Il Principio di non Contraddizione

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1 Formulazione Il Principio di non Contraddizione Nel libro IV della Metafisica, Aristotele prende in esame quello che lui stesso chiama il principio più saldo di tutti (bebaiotáte archè), intorno a cui è impossibile trovarsi in errore 1, e che egli enuncia nel modo seguente: E impossibile che la stessa cosa convenga ed insieme non convenga ad una stessa cosa e per il medesimo rispetto 2 Questa è peraltro solo una delle tante formulazioni possibili del principio in questione, che potrebbe essere espresso anche dicendo che ogni determinazione è ciò che è, e si distingue da ogni altra determinazione, ovvero che l ente è sempre qualcosa di univocamente determinato. Formulando questo principio, Aristotele non fa altro che esprimere nel modo più esplicito quanto la filosofia è venuta mettendo in luce da Parmenide a Platone, riprendendo del resto in ogni aspetto (ed il senso di questa affermazione verrà chiarito in seguito) il superamento operato da Platone nei confronti del pensiero di Parmenide. Intanto si osservi che, se non attribuiamo a quest ultimo (come è però avvenuto nella tradizione filosofica) la negazione della molteplicità degli enti, il Principio di non contraddizione è già individuabile nell affermazione per cui: L essere è, ed è impossibile che non sia Si può infatti anche intendere quest affermazione nel modo seguente: l essere [cioè: ogni ente] è [cioè: esiste secondo la propria determinatezza] ed è impossibile che non sia [cioè: che non sia quella specifica determinatezza che esso è, che sia qualcosa di diverso]. In particolare: ogni ente esiste [= partecipa dell essere] ed è impossibile che non esista [= che non sia un ente, ma un niente]. Nell espressione per il medesimo rispetto, Aristotele si propone infatti solo di chiarire il senso del principio appena formulato: la determinatezza dell ente è appunto il fissarsi nell univocità da parte di un certo significato (ad es. giovane ) che, nel linguaggio, potrebbe restare indeterminato. Ogni significato è espresso concretamente, nel linguaggio, soltanto tramite predicazioni non ambigue (ad es. quando diciamo che Socrate è giovane rispetto a Parmenide, ma non rispetto a Platone ). Dimostrazione Aristotele osserva subito dopo che il Principio più saldo non può essere dimostrato a partire da altro, appunto perché esso costituisce il Fondamento di ogni dimostrazione possibile, e dunque non può, a sua volta, esser fondato su qualcosa di diverso da sé. Questo però non significa in alcun modo che si possa restare indecisi sul valore di quel Principio (su cui è infatti impossibile essere in errore ) ma, al contrario, che la sua verità ha un evidenza assoluta, che non richiede e non può richiedere giustificazioni. 1 Metafisica, Libro IV, I Ibidem, I. 5.

