Luigi FRUDÀ. La gestione della comunicazione in situazioni di crisi e di emergenza di massa

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1 Luigi FRUDÀ La gestione della comunicazione in situazioni di crisi e di emergenza di massa

2 CONTRIBUTI E SAGGI 1. Soltanto a partire dagli anni cinquanta iniziano ad essere pubblicati negli Stati Uniti d America i primi studi scientifici di Sociologia delle emergenze di massa, allora soprattutto natural hazards and disasters. Enrico L. Quarantelli, direttore del Disaster Research Center presso la Delaware University (cofondatore insieme a Russell R. Dynes dell originario Centro di ricerca (1963) presso la Ohio State University) e decano mondiale degli studi in questione, presentando nel 1981 la prima raccolta 1 di ricerche sociologiche italiane sui disastri naturali, ricordava come venendo in Italia per studiare il disastro del Vajont (1963), l alluvione di Firenze (1966), il terremoto del Belice (1968) non trovasse all epoca interlocutori italiani, tanto meno di area sociologica in una situazione in cui la sociologia italiana accademica cominciava a muovere i primi passi. A distanza di quindici anni è oggi possibile affermare che, malgrado una ancora scarsa frequentazione e diffusione, soprattutto accademica, delle problematiche sul rischio e sulle emergenze di massa, una buona massa critica di lavori italiani consente ormai di guardare con fiducia ad ulteriori elaborazioni teoriche ed applicate con una spiccata vocazione multidisciplinare. Facendo riferimento comparato al ricco repertorio tematico messo insieme da Thomas E. Drabek 2 nel 1986, i contributi italiani del decennio successivo hanno innovato originalmente su tre tematiche fondamentali: l elaborazione di una concettualizzazione allargata e multidisciplinare sul rischio, con l abbandono della connotazione ristretta di disasters e di natural hazards; una maggiore attenzione alle problematiche, applicati e di modellistica e di comunicazione in situazione di emergenza di massa (risk communication); uno sviluppo consistente di case studies e di studi di risk management; un ampliamento di prospettiva tematica sino a collegarsi, anche su versanti sociologici, alle problematiche di valutazione di impatto ambientale (VIA) 3 e di impatto sociale (SIA) 4. L insieme di questi elementi porta a concludere che, 1 AA.VV., Disastro e azione umana. Introduzione multidisciplinare allo studio del comportamento sociale in ambienti estremi, F. Angeli, Milano, Thomas E. Drabek, Human System Responses to Disaster. An Inventory of Sociological Findings, Springer-Verlag, New York, Equivalente di Environmental Impact Assessment (EIA). 4 Social Impact Assessment. 952

3 Luigi FRUDÀ partendo dalla indiscutibile premessa che l analisi delle emergenze di massa è tematica spiccatamente multidisciplinare soprattutto sul versante della ricercaintervento e del risk management, è ormai tempo che un più fitto e continuo dialogo intervenga fra le singole discipline coinvolte e fra queste e la pluralità di organi, pubblici e privati, deputati al controllo, soprattutto preventivo, di situazioni a rischio. 2. A questo obbligato percorso, l analisi sociologica e socio-antropologica premette in prima istanza una ritaratura del concetto di rischio, di evento calamitoso, di disastro nella direzione di una allargata accezione del termine emergenza di massa o di evento stressogeno vincolata, secondo un approccio sociologico, ad accertate o accertabili situazioni di impatto antropico, culturale e sociale. Per ridurre la questione a poche battute l approccio sociologico e socio-culturale è sempre più orientato a rifiutare l ottica microanalitica e tecnologistica centrata esclusivamente ed in modo autoreferenziale sul controllo dell evento e sulla riduzione del danno, così come riduttivo e di scarsa utilità appare l approccio statistico-probabilistico al rischio (Probalistic Risk Analysis) che tende a definire-valutare il rischio in termini di probabilità del verificarsi di un evento, in uno stimato intervallo di tempo, per l entità del danno 5. Al contrario il rischio viene concettualmente ed operativamente assunto come co-fattore strutturale di costruzione sociale e culturale 6, indipendentemente dalla sua probabilità e dalla connessa entità di danno il cui ruolo, dinamico e specializzato, è valutabile anche dal fatto di provocare e sedimentare nel tempo sub-culture 7 di adattamento, anche a scala 5 Per una critica a tali approcci ci si può riferire ai contributi dell antropologa inglese M. Douglas (Risk Acceptability According to the Social Sciences, Russel Sage Foundation, 1985, e Routledge and Paul Kegan, 1986) o del sociologo francese Denis Duclos (La construction sociale des risques majeurs, in Fabiani - Theys, La société vulnérable. Evaluer et maitriser les risques, Presse de l ecole Normal Supérieure, Paris, 1987). Una buona rassegna delle varie posizioni è reperibile in Teresa Dina Valentini, Analisi e comunicazione del rischio tecnologico, Liguori Editore, Napoli, 1992, e in Fulvio Beato, Rischio e mutamento ambientale globale, Franco Angeli, Milano, Per un approccio antropologico cfr. anche M. Douglas e A. Wildawsky, Risk and Culture, University of California Press, Los Angeles, Un contributo multidisciplinare di sintesi è costituito da L. Di Sopra, C. Pelanda, M. Strassoldo, Vulnerabilità, stabilità e degenerazione dei sistemi, in B. Cattarinussi e C. Pelanda, Disastro e azione umana, F. Angeli, Milano, Cfr. H.E. Moore, And the Winds Blew, University of Texas, Austin 1964, e le ulteriori rielaborazioni in E.L. Quarantelli (ed.), Disasters. Theory and Research, Sage, Beverly Hills,

