I RAPPORTI TRA IMPRESE E SOCIETÀ CIVILE TRA OTTIMISMO, PESSIMISMO E RUOLO DELLE BUSINESS SCHOOL

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1 I RAPPORTI TRA IMPRESE E SOCIETÀ CIVILE TRA OTTIMISMO, PESSIMISMO E RUOLO DELLE BUSINESS SCHOOL Di Davide Nespolo Il dibattito sul capitalismo responsabile e piu o meno vecchio quanto il capitalismo. E facile notare pero quanto si sia esteso da alcuni anni ad oggi, in maniera graduale ma via via crescente. Una rapida ricerca su internet, inserendo nel motore di ricerca l'espressione Corporate Social Responsibility, restituisce oggi quasi 9 milioni di documenti; cinque anni fa, ad esempio, la stessa ricerca si fermava alla cifra (gia ragguardevole..) di 1 milione e 800 mila. Nelle sue diverse articolazioni relative alla Corporate Governance, alla responsabilità sociale d'impresa (C.S.R.) ed all'orientamento al lungo termine a beneficio di tutti i portatori d'interessi (Stakeholders), il dibattito sul capitalismo responsabile e stato alimentato, nell ordine: dagli scandali societari degli anni settanta, dalle ricerche sull'inefficacia dei sistemi di governance delle imprese ad azionariato diffuso, dagli scandali societari degli anni ottanta, sempre negli anni ottanta, dalla perdita di competitività delle imprese anglosassoni nei confronti di quelle tedesche e giapponesi, più orientate allo sviluppo della qualità nel mediolungo periodo, dagli scandali societari degli anni novanta, dall'ondata di takehover ostili, fusioni, acquisizioni e ristrutturazioni aziendali iniziate nei medesimi anni novanta, dalla crescita esponenziale nei differenziali retributivi tra top manager e dipendenti, dagli scandali societari degli anni duemila, da ultimo, dalla crisi finanziaria del , che ha messo in luce ancora una volta le pratiche rischiose di un capitalismo senza freni e senza confini. Se è lecito dubitare dei risultati concreti di tutto questo dibattere, è comunque innegabile che ad ogni ondata il dibattito ha allargato il suo raggio d'azione. Se infatti inizialmente il tema interessava una ristretta cerchia di addetti ai lavori, prevalentemente anglosassoni, oggi solletica l interesse di ampie porzioni dell opinione pubblica globalizzata, nella quale crescono di pari passo la percezione di quale influenza senza precedenti hanno le grandi corporations sulle importanti questioni globali, e la sfiducia nell'integrità loro e del loro management. Eppure si potrebbe dire che il mondo delle aziende sia stato in fondo al centro dello sviluppo economico e sociale degli ultimi 200 anni, inclusi i suoi profili di salute, longevità e mortalità infantile. Un tempo i principali rappresentanti del mondo economico, imprenditori e manager di aziende che in massima parte conservavano un legame con il paese ed il territorio nel quale si erano sviluppate, non avevano bisogno di spendersi in iniziative filantropiche visibili per vedersi riconosciuto un ruolo sociale, di benefattori, magari sottolineato dalla concessione di un titolo di rilievo pubblico. Oggi il mondo occidentale sviluppato e invece sempre più, giustamente, preoccupato dalle esternalità negative dello sviluppo, prima di tutto in termini di sfruttamento delle risorse e degrado ambientale, e fatica ad attribuire un ruolo sociale alle imprese con altrettanta facilità che in passato. Tanto che anche quando si pensa ai paesi in via di sviluppo cio che viene prima alla mente non e il legame tra sviluppo economico e miglioramento delle condizioni umane, ma sono fattori quali la 1

2 differenza negli standard lavorativi rispetto a quelli del mondo occidentale, la disordinata urbanizzazione, il permanere di enormi squilibri sociali. Proliferano quindi i codici di condotta e gli standard internazionali, le normative e le raccomandazioni, le certificazioni e le classificazioni, e non da ultimo le partnership e le collaborazioni tra imprese e società civile. Per gli ottimisti, questo rappresenta la prova di come la responsabilità si sta gradualmente muovendo verso il centro della scena. Gli scettici, al contrario, notano come nonostante tutto essa rimanga troppo marginale e troppo volontaria per fare una differenza reale nel comportamento delle imprese. Di fronte