul fatto che la maggior parte delle imprese artigiane abbia pienamente, quanto effettivamente partecipato al processo di rafforzamento riconducile alla crescita delle società di capitale. 3.3 L evoluzione in base ai settori di attività economica A prima vista l analisi dello stock delle imprese artigiane articolato per settori di attività economica porterebbe a sostenere come in molti degli studi citati che la loro struttura produttiva si sia notevolmente modifi cata nel breve arco di 5 anni, a tutto vantaggio del settore terziario. In effetti, mentre nel primo triennio a questo settore appartenevano solo poco più del 30% del totale delle imprese artigiane, nel biennio successivo questo avrebbe ampiamente superato in termini di consistenza numerica il 35% del settore nel suo insieme (tabella 3). Consultando, però, con maggiore attenzione 16 Cfr., ad esempio, Bellucci (2011). 17 Non va del resto dimenticato che la ditta individuale di solito è considerata la più effi cace scuola di formazione sul lavoro per l attività imprenditoriale nel nostro paese.

12 86 Quaderni di ricerca sull artigianato 87 la tabella in questione, ci si può accorgere che quanto appena rilevato deriva quasi unicamente dall adozione da parte di Infocamere della nuova classifi cazione ATECO 2007, che sarebbe avvenuta solo in corrispondenza del 2010 (anziché dal gennaio 2008). Questa classifi cazione che è più aderente alla moderna realtà produttiva, appare maggiormente articolata di quella adottata in precedenza, prevedendo l introduzione di alcuni comparti che sono completamente nuovi, nel senso che prima non erano previsti 18, oppure dettagliandone maggiormente qualcun altro 19. Fatta questa doverosa precisione, si può passare ora all analisi dei valori risultanti dalle nostre elaborazioni (tabella 3), anche se in questo caso nella serie storica dei dati di fatto si presenta una discontinuità, attribuibile a una loro disomogeneità che non sembra possibile eliminare del tutto neppure con gli aggiustamenti da noi apportati. Procedendo dunque con cautela, sembra di poter confermare che nel quinquennio considerato sia avvenuta una contrazione del numero delle imprese artigiane operanti sia nel settore primario (che si dimezza) 20, sia in quello secondario (che scende a meno di 2/3 dell artigianato), il tutto a vantaggio di un aumento del numero di quelle appartenenti al settore terziario. Si può pertanto affermare che durante la crisi 18 Si tratta per la precisione del comparto riguardante la gestione del ciclo dell acqua, considerato come manifatturiero, e di quello, ovviamente terziario, delle attività artistiche, sportive e d intrattenimento. 19 Nel settore terziario, infatti, sono stati esplicitati i servizi di supporto alle imprese e le attività professionali, scientifi che e tecniche. Per una specifi ca analisi della portata dei cambiamenti della classifi cazione delle attività economiche ai fi ni delle analisi sulle imprese si rinvia al Cap. 3 della parte prima di Unioncamere (2008). 20 In merito alla riduzione del numero delle imprese artigiane operanti in agricoltura va precisato che si tratta di un processo storico, nel senso che questo settore in effetti più di altri e prima nel tempo ha subito una profonda razionalizzazione dei fattori produttivi, così come delle superfi ci e delle colture, legata però più alle continue modifi che nell uso del suolo agricolo, da destinare ad attività di edilizia residenziale e/o turistica o a iniziative infrastrutturali, che a effettivi processi di razionalizzazione e accorpamento tra imprese. e, forse, proprio in seguito ad essa si sia registrata una terziarizzazione del settore artigiano a tutto scapito delle attività manifatturiere? Considerando con attenzione i valori d incidenza ottenuti nel quinquennio per i vari comparti sembra di poter rispondere alla precedente domanda constatando che per molti di tali comparti le variazioni intercorse sono minime: così si può dire per le costruzioni che aumenta di un punto percentuale, mentre al contrario il commercio si contrae per oltre un punto percentuale; per altri comparti come i trasporti, le telecomunicazioni, le attività immobiliari, quelle professionali, e molte altre le variazioni sono ancora più limitate. Le uniche variazioni di consistenza rilevante riguardano, da un lato, le imprese artigiane manifatturiere il cui peso si è ridotto di 5 punti percentuali e, dall altro, i servizi di alloggio e ristorazione, nonché le altre attività di servizi, il cui peso nel complesso è invece aumentato di circa 5 punti percentuali. L ipotesi interpretativa che si avanza per motivare questa immagine che per alcuni settori è alquanto diversa rispetto a quella ottenibile attraverso i saldi tra iscrizioni e cancellazioni, è che con l adozione della più precisa classifi cazione ATECO molte aziende artigiane che prima venivano genericamente classifi - cate come manifatturiere (per il semplice motivo che non trovavano un comparto adeguato per contenere l attività da loro svolta), ora possono essere attribuite ad un comparto che risulta più confacente. In altre parole, in concomitanza con il periodo in cui è scoppiata la recessione non sarebbe avvenuta una particolare ristrutturazione da parte delle imprese artigiane, tale da indurle a cambiare la loro attività; piuttosto, è la loro attività che è stata fi nalmente classifi cata in modo più aderente all effettivo processo produttivo da esse svolto!