4 CONTRIBUTI E SAGGI micro-culturale. Da tali approcci discende che l isolamento analitico e gestionale degli eventi stressogeni realizza, erroneamente, una improponibile frattura sociologica e culturale, non sanabile con un generico ricorso al tener conto del contesto. Vi è insomma un inscindibile continuum socio-culturale fra pre e post impatto, fra normalità e rischio, interconnesso strutturalmente a tal punto che la percezione del rischio può essere decodificata, per moltissime tipologie di eventi stressogeni, unicamente sul piano socio-culturale. Che il continuum delle componenti socio-culturali giochi un ruolo strutturale è dimostrato dal fatto che eventi di uguale intensità producono adattamenti nel breve, medio e lungo periodo differenti a seconda delle differenze socio-culturali di base, nel senso che una buona adattività è certamente connessa a pregresse esperienze culturalmente sedimentate ma soprattutto nel senso che l evento agisce da potente amplificatore di strutturazioni sociali e culturali preesistenti, delle quali non si può non tener conto in una qualunque modellistica operativa. 3. Il primo nodo critico-concettuale da affrontare, anteriore, ma anche interno, a qualsiasi processo comunicativo, si costituisce attorno alla definizione socio-culturale di normalità 8 : concetto instabile, dinamicamente sottoposto a continui adattamenti a forte valenza sociale e culturale, che richiede di essere costantemente monitorato e decodificato su base empirica. Fatta eccezione per pochi eventi naturali, tecnologici, ambientali o sociali la cui intensità raggiunge tangibilmente, in ambienti antropizzati, gradi elevatissimi e traumatici, per la restante parte di fenomeni i criteri che discriminano fra normale e patologico sono sempre connessi, su base culturale e spesso micro-culturale, alla reiterata percezione di un insieme di fatti e comportamenti mediamente valutati come normali in un dato contesto culturale, nel senso che entro certi intervalli tipologici e quantitativi il verificarsi di quegli eventi è ascritto alla normale fisiologia del sistema o sottosistema in esame. Il concetto di normalità viene quindi a definirsi, culturalmente, attraverso criteri comparati di soglia e intervalli connes- 8 Cfr. L. Frudà, Il concetto di normalità nella analisi sociologica delle emergenze di massa, in F. Battisti (a cura di), La città e l emergenza. Organizzazione della protezione civile e pianificazione della sicurezza nelle aree metropolitane, F. Angeli, Milano,