a tutto ciò noi persone comuni, che osserviamo il tema magari nel doppio ruolo di cittadini e dipendenti d azienda, rischiamo di oscillare in continuazione - a seconda dell ultima informazione o sollecitazione ricevuta - passando da un ottimismo un po ingenuo ad un pessimismo un po arrogante, di volta in volta sollecitati da l uno o l'altro aspetto di una materia multiforme ed ancora liquida, il cui contenuto è in continua evoluzione. Estremizzando, le due ipotesi contrapposte si potrebbero forse sintetizzare cosi : da un lato, credere che siamo davvero agli albori di una nuova forma di capitalismo un Capitalismo 2.0, come qualcuno lo chiama capace di essere responsabile verso la società e l'ambiente naturale, ed anzi di offrire un contributo decisivo alla risoluzione dei grandi problemi dell'umanità dall altro, accettare al contrario come un dato di fatto che saremmo ormai in una lunga o breve, ma comunque inarrestabile corsa verso il baratro, che sarebbe dimostrata dal perenne ripetersi degli scandali economico-finanziari, dalla percezione di un incombente disastro ecologico, e dalla continua crescita di disoccupazione e diseguaglianza nel mondo sviluppato. Perché, alla fine, la dipendenza del capitalismo dalla massimizzazione perpetua dei profitti lo porrebbe inerentemente in contrasto con la società e l'ambiente. L'IPOTESI OTTIMISTA Agli ottimisti è sufficiente da un lato osservare la grande diffusione raggiunta dalle attività legate a CSR e sostenibilita, e dall altro notare che il discorso sulle pratiche di impresa responsabile, originariamente nato ai margini delle attività core di impresa, si sta gradualmente spostando in posizione sempre più centrale e strategica. Per quanto riguarda il primo punto - la diffusione crescente delle attivita di CSR - basta guardare alle statistiche. Secondo la Corporate Responsibility Officers Association (CROA), associazione internazionale che riunisce i professionisti di CSR, il 65% delle aziende europee ha ormai una funzione dedicata esclusivamente alla responsibilità sociale, molto spesso collocata a diretto riporto dell'amministratore Delegato, e quasi il 70% ha almeno un prodotto/servizio il cui marketing si basa su un messaggio responsibility related 1. Questa crescita avrebbe giustificazioni non solo etiche ma anche puramente economiche. Come i sostenitori della CSR non mancano di sottolineare, infatti, le buone pratiche non solo non sarebbero un extra-costo, ma costituirebbero al contrario un vantaggio economico per le imprese che le adottano. La loro adozione su larga scala sarebbe quindi col tempo inevitabile. A conferma di cio una quantita di studi sottolinea, dati alla mano, la correlazione tra pratiche di CSR e performance finanziaria delle aziende. E innumerevoli società di consulenza e rating propongono classificazioni in base ai piu vari indici di responsabilita e sostenibilita, al fine di guidare gli investimenti verso i titoli più etici. Ethisphere, ad esempio, e un importante think-tank dedicato ad etica e sostenibilita nel mondo del business, che riunisce oltre 200 tra corporations, universita e istituzioni, e pubblica una classifica annuale delle Imprese piu etiche al mondo 2. Il report dimostra come le percentuali medie di 2

3 profitto di queste imprese siano state sempre migliori rispetto a quelle della media delle imprese nell elenco delle Standards & Poors 500 costantemente dal 2007, quando la ricerca e iniziata. Ma ancora piu della crescita quantitativa e importante la crescita qualitativa della sostenibilita, o meglio il suo progressivo spostarsi verso una posizione piu centrale nel quadro delle strategie aziendali. Da questo punto di vista e ad esempio particolarmente interessante notare l intensita con cui i piu noti Management Guru ossia gli autori di best seller della letteratura d impresa piu popolari tra consulenti e manager si sono occupati negli ultimi anni di responsabilita sociale e sostenibilita. Seguendo l esempio di Peter Drucker, precursore del management responsabile, negli ultimi anni da Charles Handy 3, allo studioso delle configurazioni organizzative e del mito e realta del lavoro manageriale Henry Mintzberg 4, alla ex direttrice dell Harvard