13 88 Quaderni di ricerca sull artigianato L evoluzione in base alla distribuzione regionale Se per la ripartizione settoriale si presentano dubbi circa l interpretazione da dare ai risultati delle elaborazioni svolte per stabilirne l effettivo signifi cato, per quanto riguarda la ripartizione territoriale, cioè per regioni, delle imprese artigiane non sembra proprio che se ne possano presentare. Infatti, sono due gli elementi più signifi cativi che emergono dall analisi dai dati riportati nella tabella 4 e nel connesso grafi co 3. Il primo riguarda la concentrazione delle imprese artigiane in corrispondenza delle regioni nord-occidentali, da un lato, e in quelle meridionali, dall altro. A livello di singole regioni, invece, quelle in cui sono maggiormente localizzate le imprese artigiane sono: innanzi tutto, la Lombardia, con oltre il 18% del totale nazionale delle imprese; questa, però, è seguita da due regioni nord-orientali, cioè Emilia-Romagna e Veneto, con poco meno del 10% ciascuna, a loro volta seguite a breve distanza dal Piemonte, con più del 9%; ulteriori regioni con una forte dotazione di imprese artigiane sono poi la Toscana (circa l 8%) e il Lazio (che sfi ora il 7%); nel Mezzogiorno, invece, le regioni in cui è ubicato un numero relativamente consistente di imprese sono le seguenti tre: Sicilia (con quasi il 6%), Puglia e Campania (con oltre il 5%). Appare, dunque, sostanzialmente confermata la geografi a dell artigianato italiano, così come la sua straordinaria stabilità, che costituisce il secondo elemento che qui va colto e sottolineato. In effetti, considerando la serie storica dei valori per ciascuna regione o circoscrizione territoriale la variazione più consistente che è intervenuta tra le quote percentuali durante il quinquennio non supera il mezzo punto percentuale, essendo costituito dall aumento del peso del Nord-Ovest. In tutti gli altri casi si sono registrate variazioni inferiori a tale valore. Ciò signifi ca chiaramente, a nostro avviso, che la crisi non ha assolutamente infl uito sulla distribuzione territoriale dello stock delle imprese artigiane, nel senso che la contrazione della loro numerosità segnalata all inizio è stata generalizzata, realizzandosi in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Si tratta senza dubbio di un risultato straordinario, soprattutto se lo si confronta con l estrema eterogeneità esistente tra le regioni italiane a anche all interno di ciascuna di esse, cioè tra le province che le compongono. Al fi ne di verifi care se questo fenomeno riscontrato per le imprese artigiane si sia manifestato anche per le altre imprese, si è calcolata l incidenza delle prime sulle imprese nel loro complesso e poi si è determinato lo scostamento intervento nel solito periodo considerato. I rispettivi risultati sono riportati nella tabella 5 e nel grafi co 4. In tal modo si può rilevare anche quali siano le regioni in cui le imprese artigiane si concentrano di più che nella media nazionale (pari a poco meno del 24%) e quali siano le regioni, invece, che hanno evidenziato una maggiore o minore specializzazione del loro sistema imprenditoriale nel settore artigiano. Dal primo punto di vista, si rileva come tutte le regioni centro-settentrionali con l unica eccezione rappresentata dal Lazio 21 dispongano di imprese artigiane in misura maggiore rispetto al valore medio italiano; al contrario, in tutte le regioni meridionali, con due eccezioni rappresentate dalla Sardegna e dall Abruzzo, le imprese artigiane sono meno presenti, a conferma di una minore propensione in favore di questo settore che risale ad un lontano passato. 21 Questa eccezione si giustifi ca con la già sottolineata concentrazione nella città di Roma delle sedi dei Ministeri e delle direzioni generali delle altre Amministrazioni pubbliche nazionali.