5 Luigi FRUDÀ si e di percezione complessiva della realtà alla quale ci si riferisce. È a questo punto che pertinentemente l antropologia 9 lega percezione del rischio e cultura di appartenenza e la sociologia chiama in causa i processi di comunicazione di massa, che, soprattutto nelle culture contemporanee avanzate, assumono ruoli anche strutturali nel costruire la selezione e contribuire a canalizzare tipi di percezione della realtà 10. Estremizzando le conseguenze implicite in tale approccio, non vi è dubbio alcuno sul fatto che i circa otto-diecimila morti l anno, in Italia, per incidenti stradali siano percepiti come mediamente normali o strutturalmente fisiologici mentre due o dieci morti per un vasto movimento franoso conseguente al verificarsi di un nubifragio siano percepiti come un fatto eccezionale e trattati con elevato rilievo comunicativo. Nel primo caso non si percepisce per nulla il rilievo di massa del fenomeno (si tende routinariamente a valutarli-percepirli come singoli e puntuali avvenimenti che riguardano quella singola persona o quelle poche singole persone in quella singolare e circoscritta situazione di sinistrosità stradale), nel secondo, al contrario, si percepisce, per amplificazione, soltanto il rilievo-massa, e non gli aspetti singolari (due o dieci vittime ) in virtù di alcuni fattori base: il criterio frequenziale della rarità sommato all intensità sommato, anche se non necessariamente, all estensione territoriale del fenomeno sommato, nell esempio specifico, ad una causazione dinamica, in apparenza, del tutto esterna ai singoli individui. Al di là della tipologia di appartenenza degli eventi e delle singolari analisi causative dei singoli fenomeni, non vi è dubbio alcuno sulla persistenza di gravi scompensi percettivi e interferenze comunicative le cui conseguenze vanno ben al di là del piano strettamente comunicativo, sociologico e culturale. La conseguenza culturale più grave investe in modo diretto i concet- 9 Cfr. M. Douglas, cit. 10 Per richiamare sinteticamente, ma in modo puntuale ed aggiornato, le principali teoriche a base empirica si confrontino, di Mauro Wolf, Teorie delle comunicazioni di massa, Bompiani, Milano 1991, e Gli effetti sociali dei media, Bompiani, Milano, 1992, di Gianni Losito, Il potere dei media, La Nuova Italia Scientifica, Roma, Sul giornalismo televisivo americano cfr. David L. Altheide, Creare la realtà. I telegiornali in America: selezione e trattamento delle notizie, ERI, Torino, 1985 (trad. it. da Sage Publications, Beverly Hills, London, 1976); sul giornalismo televisivo italiano cfr. Calabresi - Volli, I telegiornali. Istruzioni per l uso, Laterza, Roma-Bari, Cfr. anche il classico Katz E., Lazarsfeld P., Personal Influence, Free Press, New York, 1955 (trad. it. L influenza personale nelle comunicazioni di massa, ERI, Torino, 1968). 955

6 CONTRIBUTI E SAGGI ti di danno, di danno sociale, di rischio, di rischio di massa e di emergenza di massa che vanno ritarati culturalmente ed operativamente per correggere, ad esempio, la pericolosa ed erronea percezione che ottomila morti l anno per incidenti stradali non costituiscono un danno sociale e non configurano una vera e propria emergenza di massa, a fronte della quale apprestare urgenti e finalizzati piani di intervento tecnico-strutturali ma anche normativi, di controllo e prevenzione, educativi e comunicativi 11. Fra le varie interferenze una qualche priorità va attribuita agli effetti indotti dal criterio dell alta frequenzialità cui si collega un effetto di assuefazione culturale nel cui quadro si inscrive un derivato effetto di scarsa notiziabilità che finisce con l incidere direttamente sulla messa in agenda 12 comunicativa di intere tipologie di eventi (emergenze e degradi ambientali a scala micro, incidenti domestici, variegate sinistrosità quotidiane, microfenomenologie e patologie tecnologiche). Una ritaratura non riduttiva del concetto esteso di rischio e di emergenza di massa passa anche, e necessariamente, per una attenta riconsiderazione e ricollocazione degli aspetti cultural-strutturali e percettivi intrinseci a molte classi di fenomeni. 4. A rendere indifferibile un tale processo critico sollecita la difficoltà contemporanea di dominio e controllo diretto della realtà, che nelle società avanzate a dinamica veloce e accentuata mobilità territoriale è sempre più realtà rappresentata piuttosto che realtà esperita, in un contesto in cui all aumento di complessità sistemica non segue in modo correlato un aumento di razionalità e controllo razionale del sistema tecnologico o sociale o socioeconomico, che sempre più spesso è tangibilmente legato ad equilibri paradossalmente fondati su tassi sempre più alti di incertezza Cfr. al riguardo l attenta ricognizione sulla Risk Analysis di A. Marinelli, La costruzione del rischio. Modelli e paradigmi interpretativi nelle scienze sociali, F. Angeli, Milano, 1993, e L. Frudà, cit. 12 Sull effetto di agenda e sulle ricerche sull agenda setting cfr. E.F. Shaw, Agenda-Setting and Mass Communication Theory, Gazette, International Journal for Mass Communication Studies, XXV, n. 2 ; G. Losito, cit. e M. Wolf, cit. 13 Questione dibattuta all interno di molti saperi disciplinari e ripresa con forza dalla contemporanea Filosofia della scienza. Sul versante sociologico cfr. A. Ardigò, Per una sociologia oltre il post-moderno, Laterza, Bari-Roma, 1988, e L. Gallino, L incerta alleanza. Modelli di relazioni tra scienze umane e scienze naturali, Einaudi, Torino, Sul versante delle scienze fisiche cfr. i recenti contributi del Nobel per la Chimica Ilya Prigogine, Leggi del caos, Laterza,1993, e La fin des certitudes, Editions Odile Jacob,