Business Review, Rosabeth Moss Kanter 5, autrice di alcuni tra i volumi piu influenti sul cambiamento nelle organizzazioni, al profeta della learning organization Peter Senge 6, al guru del vantaggio competitivo Michael Porter 7, i principali leader del pensiero manageriale hanno fatto a gara ad analizzare e ristrutturare con passione il ruolo dell impresa nei confronti della società. Al di là dei contenuti piu o meno pregevoli, questa è una buona notizia di per se : apparentemente le punte più avanzate del pensiero manageriale stanno tracciando la via; cio che sarà da vedere e se i top managers la seguiranno tanto quanto hanno fatto in passato. Un esempio su tutti e quello di Michael Porter, uno dei piu autorevoli e seguiti studiosi di strategie d impresa. Nell articolo di copertina della Harvard Business Review di gennaio-febbraio , Porter incita le imprese a ripensare radicalmente il proprio ruolo, ridefinendo le loro strategie per generare valore economico con iniziative che indirizzino al tempo stesso qualcuno dei grandi problemi della società e dell'ambiente. La big idea che può essere all'origine della prossima grande trasformazione del pensiero manageriale e secondo Porter quella della creazione di valore condiviso tra imprese e società civile. Se solo il management delle grandi imprese aprirà gli occhi sugli immensi bisogni dell'umanità che ancora non hanno trovato una risposta, nonché sul costo che i deficit sociali rappresentano anche per le imprese, questo aprirà la strada ad una nuova epoca di innovazione e crescita. A supporto della tesi, Porter e il co-autore Mark Kramer citano numerosi esempi di grandi aziende il cui approccio puramente business-oriented non può essere messo in discussione (General Electric, Google, IBM, Intel, Johnson & Johnson, Nestlé, Unilever, Wal-Mart..) che si sono di recente lanciate in importanti sforzi di creazione di valore condiviso. E se il presente e incoraggiante, il futuro non puo che essere migliore. Molti infatti (ad esempio Daniel Goleman, altro guru autore del bestseller Intelligenza Emotiva, anche lui vinto alla causa della sostenibilita con il piu recente Intelligenza Ecologica 9 ) sostengono che l' era della trasparenza creata dallo sviluppo dei mezzi di comunicazione ci consentirà sempre più in futuro di giudicare le corporations in virtù dei loro comportamenti, resi pienamente visibili dalla potenza della rete internet, anziché per i loro soli risultati come e avvenuto fino ad oggi. Questo spazzera via dal mercato per sempre coloro che non riescono a coniugare etica e competitività. Secondo gli ottimisti parrebbe quindi senz ombra di dubbio che stiamo entrando nell'era di un nuovo capitalismo, un capitalismo responsabile e dal volto umano. L'ANTITESI PESSIMISTA Puo essere vero che nel futuro l era della trasparenza favorira i comportamenti sostenibili. Per adesso, pero, la maggior visibilità dei comportamenti delle imprese non ha fatto altro nella realtà che portare alla luce una quantità di malpractices più o meno gravi, con all'apice alcuni grandi scandali. Dai comportamenti alla base dei crack finanziari di Enron o Vivendi, Cirio o Parmalat, alle malpractices nel terzo mondo evidenziate da alcune Organizzazioni Non Governative a carico di grandi multinazionali come Nike o Nestlé, a quelle legate ai disastri ambientali come quelli 3

4 attribuiti a Shell o BP, le vicende dell ultimo decennio sembrerebbero aver dato ragione a coloro che pensano che la dipendenza dalla perpetua crescita dei profitti ponga il capitalismo irrevocabilmente contro la società e l ambiente. Ed anche al di la dell aumentata visibilita dei comportamenti irresponsabili, ci sono gli elementi per ipotizzare che ci sia stato un effettivo incremento delle pratiche non-sostenibili ed anti-etiche 10. L'evoluzione nella struttura del capitale, con il prevalere sempre più pronunciato del debito e degli azionisti di natura puramente finanziaria, ha infatti sempre piu focalizzato le imprese sui profitti di breve termine e sull andamento dei propri titoli sui mercati finanziari globalizzati. Molte delle cattive pratiche all origine degli scandali finanziari sarebbero ricollegabili in ultima analisi a questo focus