2 Chiunque infatti cerchi di negare il Principio di non Contraddizione (d ora in poi: P.d.n.C.), vuol negare che ogni determinazione sia ciò che è, e pertanto nega che anche la propria tesi (= quella particolare determinazione in cui consiste la propria tesi) abbia il significato che ha: dunque egli nega l esistenza stessa della negazione del P.d.n.C., dichiara la nullità del proprio dire. Sempre che costui voglia esser preso sul serio, e cioè dia alle sue parole un significato non contraddittorio. Chè se poi il suo discorso non intendesse avere un senso preciso, osserva Aristotele, la filosofia non avrebbe neanche bisogno di rispondere al proprio avversario, che semplicemente non direbbe assolutamente nulla, e quindi non sarebbe neanche un vero avversario del P.d.n.C., non più di quanto lo sia un tronco d albero. L avversario potrebbe bensì replicare di non stare semplicemente negando quel principio (e quindi l esistenza della propria tesi), appunto perché (non valendo il P.d.n.C.) si può insieme negare ed affermare una stessa cosa. Ma gli si dovrebbe rispondere che se il suo affermare ed il suo negare vogliono avere valore effettivo di affermazione e di negazione (e non ridursi a semplici emissioni di voce), allora proprio perché egli intende tener ferme insieme l affermazione e la negazione di quel principio, inevitabilmente lo nega: nega la sua determinatezza, nega che tale principio si distingua dal suo opposto, e quindi dichiara ancora l indifferenza, l insignificanza del proprio dire. Ma c è anche il caso in cui, vistosi costretto ad ammettere almeno l incontraddittorietà della propria tesi, l avversario tenti ancora di sostenere che però negli altri casi (in tutti o in alcuni di essi) il P.d.n.C. non funzioni. La confutazione (élenchos) deve allora assumere un carattere un po diverso, più ampio e radicale; anche se in sostanza essa consiste ancora nel far vedere come l avversario di quel principio non riesca assolutamente a dire quanto a prima vista sembrerebbe voler dire 3. Chi infatti voglia negare l incontraddittorietà della determinatezza di un qualsiasi ente, nega anche, con ciò stesso, di star parlando di ciò di cui vorrebbe parlare. Se ad es. l avversario del P.d.n.C. sostiene che questo libro non è questo libro, nella misura in cui dice qualcosa (e non si limita ad emettere suoni privi di senso), sta negando con ciò stesso di potersi riferire in modo determinato a qualcosa che può essere identificato univocamente come questo libro. Se questo libro non fosse questo libro, se davvero fosse vero quanto sostiene chi nega l applicazione del P.d.n.C. al caso di questo libro, si dovrebbe rispondergli che prendiamo atto del fatto che egli non sta parlando di questo libro, ma di qualcosa che, appunto, non ha titolo ad essere individuato come questo libro. Ancora una volta, non è un intervento esterno a dimostrare l impossibilità di negare il P.d.n.C., ma è lo stesso negatore di quel principio che, se vuol dire qualcosa di determinato, qualcosa che abbia un senso preciso, deve anzitutto vanificare la propria negazione. Che resta quindi originariamente tolta di mezzo, nel senso che quel toglimento avviene a monte di ogni affermazione dotata di significato. Né si può ribattere che l avversario del P.d.n.C. afferma prima tale principio, per negarlo poi, giacché, a parte il fatto che anche quel prima e quel poi hanno bisogno, per costituirsi e distinguersi, ancora del P.d.n.C., è il significato stesso della negazione a richiedere che il soggetto di essa sia sempre e comunque tenuto fermo nella sua incontraddittorietà: è insomma proprio all interno del poi (cioè nell esatto momento in cui la negazione tenta di costituirsi) che essa ha bisogno di affermare quanto nega. 3 In effetti, Aristotele indica in modo esplicito soltanto la prima figura dell élenchos (cioè il ragionamento appena esposto). Tuttavia, la seconda figura - esaminata qui di seguito - è implicitamente contenuta nelle successive argomentazioni del Libro IV della Metafisica. 2