7 Luigi FRUDÀ All interno di tali dinamiche il mondo della comunicazione e la grande rete comunicativa dei mass media gioca un ruolo propulsivo determinante che finisce con l interferire più o meno direttamente con meccanismi percettivi a scala micro e macro culturale. In primo luogo i media nel loro complesso costituiscono insieme un sistema descrittivo della realtà ed un sistema selettivo, che agendo in un sistema informativo sostanzialmente monopolistico e privo di interattività sostanziale (nel senso che, per i singoli, scarsissime o nulle sono le possibilità di informazione esperienziale diretta o di controllo sulla complessità contemporanea) tendono a divenire sempre più, a scala macro e non solo, l unica realtà di riferimento. In secondo luogo molta della realtà rappresentata dai media finisce, in vario modo, con l attivare o con l influenzare percezioni reali ad ampia diffusione e valutazioni i cui unici punti di riferimento sono costituiti in modo obbligato dalla sommatoria delle rappresentazioni mediali, in una situazione strutturale in cui i media per tecnologie impiegate, per ingegnerie comunicative e per modelli giornalistici tendono sempre più ad omologarsi a livello mondiale. Tale quadro di riferimento strutturale diviene particolarmente critico proprio nel campo della comunicazione in emergenza di massa, a partire soprattutto dalla disarmante constatazione che molti dei rischi contemporanei dell area tecnologica esistono, sul piano della tangibilità empirica ed esperienzale solo in quanto eventi comunicati. È il caso degli inquinamenti ambientali, delle contaminazioni chimiche ed atomiche, dei rischi batteriologici e di altre fenomenologie anche a carattere socio-culturale. Fuori dal ristretto circuito degli scienziati addetti ai lavori le radiazioni nucleari si materializzano e si trasformano in materiale empirico visibile in quanto prodotto empirico di azioni comunicative, così come il vibrione del colera o l inquinamento da atrazina o il tasso di anidride carbonica e simili negli ambienti urbani. Esiste quindi uno specializzato legame strutturale fra azione comunicativa ed emergenza di massa soprattutto in riferimento ad eventi la cui esposizione diffusa può essere rivelata, mediata e governata attraverso azioni comunicative, così come l obbligato e costante riferimento alla realtà rappresentata piuttosto che alla realtà esperita deve convincere ad un uso attento, sperimentato e scien- 957