14 90 Quaderni di ricerca sull artigianato 91 Dal secondo punto di vista, poi, si ottiene una conferma della precedente affermazione circa la sostanziale equa distribuzione della contrazione delle imprese artigiane rispetto alle altre che compongono i vari sistemi imprenditoriali regionali. Infatti, in tutte le regioni tranne tre (Valle d Aosta, Liguria e Friuli Venezia Giulia) l incidenza del numero delle imprese artigiane sul rispettivo totale delle imprese è diminuita e ciò è avvenuto in maggior misura nell Umbria e nell Emilia-Romagna. Dall altra parte, la consistenza relativa delle imprese artigiane è notevolmente aumentata (di oltre un punto e mezzo percentuale) nella Valle d Aosta che è così diventata la regione più artigiana d Italia, relativamente parlando, seguita a brevissima distanza, però, dall Emilia-Romagna che deteneva il primato fi no al Ovviamente, nelle tre regioni in cui l incidenza dell artigianato è aumentata, tale risultato potrebbe essere presumibilmente attribuito anche a una peggiore performance nel corso del quinquennio da parte delle altre imprese, cioè quelle di maggiore dimensione. 5. Considerazioni conclusive A questo punto ci si rende conto che sarebbe opportuno proseguire l analisi qui avviata per approfondirla e cercare d individuare i fattori causali dei vari fenomeni che si sono fi nora colti e descritti. Purtroppo, un simile tentativo richiederebbe un impegno di studio particolarmente oneroso che qui non può essere assunto, stante la natura introduttiva del lavoro. Pertanto, conviene concludere il presente studio, limitandosi a ricordare brevemente i principali elementi che ne sono comunque emersi e che in qualche misura si discostano da quelli già disponibili. Innanzi tutto, va confermato che alla fi ne del 2011 il complessivo sistema imprenditoriale italiano evidenziava una sostanziale tenuta in termini meramente quantitativi. Per la sua componente rappresentata dalle imprese artigiane, invece, non si può assolutamente avanzare un analoga constatazione, per il semplice motivo che il 2011 è stato il terzo anno consecutivo per il quale l artigianato ha evidenziato un tasso di variazione negativo anche per quanto riguarda la sua semplice consistenza numerica 22. Si tratta di un evidente conseguenza della recessione che ha indotto numerose imprese a chiudere i battenti, così come ha scoraggiato e scoraggia le nuove ad aprirli di fronte a prospettive molto negative soprattutto per quanto riguarda la domanda di beni e servizi fi nali consumati dalle famiglie e di quelli intermedi impiegati dalle altre imprese per svolgere il loro processo produttivo. Inoltre, la recessione non ha prodotto solo una contrazione quantitativa, ma anche una certa evoluzione nella struttura delle aziende artigiane, quantomeno dal punto di vista della forma giuridica d impresa. Infatti, da un lato, sembra che una parte delle società di persone sia stata indotta a cogliere l occasione per evolversi o rafforzarsi, trasformandosi in società di capitali; dall altro, invece, le ditte individuali che costituiscono la categoria d impresa più esposta all accentuarsi delle diffi coltà, sono state costrette in un numero assolutamente non trascurabile ad abbandonare l attività, sebbene la ditta individuale rimanga tuttora la forma giuridica nettamente prevalente. 22 Al margine non si può fare a meno di ricordare che la contrazione numerica in questione riguarda le imprese registrate presso le Camere di Commercio e che, pertanto, essa potrebbe risultare sottostimata rispetto a quella subita dalla consistenza delle imprese effettivamente attive rilevate dall archivio Asia dell ISTAT, nel senso che alcune imprese potrebbero aver temporaneamente sospeso la loro attività, senza però cancellarsi dal registro delle imprese, per la loro speranza nella possibilità di poter riprendere la loro attività in un prossimo futuro.