3 E dunque non è semplicemente perché essa nega e insieme afferma, che essa non riesce a negare 4 : essa non riesce a negare, invece, perché proprio in quanto nega, là dove nega essa ha bisogno di affermare. E ciò significa che essa fonda la propria esistenza su ciò che vorrebbe negare, e negando quel fondamento essa nega anzitutto se stessa, nega di esistere, di valere come effettiva negazione. E in questa seconda figura che la confutazione del tentativo di negare il P.d.n.C. assume la sua forma più generale e definitiva, che può essere espressa sinteticamente come segue: La negazione di una qualsiasi determinatezza è necessariamente un determinato, che non potrebbe esistere senza quella determinatezza che nega Negando l esistenza di una certa determinatezza, la negazione nega se stessa, dichiara anzitutto la propria inesistenza: proprio nella misura in cui riesce a dire qualcosa, quella negazione non riesce assolutamente a costituirsi come negazione effettiva. Non solo, quindi, il P.d.n.C. è sempre in grado di sconfiggere la propria negazione, ma a rigore quella negazione non riesce neanche ad esistere, ovvero può esistere soltanto come progetto immediatamente tolto, come progetto dell assurdo che resta vanificato nel momento stesso in cui si propone. Ad esistere è in effetti non la negazione del P.d.n.C., ma l illusione che una simile negazione possa esistere. Il P.d.n.C., semplicemente, non ha avversari, è vittorioso da sempre su qualsiasi possibile avversario. O meglio ancora: ogni avversario di quel principio è, in realtà, soltanto un suo sostenitore inconsapevole. Ed è proprio per questo che il P.d.n.C. non richiede dimostrazione, non essendovi alcun altro principio ad esso esterno di cui esso possa aver bisogno, come alleato, per togliere di mezzo la propria negazione. La matrice platonica della formulazione aristotelica del P.d.n.C. Ma Aristotele intende l espressione per lo stesso rispetto anche in relazione al trovarsi nel tempo da parte dell ente (ossia: di certi enti, degli enti che divengono). In altre parti della sua opera egli formula infatti il P.d.n.C. osservando esplicitamente che non è contraddittorio affermare che ad un ente non convengano certe determinazioni che adesso di fatto gli convengono, se ci riferiamo ad un momento della sua storia diverso dal presente. Ossia: è ben possibile, secondo Aristotele, che un certo ente abbia prima e non abbia poi certe proprietà (o viceversa); ed è possibile, in particolare, che un certo ente abbia prima la proprietà di essere, di esistere, e poi la perda, identificandosi quindi al niente. Così inteso, il P.d.n.C. non può in alcun modo essere riportato, come sopra si era proposto di fare, al pensiero di Parmenide, giacché Aristotele afferma, da questo punto di vista, proprio quanto quest ultimo proibiva nel modo più esplicito: che cioè l ente possa qualche volta non essere, che possa essere inteso come esistente nel tempo, come diveniente. Ma questa posizione di Aristotele è quella stessa assunta da Platone in relazione al parricidio compiuto nei confronti di Parmenide, là dove egli da un lato mostra la necessità di affermare le differenze tra le cose (con argomenti non riscontrabili appunto nel pensiero di Parmenide), ma insieme ritiene che almeno per certi enti si possa contravvenire alla proibizione del padre, che vietava di affermare il non-essere (inteso qui come esser-niente) a proposito dell ente. Eppure, a questo punto, proprio la forza del Principio più saldo di tutti potrebbe essere rivolta contro il modo platonico-aristotelico di intendere il divenire: che cosa si deve dire, infatti, in base a quel principio, del tempo in cui questo specifico ente non era (o non sarà) ciò che adesso è, 4 Giacché, fin qui, l avversario del P.d.n.C. potrebbe ribattere che, appunto perché quel principio non ha valore, è del tutto lecito negare ed insieme affermare una stessa cosa. 3