8 CONTRIBUTI E SAGGI tificamente pianificato della informazione in situazione di emergenza di massa, potenziale o reale. 5. Occorre ammettere, fuori da ogni imperialismo professionale e, se si vuole, anche con un atteggiamento di prudenza e di autocritica, che la comunicazione in emergenza è un prodotto comunicativo ad alta specializzazione che, certamente inscritto all interno della contemporanea ingegneria mediale, si differenzia notevolmente dai routinari contesti comunicativi politematici e impone di essere progettata e gestita secondo codici informativi e professionali appropriati e specializzati. Le analisi sociologiche hanno da tempo iniziato, sul piano della ricerca empirica multidisciplinare, questo costruttivo percorso 14 che ha ricevuto impulso dalla crescente attenzione mondiale per la gestione dei rischi ambientali. La maggior parte dei contributi sono ricondotti politematicamente all interno della risk analysis, del risk management e del crisis management della comunicazione: settori che a partire dal 1984, anno di organizzazione della prima conferenza mondiale sulla comunicazione del rischio da parte della americana Environmental Protection Agency (EPA), si sono aperti a numerosi confronti internazionali 15. Gli antecedenti mondiali che hanno accelerato il processo di analisi e di riorganizzazione problematica e normativa sono principalmente riconducibili all incidente nucleare di Three Miles Island (USA, 1979), all esplosione della Nypro Ltd di Flixborough (Inghilterra) nel 1974, all incidente dell ICMESA di Seveso (Italia) nel 1976, e di Bhopal (India) nel Sul piano operativo un riferimento specializzato alle problematiche comunicative viene prodotto in 14 Quasi tutto l insieme dei contributi prodotti sino al 1985 è reperibile nel repertorio tematico-bibliografico di Thomas E. Drabek, op. cit.; per i contributi successivi ampie bibliografie sono reperibili in F. Beato, cit., e, soprattutto, in Teresa Dina Valentini, cit., e Marco Lombardi, Tsunami, Vita e Pensiero, Milano, Buoni contributi applicati sono venuti anche da studiosi giapponesi. Cfr. S. Mikami e K. Miyata, A Study of Mass Media Reporting in Emergencies, in International Journal of Mass Emergencies and Disaster, DRC, University of Delaware, Newark, 1985; H. Suzuki, Experimental Studies on the Effects of TV News Earthquake Warnings, pubblicati nelle gazzette news dell Institute of Journalism and Communication Studies, University of Tokio, 1984, 32; 1985, 33; 1988, 37. Fra i contributi italiani vanno segnalati il citato volume (Tsunami) di Marco Lombardi, i contributi di analisi e ricerca empirica prodotti dall Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia (ISIG) e coordinati da Bruna De Marchi e Anna Boileau, la raccolta italo-americana curata da R.R. Dynes-B. De Marchi-C. Pelanda, Sociology of Disaster, F. Angeli, Milano

9 Luigi FRUDÀ Europa con la cosiddetta Direttiva Seveso n. 501 del 1982, recepita in Italia con il D.P.R. n. 175 del maggio In sintesi, limitandosi al rapporto comunicatore-pubblico, molte delle ricerche effettuate evidenziano una forte distanza culturale e di codice comunicativo fra tecnici, gestori istituzionali del rischio e pubblico. A ciò si aggiunge il fatto che i gestori dell informazione da un lato hanno scarsa o nulla specializzazione tecnica, nel senso che quasi sempre un qualsiasi cronista o il cronista di area geografica o il giornalista di turno si improvvisa relatore tecnico di qualsiasi tipologia di evento, dall altro, e segnatamente nella situazione italiana, non sempre vengono coinvolti consulenti tecnici o specialistici, mentre costante, o più frequente o sovrabbondante, appare l interlocuzione, in sede informativa, con personale politico o di organismi istituzionali. Sono molti gli analisti, anche a fronte di differenziati punti di partenza, che convergono inoltre su un significato ristretto e specializzato della risk communication 16 e avvertono contro i pericoli di amplificazione sociale del rischio (Kasperson, 1991) per effetto sia di meccanismi endogeni di rete sociale sia di reiterate amplificazioni innescate da improvvisati e incontrollati processi comunicativi che possono originare delle vere e proprie catastrofi informative (Lombardi, 1993). 6. La comunicazione in situazione di emergenza oltre ad essere una comunicazione ad alta specializzazione da progettare, gestire e collocare al di fuori dell ingegneria comunicativa di routine si caratterizza come prodotto a forte impatto socio-culturale e come tale va visto e gestito all interno di un continuum comunicativo sul quale si innestano dei picchi di intensità variabile che hanno una forte relazione dinamica con le strutturazioni socio-culturali di base. È del tutto illusorio pensare che una concezione puramente emergenziale della comunicazione, gestita come unicum fortemente connotato da caratteri di eccezionalità, possa positivamente e taumaturgicamente innestarsi su flussi comunicativi che cultu- 16 Così V.T. Covello, P. Slovic e J.L. von Winterfeldt in Risk communication: a review of the literature in Risk Abstracts, Vol. 3, n. 4, 1986; così O. Renn, R.E. Kasperson, P.J. Staller in Communicating risk to the public, Kluwer, Dordrecht, 1991; così B. De Marchi in Effective communication between the scientific community and the media, Quaderni ISIG, n. 90, Gorizia, 1990; così Lombardi (1993, cit.). 959