eccessivo sulla generazione di cassa nel breve e brevissimo termine. Senza contare, al di là dei profili giudiziari, la progressiva perdita di terreno degli attori più deboli, quali dipendenti e fornitori. Ribaltando le tesi degli ottimisti, si potrebbe quindi sostenere 11 che dietro alla crescita degli investimenti in responsabilità sociale d'impresa ci sia in realta proprio la necessità di far fronte (probabilmente senza grande successo) ad un generalizzato calo di popolarità che ha colpito le grandi corporation a seguito degli scandali e dell'incrementata attenzione da parte degli attivisti. Da questo punto di vista le pratiche di responsabilita d impresa sarebbero quindi un espediente esclusivamente strumentale, vicino alle pure e semplici pubbliche relazioni. Ma c e di piu. Anche a non assumere un punto di vista puramente strumentale come quello appena citato, infatti, bisogna riconoscere che è difficile attribuire alle pratiche di CSR come le abbiamo conosciute fino ad oggi un efficacia anche minima nel contribuire a risolvere qualcuno degli urgenti problemi concreti della società. Il ritornello della sostenibilità ha avuto fino ad oggi successo in azienda solo quando non ha comportato scelte particolarmente dolorose. Spesso infatti l aggettivo sostenibile è sinonimo di riduzione costi, e come tale e particolarmente apprezzato dai direttori finanziari. E in piu, a pensarci bene, molto di quanto e uscito negli ultimi anni dai dipartimenti di CSR delle aziende non è in realtà niente di nuovo. Gli investimenti filantropici, la sicurezza e salute sul lavoro, la cura del benessere dei dipendenti, il coinvolgimento del consumatore e delle comunità locali sono qualcosa che era in giro ben prima che l'etichetta di responsabilità sociale gli fornisse un profilo organico. Ciò non significa che gli investimenti non siano aumentati e che le iniziative filantropiche finanziate dal settore privato non abbiano conosciuto una stagione di sviluppo. Assumendo un punto di vista pessimista, pero, ci si potrebbe chiedere quanto questo sia stato concretamente efficace, e quanto possa indicare che e effettivamente in atto un evoluzione nei rapporti tra impresa e societa. Infine anche l argomento, citato sopra, che la responsabilita debba necessariamente imporsi nel lungo termine, in quanto economicamente vantaggiosa per l azienda che la pratica, presenta numerosi punti deboli. Secondo i sostenitori delle buone pratiche questo vantaggio economico passerebbe infatti innanzitutto attraverso un miglioramento dell immagine aziendale, e l impresa quindi ne guadagnerebbe in termini di lealta o fedelta della propria clientela (Customer Loyalty). Da un lato, pero, le evidenze di questo legame tra sostenibilita dell impresa e lealta del cliente sono controverse e, dall altro, anche qualora fossero dimostrate riguarderebbero solo una parte del mercato. Customer Loyalty ed immagine aziendale valgono infatti soprattutto per le aziende che aggrediscono la fascia alta di mercato, ma non per coloro (e nel totale delle scelte dei consumatori sono ancora probabilmente la maggioranza) che basano la propria competitività sui costi. Come se no si spiegherebbe il successo cinese? Dal punto di vista degli economisti le aziende, anche quelle più grandi, non sono fatte per costruire il proprio ambiente, ma per reagire ed adattarsi ad esso per sopravvivere in una competizione. Là dove i consumatori fanno scelte comunque largamente basate sul prezzo, le imprese non faranno altro che adattarsi a tali preferenze. E poiché è verosimile che il prezzo più basso sia operabile da chi produce in modo meno sostenibile (perché non incamera nei prodotti i costi delle esternalità 4