4 ossia del tempo in cui questo ente è supposto assumere determinazioni diverse da quelle che ha nel presente, o perdere determinazioni che al presente gli competono? E cioè possibile che quell ente (futuro o passato) cui riferiamo determinazioni diverse da quelle che caratterizzano questo ente adesso presente, possa essere identificato proprio con questo ente? E, in particolare: è possibile che questo ente, attualmente determinato così come si determina, possa, in un tempo passato o futuro, identificarsi all assoluta mancanza di determinazioni rappresentata dal niente? 5 Divenire significa infatti, nell ottica platonico-aristotelica - ma poi anche in quella dello stesso Parmenide, che appunto perciò nega il divenire (il cambiare luogo e mutare il lucente colore ) - significa l assunzione di qualità, determinazioni prima non possedute (ovvero la perdita di qualità, determinazioni prima possedute) da parte di un certo ente. Ma quando parliamo di un certo ente non ci riferiamo forse ad un ben preciso complesso di determinazioni, ad un complesso che rifiuta di essere identificato ad un qualsiasi altro complesso? Si avvertirà, prima o poi, che un ente privo delle qualità che gli competono (o in possesso di qualità che non gli competono ) non è e non può essere assolutamente quell ente di cui si vorrebbe parlare? L albero che perdesse (e dunque non avesse più) la sua qualità di essere-verde (allora che l albero diventa giallo ) non potrebbe costituirsi come soggetto della frase che dice: l albero verde diventa... (= l albero verde adesso è... / l albero verde sarà... ): se l albero diventa giallo, ciò vuol significare che esso viene ad essere (a tutti gli effetti) giallo, ma allora non si può più pretendere di star parlando di un albero verde. Si rifletta su questa domanda: l albero che è diventato giallo, è ancora verde? se la risposta è no, allora non è dell albero-verde che ora stiamo parlando (e il soggetto della frase l albero è diventato giallo non è l albero verde, ma se mai l albero giallo). Se invece la risposta a quella domanda è sì, allora il P.d.n.C. proibisce che di un albero verde si possa dire che adesso è giallo. E inutile ribattere dicendo che l albero che è diventato giallo era verde, in passato, ed è giallo nel presente (che è quanto afferma appunto Aristotele), perché bisogna sempre rispondere alla domanda: di che cosa stiamo parlando?. Stiamo parlando o no di un albero verde?. L albero-cheera-verde indica pur sempre un insieme di determinazioni che esclude il colore giallo, ed è di tale insieme che subito dopo si vorrebbe predicare quest ultimo colore. Ed ancora: l albero che adesso non esiste, che è un niente (essendo stato abbattuto e poi bruciato) è ancora un albero? Se sì, il P.d.n.C. proibisce di poterlo identificare al niente (un albero è un albero e non un niente); se no, il soggetto della nostra frase non è l albero, ma il niente (e sul fatto che il niente sia niente si può anche - e anzi si deve - essere d accordo). Concludendo: un albero che non è giallo non può e non potrà mai diventare giallo, rifiuterà cioè in eterno di identificarsi ad un albero giallo (né d altra parte un albero che è giallo potrà mai consentire a diventare giallo, ossia a diventare qualcosa che è già da sempre). L unico colore predicabile di un albero verde è, appunto, il verde, così come il giallo è l unico colore predicabile di un albero giallo, e così come l esser privo di foglie è predicabile solo di un albero privo di foglie. E allora, com è possibile affermare che l albero verde diventa giallo, o che quest albero giallo un tempo è stato verde, o che quest albero ricoperto di foglie, in inverno sarà privo di foglie? 5 Parmenide sapeva che l essere, l esistere, non è una determinazione accessoria dell ente: l ente che deponga l essere è l ente che depone se stesso, è appunto l ente-che-non-è. Giacché l ente è definito appunto dal suo non essere un niente ; rinunciando al quale l ente non è più un ente (così come un cerchio che rinunciasse alla circolarità non sarebbe più un cerchio). Non separerai l ente dalla sua connessione con l ente : è possibile che queste parole di Parmenide riescano ancora a dirci qualcosa? 4