10 CONTRIBUTI E SAGGI ralmente la disconoscono, in una situazione strutturale, fra l altro, che al crescere della propria complessità di organizzazione territoriale (es: estensione) e sociale (es: ambienti urbani e metropolitani) ha minori possibilità di supporto testimoniale comparato e diretto sugli eventi in questione. Situazione ulteriormente più critica per molti eventi a genesi tecnologica il cui controllo è possibile unicamente a livello strumentale e la cui estensione, pervasività e impatto è delegata unicamente al sistema comunicativo. Una analisi di Kasperson (1991), modellata in assonanza con la teoria dei segnali in elettronica, disegna con buona attendibilità le potenziali e inevitabili distorsioni conseguenti, a cascata, al lancio di una comunicazione in emergenza (effetto volume, filtro, sottovalutazione e sopravvalutazione, effetto di combinazione, di posizione e contesto, di risonanza e amplificazione). Ritarando in termini più sociologici il modello suggerito se ne conclude che non è per nulla sufficiente, in termini di dinamica sociale e di impatto comunicativo, l analisi del messaggio in sé e il ruolo dell emittente, mentre, al contrario, appare più produttivo fare centro sulle dinamiche più complesse che hanno nel ricevente e nel contesto socio-culturale i ruoli sostanziali per la taratura dei messaggi e per la valutazione della loro efficacia. Accettare un tale approccio al problema implica alcune importanti conseguenze operative, la cui principale premessa risiede nel ricostruire il continuum socio-culturale fra sequenze della normalità quotidiana e picco stressogeno degli eventi in emergenza. Va innanzitutto riconosciuto il fatto che, esclusi rari e traumatici eventi ad estesa pervasività, la maggior parte delle situazioni di emergenza sono attribuibili a tipologie ben precise di rischio e collocabili all interno di territori specializzati: ciò implica l automatica individuazione di altrettanto specializzati contesti socio-culturali ed economico-produttivi che vanno indagati analiticamente, in situazione di normalità, allo stesso modo in cui si procede all analisi delle potenziali categorie di rischio. Si ottengono così due tracciati paralleli che scorrono all interno di un unico ambiente fisico e culturale che si predispone ad essere governato sinergicamente anche, e forse soprattutto, in funzione di interventi preventivi a scala micro e macro, strutturando, ad esempio, il territorio in modo adeguato (viabilità, aree polivalenti attrezzate, presidi socio-sanitari specializzati, 960

11 Luigi FRUDÀ laboratori di monitoraggio), sollecitando e favorendo azioni strutturali micro a forte valenza collettiva (preventivi adattamenti statici antisismici da parte di privati, con parziale concorso pubblico anche sotto forma di agevolazioni fiscali o creditizie, difese preventive - serramenti innovativi, controllo individuale della qualità dell atmosfera - da agenti chimici in situazioni ad alto rischio, recupero convenzionato o agevolato del territorio, riqualificazione funzionale di ambienti urbani), promuovendo campagne di educazione su fasce sociali a rischio ed educando a comportamenti riabilitativi, solidaristici e autofunzionali, anche a dispetto di dati di ricerca non sempre univoci al riguardo 17. Un primo risultato comunicativo che si consegue attraverso le azioni del tipo indicato è quello di impiantare e favorire, su base territoriale, lo sviluppo di una specializzata sub-cultura adattiva in ordine al tipo di rischio prevalente. Si tratta dell amplificazione positiva di un segnale culturale endogeno che verrà a costituire una sicura base per interventi comunicativi in tempi successivi e in situazioni di emergenza reale. Chi convive per lungo tempo con una situazione di potenziale rischio (per esempio i residenti intorno a zone vulcaniche, intorno a grossi ambienti industriali o chimici, i residenti in zone esposte a nubifragi stagionali o al transito di cicloni, i residenti in zone sismiche) nelle situazioni di impatto prefigurate è certamente in grado di sviluppare nel tempo, come collettivo culturale, valutazioni e comportamenti opportunamente mirati e graduati a seconda delle fenomenologie in essere o attese. Un secondo risultato comunicativo raggiungibile nel tempo sarà quello di imparare a distinguere fra copertura informativa generale di un rischio (ruolo soprattutto dei grandi media) e informazione locale specializzata: si tratta di avviare a soluzione, al di là delle disposizioni di sicurezza e delle normative vigenti, un problema grave di gestione dell informazione in situazione di emergenza. 17 In effetti non tutte le indagini empiriche condotte sull educazione preventiva fanno registrare effetti adattivi correlativamente e sempre positivi: anche le analisi critiche sulla letteratura sul rischio conducono la Douglas ad affermare che i risultati positivi attesi si sono alla fine rivelati modesti, in presenza, fra l altro, di qualche evidente contraddizione fra gruppi di ricercatori. La questione non è comunque riducibile ai ristretti termini di analisi individuati dalla Douglas e ripresi da Kasperson e altri (1980). Vi sono in gioco anche questioni metodologiche sostanziali relative allo svolgimento delle indagini, al tipo di progettazione concettuale, al tipo di strumentazioni utilizzate e alle potenziali generalizzazioni derivabili. La Douglas, che ha comunque presente tale problematicità, utilizza la modestia dei risultati applicati e la loro scarsa generalizzabilità per indicare come più sostanziali ed incisive le azioni culturali, prodotte nel tempo, su base esperienziale e in modo endogeno. 961