5 sociali e ambientali), è probabile che nel lungo periodo siano gli operatori meno sostenibili a risultare vincitori sul mercato. Questo almeno fino a che non intervenga una regolamentazione generalizzata, che metta tutti gli attori sullo stesso piano obbligandoli a rispettare gli standard minimi definiti. Il problema è ovviamente che nel mondo economico globalizzato gli standard dovrebbero anch'essi essere definiti a livello globale, o almeno al livello di quelle aree nell'ambito delle quali venga praticato il libero scambio di beni e servizi 12. Non si vede però come l'attuale assetto delle istituzioni internazionali, basato ancora sulle diplomazie e sul procedimento della negoziazione tra stati sovrani, possa produrre e far rispettare degli standard che siano diversi da un compromesso sul minimo livello possibile. In sintesi quindi, ed in linea con l'economia neoclassica: le imprese, che sono geneticamente definite per perseguire il massimo profitto, non possono che cercare di adattarsi nel modo migliore al loro ambiente competitivo e di mercato, così come viene definito dai gusti dei loro potenziali consumatori. Il compito di cambiare quell'ambiente dovrebbe spettare invece ad altri enti ed istituzioni, innanzitutto governativi. Questi ultimi però sono oggi bloccati dall'impossibilità di regolare la materia a livello di singolo stato, e dall'incapacità di coordinarsi a livello sovranazionale. In conclusione, in questo quadro fondamentalmente pessimista l'unica opportunita di cambiamento e rappresentata da un mutamento nelle preferenze dei consumatori. Se e quando i gusti dei consumatori cambino, ad esempio in direzione di una maggiore sostenibilità sociale e ambientale dei propri acquisti, le imprese vi si adatteranno rapidamente. Un movimento delle preferenze dei consumatori in tale direzione e sicuramente avvenuto; cio che e difficile pero e misurarne la portata e la profondita. UNA SINTESI: OLTRE I CONFINI? Come si vede, da un punto di vista puramente economico i pessimisti sembrano avere i migliori argomenti. E l accostamento tra economisti e pessimisti non e qui del tutto casuale. L economia e infatti la triste scienza 13 che riduce ogni relazione tra gli esseri umani ai loro rapporti di scambio, dove il singolo ha come unico obiettivo quello di ottenere, nel breve o nel lungo termine, il massimo profitto. Nell economia classica gli attori economici, essendo motivati solo da moventi opportunistici, non hanno motivi razionali per poter agire proattivamente su temi sociali o etici. Questo paradigma e cosi potente nella nostra epoca che e stato applicato perfino ad analizzare e spiegare le scelte di coloro che operano nel mondo della politica 14. Guardando le cose da un punto di vista piu generale, e senza voler fare collegamenti troppo azzardati, verrebbe da affiancarlo al clima di scetticismo e nichilismo che sembrano crescere tra i giovani 15, ed alla constatazione che da tempo sono gli studi e le carriere piu lucrative a farla da padrone nelle scelte universitarie degli studenti. In linea con questo paradigma economico dominante appreso sui banchi di universita e business school, il management delle aziende transnazionali ha cessato per molto tempo di preoccuparsi della comunità al di là dei confini dell'impresa e si è focalizzato solo sul business, quasi che esso fosse un'entità a sé stante, chiusa in se stessa ed autonoma rispetto alla società, che deve rendere conto solo ad un mercato impersonale o ad un azionista che non chiede altro che profitti. Nella teoria economica neoclassica, infatti, perseguire il massimo profitto consentirebbe di per se un'ottimale allocazione delle risorse e per questa via il raggiungimento del massimo beneficio per tutti, mentre gli scopi sociali o etici dovrebbero essere lasciati alle organizzazioni caritatevoli 16. La teoria economica e pero, appunto, una teoria. Nella realtà invece si e spesso osservato quanto la massimizzazione dei profitti possa essere in contrasto con la società in cui l'azienda opera, ed anzi avvenire a spese della società, ad esempio 5

6 distruggendo posti di lavoro anziché crearli. E, anche in conseguenza di cio, lo stesso paradigma degli attori economici mossi solo da moventi opportunistici ha finito per far parte, in forma uguale ed opposta, anche della mentalita degli attivisti. Gli attori del settore pubblico e del terzo settore si sono infatti abituati a vedere le grandi corporations come il nemico, il primo ostacolo alla realizzazione di una società più giusta e sostenibile. Un nemico con il quale interagire solo per fare pressione o negoziare in modo da poter meglio raggiungere i propri scopi (essendo questi scopi, tra l'altro, gli unici scopi davvero degni