5 Allo stesso modo, un ente che è (e tutti gli enti hanno questa proprietà) rifiuterà in eterno di divenire un ente che non è, cioè di divenire un niente, di perdere la più fondamentale ed universale delle proprie determinazioni. Né il niente, che non è, sarà mai in grado di assumere le determinazioni positive di un qualsiasi ente. Ma allora come possiamo fare affermazioni del tipo: quest albero era (o sarà) niente? Il divenire dell ente Con tutto questo non si sta assolutamente negando che esista una variazione nell apparire delle cose, non si sta cioè negando l evidenza (come qualcuno ritiene abbia invece fatto Parmenide): si sta soltanto dicendo che quella variazione (a cui se si vuole si può anche dare il nome di divenire ) non va intesa secondo il senso impostole dall intera tradizione (filosofica, religiosa, scientifica...) del pensiero occidentale, mantenutasi sempre all interno dell ottica platonico-aristotelica. Si sta cioè dicendo che se il divenire significa l assunzione o la perdita di determinazioni specifiche da parte di un qualsiasi ente, allora questo divenire è qualcosa di impossibile, di assurdo. L albero verde non è mai giallo, non diviene giallo, perché l essere-giallo non gli compete in alcun tempo e in alcun modo; e non perde mai il suo essere-verde, non diviene non-verde, perché il verde invece gli compete. Esiste d altra parte un elemento comune all albero giallo e all albero verde, consistente non solo nell essere-albero, ma anche nell essere un particolare albero, un individuazione del genere albero, nell essere cioè quest albero inteso come la permanenza di questo specifico esserealbero, attraverso tutte le varie fasi dell albero verde, dell albero giallo... Ebbene: si potrebbe allora dire che è questo elemento comune (= l individualità dell albero, l albero inteso come sostanza aristotelica) ad assumere via via proprietà diverse? Ma, dobbiamo rispondere, l elemento comune di cui si sta parlando può essere ciò che è (appunto: l elemento comune) solo in quanto è correlato, come invariante, a tutte le determinazioni particolari (l esser verde, l esser giallo, l essere un albero abbattuto...) in cui si esplica questo particolare essere-albero. Se quell elemento comune non è pensato come originariamente indifferente a tutte quelle determinazioni particolari dell albero, se potesse veramente acquisire tratti caratteristici dell una o dell altra, allora non sarebbe affatto l elemento comune a tutte le fasi dell albero. A questo invariante, specifico essere-albero compete l esser correlato a tutte le fasi che possiamo indicare con l espressione quest albero, ma in modo tale che ad esso non può competere alcuna proprietà che non sia comune a tutte le fasi dell albero, cioè che sia assente da qualcuna di tali fasi. E si noti, anzitutto, che a questo invariante essere-albero non può competere mai l esser-niente (cioè il non-essere-albero). Il complesso formato dall unione di questo permanente essere-albero con la totalità delle fasi particolari in cui quel permanere si esplica, è poi quest albero nel senso più pieno e concreto: sintesi individuata di una molteplicità (infinita) di determinazioni, indicabile come l albero nella totalità delle sue manifestazioni : che neanche di tale sintesi si possa predicare il divenire (inteso come acquisizione o perdita di determinazioni) è subito evidente: una totalità è totalità appunto perché non può essere aumentata né diminuita. Ora, se divenire significa rivelare progressivamente, mostrare in successione, da parte di questo concreto essere-albero, le proprie differenti determinazioni, i propri momenti eterni, allora non solo si deve ammettere il divenire dell ente, ma sarebbe anzi autocontraddittorio negarlo: negare cioè che quest essere-albero manifesti via via (nell ordine in cui di fatto le manifesta) le sue varie determinazioni-momento. Giacché negare questo significherebbe ancora negare che quest albero (= la totalità concreta in cui consiste quest albero) si manifesti così come si manifesta, che quest albero sia ciò che è. 5

6 Chiarimenti: Totalità e Momento A) Se con quest albero s intende, appunto come si è proposto sopra, la totalità concreta, compiuta, delle manifestazioni dell albero, è allora certamente lecito affermare che quest albero è verde in estate e non è verde in autunno, giacché i due predicati riferiscono bensì proprietà opposte ad un medesimo soggetto, ma quest ultimo è in grado di assumerle appunto perché gli competono entrambe (e non gli competono per lo stesso rispetto ), proprio come a questo libro possono insieme competere l essere-rosso (quanto alla copertina) e l essere-bianco (quanto alle pagine). Alla totalità compiuta delle fasi dell albero appartengono per definizione l esser verde, l esser giallo, l esser privo di foglie... (così come a quel periodo di tempo che chiamiamo settimana appartengono