12 CONTRIBUTI E SAGGI Attualmente, nella situazione italiana, malgrado una normativa indubbiamente avanzata (soprattutto sul rischio chimico-industriale e su incidenti rilevanti) ci si trova in una situazione gestionale incontrollata della comunicazione, nel senso che tutti comunicano in piena libertà, con i propri stili e con i propri codici (privati, istituzioni, aziende, soggetti pubblici) originando reciproche perturbazioni comunicative di non facile decodifica e gestione, e producenti, molto spesso, cattivo adattamento alle varie situazioni in questione: basta richiamare alla mente l incetta di generi alimentari all epoca dell incidente nucleare di Chernobyl e il crollo del consumo di pesce in tutta Italia durante i recenti casi di colera registrati in Puglia. Si è in presenza di un duplice problema: quello della natura e ruolo delle fonti che emettono comunicazione e quello della qualità professionale del segnale. Inoltre il problema trova amplificazione nel fatto che vi è costante perturbazione fra emissioni comunicative centrali ed emissioni periferiche a stretta circolazione locale (ordinanze, avvisi e consigli alla popolazione). Attualmente non esiste, in Italia, una fonte unica ed esclusiva legittimata ad emettere una comunicazione centrale o periferica in situazione di emergenza; al contrario esistono una pluralità di soggetti pubblici e privati che intervengono nel flusso comunicativo producendo informazioni di vario tipo. Del resto appare naturale che in ambienti complessi sempre più permeati da costanti e sovrapposti flussi comunicativi, al verificarsi di un qualche evento si origini una forte attesa, fino ad un vero e proprio bisogno, di comunicazione ordinaria e aggiuntiva da rielaborare funzionalmente in una enorme quantità di sottouniversi interessati: oggi chi origina questa attesa e questo tipo di bisogno finisce con il dover far fronte ad una produzione polimorfa di informazione e di rielaborazioni, anche a genesi pubblica, tendente ad autolegittimarsi soprattutto per il fatto di essere, nella specifica situazione, fonte autonoma di emissione, a tanto imperativamente legittimata comunque e in ogni situazione di crisi, anche nella consapevolezza di un quadro operativo e professionale fra i più variegati. Si pensi alla pluralità di reti pubbliche e private a diffusione nazionale (radio e televisione) e alla pluralità di operatori privati, alcuni dei quali a scala micro, fino ad unità comunali o intercomunali. Al contrario, prima ancora che si arrivi alla diffusa rielaborazione mediale di comunicazioni in situazioni critiche o di emergenza, si dovrebbe poter fissare un 962