di essere perseguiti). Nella realta, ovviamente, un tessuto economico sano è necessario ad una società sana e viceversa. Qualunque programma pubblico deve essere affiancato da un tessuto di imprese che funzionano per garantire creazione di posti di lavoro e ricchezza, inclusione e integrazione, innovazione, sviluppo degli individui e mobilità sociale. E dall'altro lato un tessuto economico sano necessita di una società sana, che sia capace di garantire l'educazione, la salute e la presenza di regole del gioco condivise, a protezione sia dei consumatori che delle aziende, ed in fondo a tutto di creare le condizioni a sostegno di una domanda verso cio che le imprese producono. Il problema quindi è anche culturale: vedere l indipendenza o la separazione (e il conflitto) più che l'interdipendenza, sia da parte dei manager che da parte degli esponenti della società civile. Sarebbe invece necessario che i primi non reagissero come se non fosse affare loro quando i problemi sociali vengono introdotti nella loro agenda, e che i secondi non reagissero negativamente quando tali problemi sociali vengano associati alla possibilità di un profitto. Significativamente Peter Drucker, il citato capostipite di tutti i management guru (o il guru dei guru, come e stato anche definito) consigliava a tutti coloro che ambivano a ricoprire ruoli di responsabilita nel settore privato di svolgere periodi di volontariato come strumento di sviluppo personale. Michael Porter, nell articolo citato piu sopra, esorta i leader delle corporations ad un cambio di paradigma, ed a trovare nuovi modi per coniugare profitti e finalita sociali. Porter sottolinea come le aziende siano intrappolate in un approccio obsoleto alla creazione di valore che [...] perde di vista i bisogni più importanti di potenziali clienti ed ignora le influenze più ampie che potrebbero determinare il successo di lungo termine. La soluzione, secondo Porter, sta all' intersezione tra bisogni della società e performance aziendale. Creare valore economico in un modo che crei anche valore per la società, indirizzandone bisogni e sfide 17. Realizzare questo richiede ai manager la capacita di sviluppare nuove conoscenze e capacita. Ad esempio la capacita di analizzare piu in profondita i bisogni della societa, una migliore comprensione delle basi reali della produttivita aziendale, e l abilita di operare attraverso gli attuali confini tra profit e non-profit. Al di la dei periodi di volontariato consigliati da Drucker, questo tipo di conoscenze e capacita in genere non ha pero molto a che vedere con la pratica corrente del lavoro manageriale, e non e quindi acquisibile sul luogo di lavoro. Ha invece a che vedere con un quadro piu ampio, e dovrebbe percio essere oggetto di una formazione specifica. IL RUOLO DELLE BUSINESS SCHOOL Le business school sono, oggi piu che mai, il luogo in cui si formano i futuri leader in ogni campo. Il numero di studenti che conseguono un MBA o un altro dei diplomi rilasciati da una business school e cresciuto drammaticamente, cosi come e cresciuto il numero dei corsi e la loro varieta. Oggi si puo studiare per un MBA part-time, on-line, lavorando, frequentando in piu paesi diversi durante lo stesso corso di studi. E non e piu solo il mondo delle imprese ad attingere alle Business School. Da li escono leader della politica, dell educazione, della sanita, del giornalismo. Si tende infatti a considerare che lo stesso tipo di leadership necessario per avere successo nel mondo del business possa essere applicato anche in altri settori, profit e non profit. Dopo la crisi e gli scandali dei primi anni duemila, vista anche la forte correlazione tra cio che esce 6