la domenica, il lunedì, il martedì...). Ma allora, se diciamo - nel senso appena visto - che certe volte l albero è verde, e certe volte non è verde non stiamo forse riconoscendo che quando l albero non è verde, allora non è possibile il suo essere verde, che il suo esser-verde è allora un niente (e viceversa)? Questa domanda può nascere solo dalla confusione tra la compiuta totalità cui ci si stava sopra riferendo, ed un suo particolare momento: se infatti il soggetto della frase l albero è giallo è semplicemente il momento (l albero che rifiuta assolutamente l esser-verde), allora va certamente detto che la sintesi tra quel momento e l esser-verde è del tutto impossibile: dell albero-giallo così inteso possiamo predicare, appunto, solo il colore giallo 6, e dunque il colore verde di quest albero giallo è senz altro un niente. Se invece il soggetto di quell enunciato indica la compiuta totalità dell albero (quella totalità che può accettare come si è visto qualità opposte tra di loro, in quanto predicate per diversi rispetti), allora non solo non è contraddittorio dire che il colore verde compete (adesso come sempre) all albero, ma è anzi impossibile pensare che quel suo colore verde (per il quale soltanto l albero, nella sua compiutezza, è ciò che è) adesso non sia, adesso sia un niente 7. Come il colore rosso della copertina di un libro non esclude l esistenza del colore bianco delle sue pagine (ma anzi, concretamente inteso, la implica), così l esser-giallo dell albero, in autunno, non comporta la nullità del non-esser-giallo dell albero in altre stagioni (ma anzi concretamente lo implica). L albero-verde è un momento (eterno) della compiuta totalità dell albero, allo stesso modo dell albero-giallo: che quei due momenti (eterni) rifiutino di identificarsi tra di loro non implica la nullità, il non-essere dell uno di essi, allorché l altro appare (= si manifesta nell esperienza o nel linguaggio che la descrive), ma implica semmai il suo non-apparire (o il suo non apparire nel modo specifico che compete all altro momento 8 ). 6 A questa predicazione va dato appunto il significato: l albero giallo (il momento in cui l albero è solo giallo, e non è verde) non è verde o l esser-verde di questo albero giallo (che non può essere mai verde) è un niente. 7 La predicazione considerata in questa seconda valenza ha infatti il significato: quest albero che in autunno è giallo (= che è anche giallo, in quanto è la totalità delle fasi dell albero) è anche verde, in estate. 8 A questo proposito, va aggiunto che si dovrebbe mettere in questione il modo in cui l Occidente intende l apparire ed il non-apparire delle cose: nel senso che, ciò che in verità appare, è sempre più di quanto il pensiero occidentale ritiene che appaia. Spesso infatti tale pensiero attribuisce il non apparire tout court a ciò che, in verità, non appare in un certo modo; ovvero attribuisce un apparire solo virtuale a quanto, in verità, appare nelle sua piena e concreta realtà (vedi i contenuti della memoria ). 6

7 B) Ma, stando così le cose, non si potrebbe intendere anche quanto Aristotele dice del divenire, nel senso del convenire di determinazioni diverse ad una sostanza intesa come totalità dei suoi momenti? (Nel senso, cioè che l albero che adesso è verde e che sarà giallo sia inteso da Aristotele appunto come la totalità dei momenti dell albero?). La risposta è negativa, giacché, a parte il rilievo - fondamentale - che per Aristotele l albero può comunque in qualche tempo non essere (venendo così identificato al niente, cioè a qualcosa che non può competere né all albero inteso come totalità, né all albero inteso come momento ), sono gli stessi concetti di potenza e di atto ricorrenti nell opera aristotelica ad escludere la possibilità di ritrovare nel suo pensiero una visione del divenire conforme a quella sopra indicata. Una certa sostanza, secondo Aristotele, ha infatti una determinata proprietà in potenza, proprio perché non la possiede ancora in atto, ossia perché la compiuta attualità di quella proprietà (che peraltro in qualche modo si riconosce competere a questa sostanza) ancora non esiste, o esiste solo in una sostanza diversa. Il che esclude appunto l effettiva presenza di tale proprietà