13 Luigi FRUDÀ qualche meccanismo obbligato e standard che conduca ad una fonte esclusiva, emittente messaggi in forma canonica e certificata, priva di rumore informativo e utilizzabile operativamente sia a livello centrale che a livello locale e periferico. Malgrado esistano organismi che hanno questo compito, nella situazione italiana si può affermare con sicurezza che nel circuito mass-mediale e nel circuito socio-culturale non esiste, allo stato attuale, visibilità e legittimazione per un soggetto istituzionale o mediale che in modo esclusivo e costante certifichi l informazione in situazione di emergenza: di volta in volta, a seconda degli eventi in questione, ma senza alcuna predeterminata logica tipologico-funzionale, emergono parallelamente una pluralità di comunicatori, locali, nazionali e, in più di un caso, anche internazionali, ai quali segue legittimamente, ma con i risultati facilmente immaginabili, il routinario e pirotecnico carosello della rielaborazione mass-mediale. A tale situazione strutturale si somma una ingegneria comunicativa dei media che, quasi sempre, non è professionalmente organizzata per gestire materie specializzate e molto delicate come quelle delle emergenze di massa, che richiederebbero, al contrario, il costante riferimento a professionisti dell informazione permanentemente organizzati in redazioni specializzate su tematiche ora ambientali ora sanitarie o tecnologiche o sociali. In questa grave situazione soprattutto di governo istituzionale, e quindi centrale, dell informazione in emergenza si finisce con l originare gravi perturbazioni sia sulla informazione periferica e locale, direttamente investita dall evento, sia sui processi di valutazione-apprendimento propri delle singole sub-culture tipologiche in situazione di rischio. Confrontare la propria esperienza informativa locale su un evento con l informazione prodotta ed emessa a livello centrale è a volte disperante sia per i soggetti coinvolti sia per i ricercatori di risk management. Nella situazione italiana gli esempi possibili sono innumerevoli e quasi tutti a forte impatto sociale ed economico fino al punto da poter legittimamente parlare di disastro informativo 18 più che di disastro naturale o tecnologico: si ricordi l episodio del vino al metanolo, dell imminente esplosione del Vesuvio collegata alla sospetta presenza nella baia di Napoli di una nave inglese, pronta, in ipotesi, per un eventuale intervento di evacua- 18 Cfr. l analisi di M. Lombardi (Università Cattolica del S. Cuore di Milano) su Chernobyl elaborata nell ambito di un più articolato progetto di analisi di case study, su finanziamento del CNR e coordinato da L. Frudà. 963

14 CONTRIBUTI E SAGGI zione, del colera a Napoli ed in Puglia, alla moria di pecore in Sardegna, alle colate di lava dell Etna documentate con rituali e vecchie immagini di repertorio che originarono il rischio-sicilia per il turismo nazionale ed internazionale! In sintesi, appare evidente che gli interventi correttivi vanno orientati su più piani: le fonti centrali e periferiche, la progettazione di filiere comunicative obbligate, la formazione di operatori specializzati in informazione in situazioni di emergenza, la fissazione delle fonti emittenti nel circuito socio-culturale, la ricerca scientifica e la sperimentazione di modellistiche informative per tipologie di eventi e per gradi di intensità, il controllo professionale della relazione informativa centro-periferia. L intero progetto deve però radicarsi nel continuum culturale della gestione delle emergenze a partire dalla strutturazione attiva della realtà. Proprio le analisi sui flussi comunicativi dimostrano 19 che, in situazione di emergenza, vi è una forte relazione funzionale e temporale fra bisogno informativo, esprimibile in termini di intensità nel tempo attraverso una curva di domanda, e curva della risposta, e che questa relazione è quasi sempre disarmonica e scompensata per la scarsa e non tempestiva capacità progettuale del processo comunicativo. Parallelamente al verificarsi dell evento viene così ad implementarsi la vulnerabilità del sottosistema interessato per due fattori aggiunti: il tasso di impreparazione socio-culturale (compreso il deficit di azioni di prevenzione e preparazione tecnica che vengono a mancare all esperienza culturale degli eventi che si accumula collettivamente nel tempo) e la incapacità di attivare prontamente flussi informativi adattivi e riabilitativi. Non vi è dubbio che mentre sulla genesi dei singoli eventi, soprattutto naturali, non sempre è possibile intervenire, è invece possibile e opportuno intervenire - soprattutto con i tempi e con gli scenari della normalità - per abbassare la quota di vulnerabilità strutturale aggiunta che attiene a funzioni e dinamiche tipicamente socio-culturali quali quelle comunicative e di prevenzione. E qui al ruolo della ricerca sociologica applicata e della ricerca valutativa 20 in particolare una qualche obiettiva primazia va attribuita. 19 Il riferimento è al modello informativo a onde descritto in M. Lombardi ( 1993 ). 20 Sul ruolo della ricerca valutativa cfr. Frudà (1997) Ricerca valutativa, controllo di qualità e innovazione nella pubblica amministrazione e nella gestione dei servizi pubblici, in Studi di Sociologia. 964

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