15 92 Quaderni di ricerca sull artigianato 93 In termini di struttura settoriale durante gli anni considerati sembra proseguire il trend che si era avviato in precedenza e che era caratterizzato da un indiscutibile contrazione delle imprese artigiane operanti nel settore manifatturiero, così come da un aumento delle imprese produttrici di servizi, in parte tradizionali e in parte di tipo nuovo, giacché tali servizi sarebbero destinati alle stesse attività produttive. Infi ne, dal punto di vista geografi co la distribuzione delle imprese artigiane manifesta un andamento del tutto uniforme, tale da non subire sostanziali modifi cazioni nell arco di un intero quinquennio. In proposito, però, va segnalato che neppure nel presente lavoro si è potuto fare riferimento alle effettive tendenze territoriali seguite dalle imprese artigiane nella loro localizzazione, per quanto riguarda quelle di nuova costituzione, o nella loro eventuale rilocalizzazione (o localizzazione esplicita) da parte delle imprese già attive sul mercato. In altre parole, si lamenta la quasi totale assenza di studi salvo quelli condotti a livello di singola area territoriale, costituita di solito dalla provincia tendenti a verifi care innanzi tutto il comportamento seguito dalle aziende nella scelta della propria ubicazione territoriale all interno della regione di appartenenza, con particolare riferimento alla distinzione fra aree urbane e aree rurali, e in secondo luogo a verifi care se su tale comportamento abbia infl uito l andamento recessivo e in quale modo: rafforzando la loro agglomerazione all interno dei distretti produttivi e ai margini delle città, oppure la loro dispersione, al fi ne di ricercare nuovi e/o meno onerosi fattori di competitività. 6. Appendice statistica Tabella 1: Consistenza assoluta e relativa delle imprese artigiane registrate nel periodo (valori assoluti e relativi) Anni Tot. Imprese di cui non artigiane di cui artigiane Inc. % , , , , ,91 Tasso % di var. -0,22 0,44-2,23 - Fonte: Ns. elaborazioni su dati Unioncamere-Infocamere, Movimprese Tabella 2: Distribuzione dello stock delle Imprese artigiane per forma giuridica nel periodo (valori relativi) Forma giuridica Società di capitali 3,3 3,39 3,66 3,92 Società di persone 20,6 18,08 17,82 17,63 Ditte individuali 75,9 78,23 78,21 78,14 Altre forme 0,3 0,30 0,31 0,31 Totale 100,1 100,00 100,00 100,00 Fonte: Ns. elaborazioni su dati Unioncamere-Infocamere, Movimprese

16 94 Quaderni di ricerca sull artigianato 95 Tabella 3: Distribuzione dello stock delle Imprese artigiane per settori di attività economica nel periodo (valori di incidenza %) Settori di attività Settori di attività Agricoltura 1,24 1,29 1,36 Pesca 0,02 0,02 0,02 Agricoltura e pesca 0,71 0,71 Estrazione minerali 0,07 0,07 0,06 Estrazione minerali 0,06 0,06 Primario 1,32 1,37 1,44 Primario 0,77 0,77 Attività manifatturiere 28,98 28,60 28,31 Attività manifatturiere 24,01 23,80 Energia 0,01 0,01 0,01 En. el., gas, ecc. 0,01 0, ,00 0,00 0,00 Acqua, fognature e gestione rifi uti 0,17 0,17 Costruzioni 39,05 39,68 39,79 Costruzioni 39,99 40,04 Secondario 68,04 68,29 68,11 Secondario 64,18 64,02 Commercio 7,88 7,67 7,65 Commercio (ingrosso e dettaglio) 6,19 6,13 Alberghi e ristoranti 0,19 0,18 0,17 Servizi alloggio e ristorazione 3,25 3,34 Trasporti, magazzinaggio e comunicazioni 7,56 7,33 7,16 Trasporto e magaz-zinaggio e Servizi di telecomunicazione 7,78 7,66 Intermediazione monetaria e fi nanziaria 0,01 0,01 0,01 Attività fi nanziarie e assicurative 0,01 0,01 Attività immobiliari, noleggio, informatica, ricerca 4,31 4,42 4,55 Attività immobiliari, Noleggio, agenzie di viaggio, servizi alle imprese, Attività professionali e tecniche, ecc. 4,40 4,56 Istruzione 0,14 0,14 0,15 Istruzione 0,15 0,15 Sanità e altri servizi sociali 0,05 0,05 0,05 Sanità e assistenza sociale 0,05 0, ,00 0,00 0,00 Attività artistiche, ecc. 0,46 0,45 Altri servizi pubblici, sociali e personali 10,48 10,53 10,72 Altre attività di servizi 12,75 12,85 Terziario 30,64 30,34 30,45 Terziario 35,05 35,21 Totale generale 100,00 100,00 100,00 Totale generale 100,00 100,00 Fonte: Ns. elaborazioni su dati Unioncamere-Infocamere, Movimprese