7 dalle business school e cio che entra nei board delle aziende, in molti hanno cominciato a chiedersi se cio che viene insegnato negli MBA - e anche cio che non viene insegnato ma forse dovrebbe esserlo - potesse avere un legame con la crisi e con i comportamenti irresponsabili di alcuni top manager 18. Dopotutto Jeffrey Skilling, il presidente di Enron condannato per una delle frodi piu gigantesche della nostra epoca, ha nel suo curriculum un MBA ad Harvard. E le business school hanno a lungo sfornato generazioni di manager per i quali il paradigma anglo-americano del valore per l azionista costituiva un dogma indiscutibile. Tra le accuse che sono state mosse alle business school vi sono quella di creare manager esclusivamente orientati al successo finanziario di breve termine e quella di allenare gli studenti soprattutto a prendere decisioni in tempi brevi ed in base ad informazioni incomplete, in particolare attraverso l utilizzo del metodo dei case study. Questo tipo di allenamento sarebbe utile a sostenere il candidato nell assumere posizioni di comando e responsabilita, ma produrrebbe dall altro lato negli aspiranti manager superficialita, incapacita di valutare con attenzione gli impatti indiretti di ogni decisione, ed in definitiva arroganza 19. In base a queste accuse sembrerebbe quindi non solo che la formazione manageriale non tenga sufficientemente in conto la societa e l ambiente, ma addirittura che molta della business education maggioritaria si basi su assunti ed approcci che sono quasi antitetici alla sostenibilita. La sostenibilita infatti per sua stessa natura dovrebbe basarsi sul lungo termine, nonche sull attenta valutazione degli impatti di ogni decisione sia sull ambiente che sulla societa in cui l impresa opera, mentre le business school sembrerebbero al contrario aver promosso l orientamento al breve termine ed alla valutazione dei soli impatti finanziari. Ma non e tutto. Secondo il modello 70/20/10 del Center for Creative Leadership di Princeton 20 l apprendimento manageriale avviene per il 70% on the job, per il 20% attraverso relazioni individuali che servano da modello o stimolo diretto (incluse le relazioni che oggi si e soliti etichettare in azienda come mentoring e coaching ) e solo per il rimanente 10% attraverso libri e corsi. Una business school che voglia fare la differenza dovrebbe quindi, anziche focalizzarsi sui tradizionali corsi di finanza, marketing e gestione operativa, cercare di utilizzare questo 10% soprattutto per competenze che il luogo di lavoro non potra fornire, e che sarebbero quindi a maggior ragione di responsabilita degli organi di formazione. E soprattutto sui banchi delle business school quindi che leader e aspiranti leader del mondo delle imprese dovrebbero imparare principi e teorie sulla responsabilita sociale. Lo conferma autorevolmente una recente survey condotta da Accenture su oltre 750 Chief Executive Officers di imprese tra le piu grandi del mondo in piu di 100 paesi 21. La survey mostra tra le altre cose come anche la grande maggioranza dei top managers ritenga che la chiave per far avanzare la sostenibilita risiede nel sistema educativo. In conclusione, le business school sono state accusate di non supportare la crescita nella societa di leader piu sostenibili almeno da due diversi punti di vista. Da un lato per quello che spesso insegnano, che non sarebbe particolarmente idoneo a far si che i manager tengano in considerazione l impatto delle proprie scelte sulla societa e sull ambiente in cui l impresa opera. Dall altro per cio che invece esse non insegnano, ma che sarebbero probabilmente le sole a poter fornire su larga scala agli aspiranti leader d azienda. Oggi, in realta, anche sull onda della crisi e delle accuse mosse al sistema di business education, un crescente numero di business school offre programmi di CSR e sostenibilita, sia come parte del curriculum di un programma MBA che come corso a se stante. L Aspen Institute pubblica ad esempio ogni due anni dal 1999 la ricerca Beyond Grey Pinstripes 22, una sorta di classifica mondiale delle business school che analizza tra l altro fino a che punto esse incorporino elementi di sostenibilita nei loro programmi di studi. Nel 2001 le scuole che richiedevano ai propri studenti di seguire obbligatoriamente almeno un corso che trattasse temi etici, sociali o ambientali erano solo il 34%; nel 2007 erano balzate al 63%; nel 2009 erano ulteriormente cresciute al 69%, fino ad arrivare al 79% nel Basta inoltre scorrere i volantini pubblicitari delle scuole per capire come il mondo delle business school abbia ormai affiancato quello delle grandi multinazionali nello sforzo di comunicare 7