in questa sostanza (= il suo competerle attualmente). La conseguenza di ciò è che, parlando dell essere in potenza (ad es. del colore giallo, che esiste solo in potenza nell albero verde), Aristotele da un lato riferisce una certa proprietà (ad esempio l esser giallo) a qualcosa cui quella proprietà non può assolutamente convenire (l albero verde), dall altro deve concludere che ciò da cui quella proprietà è assente non è semplicemente un aspetto parziale, un momento, ma la stessa concretezza dell ente (ciò che adesso l albero è, nel senso più pieno). E dunque questa concezione (astratta, contraddittoria) del reale, lo impoverisce, riduce la realtà del mondo (= del mondo diveniente ) al solo momento presente, vuol esaurire in tale momento la totalità dell ente. C) Ma il modo platonico-aristotelico di concepire il momento ha caratterizzato storicamente l intera cultura occidentale, e caratterizza anche il nostro modo ordinario di vedere le cose: adesso l albero è giallo non significa certo, per il pensiero filosofico e scientifico dell Occidente - o per il nostro buonsenso - che questo presente esser-giallo semplicemente esclude da sé i momenti in cui l albero non è giallo, ma che li esclude in assoluto, li esclude dall essere. Quei momenti sono considerati ora del tutto inesistenti, in quanto annullati. E proprio questo modo di vedere le cose rende impossibile che il momento venga riconosciuto come fase, aspetto parziale di una certa totalità che si va mostrando: esso resta invece confuso con quella totalità, assume su di sé (contraddittoriamente) i caratteri formali della totalità: il momento presente, in cui l albero è giallo, è inteso non come un parziale manifestarsi della concretezza dell albero, ma come tutto ciò che l albero, adesso, concretamente è. Questo adesso è il presente, visto come escludente il passato e il futuro (nel senso che li esclude dall essere): adesso che l albero è giallo, il passato esser-verde dell albero è andato perduto, è ridotto a niente. Ma, così inteso, l adesso, il presente, è il tempo in cui l ente sarebbe identico al niente, è il tempo dell assurdo. E il momento presente dell albero, isolato dagli altri momenti (= correlato solo al niente-dell albero) è anche negazione di sé in quanto momento, in quanto manifestazione che trova il suo senso concreto soltanto nella relazione alle altre manifestazioni-momento. 7

8 Ed è proprio perché è assunto come isolato dall albero verde che l albero giallo non può esser visto concretamente come albero giallo, e può venir quindi confuso (nella concezione occidentale del divenire ) con quell altro-da-sé che è appunto l albero verde 9. Ed è perché quest ultimo è adesso inteso come inesistente che esso sembra poter assumere una qualche realtà unicamente appoggiandosi all albero giallo, ponendosi come il passato dell albero giallo, e cioè come ciò che, annientatosi, esiste ormai solo identificandosi all albero giallo, esiste solo come ente che è divenuto l altro-da-sé. Nella sua concretezza, l adesso, l apparire attuale, è invece l apertura stessa della verità dell essere, è il mostrarsi di tutto ciò che dell essere immediatamente si mostra. Adesso è il concreto apparire per cui si può e si deve parlare degli enti, delle determinazioni di cui di fatto ora si parla. E questo concreto apparire dice anche, incontrovertibilmente, che il momento non è la totalità, ma una parte dell ente concreto che tramite esso si manifesta, e che, proprio per questo, non solo le altre parti non sono, adesso, un niente, ma il loro esistere è proprio ciò per cui questa parte è questa parte, questo momento è questo momento. E l apparire innegabile dell esistenza di queste altre parti è lo stesso apparire, manifestarsi (spesso incompleto ma formalmente sempre compiuto) della totalità che le unifica. 9 Riguardo a questo punto, la visione dialettica hegeliana - che coglie il contraddirsi dell astratto come il suo cadere nel proprio opposto - contiene indicazioni essenziali sullo statuto concreto dell ente. Anche se, nel suo complesso, tale visione resta fedele alle radici del nichilismo platonico-aristotelico (e ne costituisce anzi una delle forme più rigorose ed estreme). 8

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