17 96 Quaderni di ricerca sull artigianato 97 Tabella 4: Distribuzione dello stock delle Imprese artigiane per regioni nel periodo (valori di incidenza %) Regioni Piemonte 9,15 9,18 9,24 9,27 9,28 Valle d Aosta 0,28 0,28 0,29 0,29 0,29 Liguria 3,12 3,16 3,19 3,22 3,27 Lombardia 18,13 18,22 18,19 18,21 18,31 Nord Ovest 30,68 30,84 30,91 30,99 31,16 Trentino Alto Adige 1,83 1,83 1,82 1,83 1,84 Veneto 9,90 9,83 9,74 9,75 9,70 Friuli Venezia Giulia 2,09 2,08 2,07 2,07 2,08 Emilia-Romagna 9,95 9,88 9,80 9,74 9,77 Nord Est 23,78 23,61 23,43 23,39 23,39 Toscana 7,95 8,00 8,04 8,03 8,01 Umbria 1,67 1,65 1,65 1,64 1,63 Marche 3,52 3,52 3,51 3,47 3,46 Lazio 6,77 6,89 6,92 6,99 7,03 Centro 19,91 20,06 20,13 20,14 20,13 Abruzzo 2,44 2,44 2,46 2,48 2,48 Molise 0,52 0,52 0,52 0,52 0,52 Campania 5,21 5,13 5,14 5,14 5,14 Puglia 5,34 5,35 5,35 5,34 5,32 Basilicata 0,83 0,82 0,82 0,81 0,81 Calabria 2,56 2,55 2,55 2,53 2,52 Sicilia 5,84 5,79 5,80 5,81 5,71 Sardegna 2,90 2,90 2,90 2,85 2,82 Sud e Isole 25,63 25,49 25,53 25,48 25,32 Totale Italia 100,00 100,00 100,00 100,00 100,00 Fonte: Ns. elaborazioni su dati Unioncamere-Infocamere, Movimprese

18 98 Quaderni di ricerca sull artigianato 99 Tab. 5: Incidenza delle imprese artigiane sul totale delle imprese per regioni nel periodo (valori %) Regioni Piemonte 29,16 29,26 29,17 29,05 29,00 Valle d Aosta 28,59 29,52 30,13 30,40 30,27 Liguria 27,85 28,36 28,32 28,36 28,54 Lombardia 28,24 28,48 28,18 28,01 28,02 Nord Ovest 28,47 28,70 28,50 28,37 28,38 Trentino Alto Adige 24,82 24,87 24,60 24,50 24,45 Veneto 28,85 28,87 28,46 28,31 28,05 Friuli Venezia Giulia 27,32 27,89 27,90 27,69 27,68 Emilia-Romagna 31,01 30,99 30,63 30,15 30,00 Nord Est 29,19 29,25 28,91 28,63 28,46 Toscana 28,53 28,82 28,68 28,34 28,04 Umbria 26,29 25,99 25,60 25,11 24,78 Marche 29,43 29,52 29,22 28,79 28,48 Lazio 17,50 17,63 17,30 17,11 16,89 Centro 23,46 23,57 23,26 22,94 22,64 Abruzzo 24,39 24,38 24,20 24,14 23,92 Molise 21,52 21,74 21,48 21,20 21,28 Campania 14,24 14,04 13,83 13,66 13,48 Puglia 20,19 20,52 20,50 20,26 20,15 Basilicata 19,69 19,64 19,41 19,21 19,21 Calabria 21,01 21,08 20,97 20,54 20,39 Sicilia 18,13 18,21 18,21 18,27 18,01 Sardegna 24,94 25,06 25,05 24,63 24,28 Sud e Isole 18,90 18,94 18,82 18,65 18,45 Totale Italia 24,41 24,52 24,29 24,08 23,91 Fonte: Ns. elaborazioni su dati Unioncamere-Infocamere, Movimprese

19 100 Quaderni di ricerca sull artigianato 101 Grafico 1: Andamento della consistenza assoluta delle imprese artigiane registrate nel periodo Grafico 2: Variazione nella composizione dello stock delle Imprese artigiane per forma giuridica tra il 2007 e il 2011 Fonte: Centro Studi CNA Fonte: ns. elaborazioni su dati Unioncamere, Movimprese

20 102 Quaderni di ricerca sull artigianato 103 Grafico 3: Variazione nella distribuzione dello stock delle Imprese artigiane per regioni tra il 2007 e il 2011 Grafico 4: Variazione dell incidenza delle imprese artigiane sul totale delle imprese per regioni tra il 2007 e il 2011 (valori %) Fonte: ns. elaborazioni su dati Unioncamere, Movimprese Fonte: ns. elaborazioni su dati Unioncamere, Movimprese

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