8 un immagine etica e sostenibile. Anche in questo caso pero, come nel caso delle aziende, resta da vedere quanto questo possa poi tradursi in un impatto reale. In terzo luogo, segnali di ottimismo vengono anche dall osservazione delle principali istituzioni internazionali nel mondo della business education, ed in particolare di quelle che gestiscono i processi di accreditamento. Tradizionalmente l accreditamento e infatti un tema cui le business school sono particolarmente sensibili, in quanto spesso puo fare la differenza nell indirizzare la scelta degli aspiranti studenti tra una scuola ed un altra. Ad oggi, la sostenibilita non fa ancora parte dei processi di accreditamento, che sono invece focalizzati in genere piu su temi quali l impatto di una scuola sulle opportunita lavorative e retributive degli allievi, o sulla qualita della produzione accademica. Tra 2010 e 2011, tuttavia, ciascuno dei tre principali network internazionali di accreditamento delle business school - dall Association to Advance Collegiate Schools of Business (AACSB) 23, alla MBA Association (AMBA) 24, all European Foundation for Management Development (EFMD) 25 - ha dedicato almeno una delle proprie conferenze annuali ai temi dell educazione alla responsabilita sociale ed alla sostenibilita. Il tema e quindi decisamente all ordine del giorno. Se la sostenibilita verra in qualche modo inclusa anche nei processi di accreditamento delle business school, questo costituira un ulteriore passo avanti per farne un tassello centrale nella formazione dei futuri leader d impresa. Uno dei piu noti concetti della letteratura manageriale e quello sulla differenza tra management e leadership, secondo il quale la prerogativa di un leader e quella saper scegliere di fare la cosa giusta ( doing the right thing ), mentre il semplice manager si limiterebbe a fare bene le cose ( doing things right ) restando all interno di un quadro largamente predeterminato. Se la leadership e qualcosa che si puo apprendere, questa definizione rimanda ad un tipo di apprendimento visto anche come processo di trasformazione personale, che metta ad esempio in grado il futuro leader di pensare oltre i confini, anziche ad un apprendimento visto come accumulazione di conoscenze e competenze che possano essere immediatamente messe in pratica. Rispetto al secondo, il primo e un tipo di apprendimento in realta molto piu vicino al concetto classico di educazione. Si tratta pero, ovviamente, di un tipo di apprendimento che e molto piu difficile misurare. E che quindi e ancor piu difficile promuovere, in quest epoca cosi incline a mettere una misura ed un prezzo su ogni cosa. Le business school hanno tra l altro la necessita di giustificare i notevoli esborsi che richiedono agli studenti fornendo loro conoscenze che siano il piu possibile immediatamente valorizzabili sul mercato. E dubbio quindi che un approccio educativo piu ampio possa farsi strada con facilita nei loro programmi, in particolare quando non richiesto dalle imprese. Tanto piu che le business school, soprattutto quelle piu grandi e famose, non sembrano per tradizione particolarmente aperte al rischio. Cosi come nel caso della CSR nel mondo delle aziende, in definitiva, anche nel caso della sostenibilita nel mondo delle business school ci sono motivi di ottimismo e di pessimismo, e come sempre adottare una prospettiva statica restituisce solo una visione parziale della realta. Cio che piu conta e invece la direzione del cambiamento, e la presenza del potenziale per realizzarlo. Le organizzazioni non sono entita fisse ed immutabili; nell'era del capitale intellettuale il principale asset delle organizzazioni sono le persone, ed il valore di un azienda e dato dalla capacita di attrarre le persone migliori e di ottenerne il committment. E qualunque cambiamento delle organizzazioni ed, alla fine, dell intera societa, passa attraverso un cambiamento delle persone, a cominciare da quelle in posizioni di leadership. Oggi piu di un tempo le persone destinate a future posizioni di leadership si trovano sui banchi delle business schools. Se le business schools sapranno fare la loro parte, allora forse anche questo cambiamento puo avvenire. 8

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