GLOBALIZZAZIONE, DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA DELLE IMPRESE ITALIANE E POLITICHE DI SALVAGUARDIA E VALORIZZAZIONE DEI DIRITTI UMANI

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1 GLOBALIZZAZIONE, DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA DELLE IMPRESE ITALIANE E POLITICHE DI SALVAGUARDIA E VALORIZZAZIONE DEI DIRITTI UMANI LA RICERCA È STATA REALIZZATA DALLA FONDAZIONE PER LA DIFFUSIONE DELLA RESPONSABILITÀ SOCIALE DELLE IMPRESE ICSR HANNO COLLABORATO ALLA REALIZZAZIONE DELLA RICERCA: Manlio De Silvio Ilaria Mariotti Sara Lanzaro Sergio Valentini Fondazione I-CSR Politecnico di Milano Fondazione I-CSR Referente Scientifico della Ricerca Milano, giugno 2008

2 GLOBALIZZAZIONE, DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA DELLE IMPRESE ITALIANE E POLITICHE DI SALVAGUARDIA E VALORIZZAZIONE DEI DIRITTI UMANI INTRODUZIONE... 3 CAPITOLO GLOBALIZZAZIONE, DELOCALIZZAZIONE E CSR...6 CAPITOLO GLOBALIZZAZIONE ED INTERNAZIONALIZZAZIONE...12 IL PROCESSO DI INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLE IMPRESE ITALIANE...15 Gli investimenti diretti esteri...15 La delocalizzazione delle imprese italiane...19 ALCUNE CONCLUSIONI SULLA INTERNAZIONALIZZAZIONE E DELOCALIZZAZIONE DELLE IMPRESE ITALIANE ALL ESTERO...24 CAPITOLO L IMPATTO DELL INTERNAZIONALIZZAZIONE SULLA CREAZIONE DI POSTI DI LAVORO. UNA PRIMA VISIONE GENERALE...25 L EVIDENZA EMPIRICA RIFERITA AL CASO ITALIANO...28 VALUTAZIONE ECONOMICA E PERCEZIONE SOCIALE...36 LA DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA DEI SETTORI ABBIGLIAMENTO E CALZATURE DEL NORD-EST...38 CAPITOLO LA QUALITÀ DEI LAVORI CREATI, ANCHE IN TERMINI DI RISPETTO DELLE PRINCIPALI CONVENZIONI INTERNAZIONALI IN MATERIA DI DIRITTI UMANI E DEI LAVORATORI, E DI VALORIZZAZIONE DEL CAPITALE UMANO...39 ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL COSTO DEL LAVORO A LIVELLO INTERNAZIONALE...42 ALCUNE CONSIDERAZIONI IN MATERIA DI ORARIO E CONDIZIONI DI LAVORO, LAVORO MINORILE E LIBERTÀ DI ASSOCIAZIONE IN VARI CONTESTI INTERNAZIONALI...48 CAPITOLO IL CONTRIBUTO ALLO SVILUPPO ECONOMICO E SOCIALE DEI PAESI DI DESTINAZIONE...50 EFFETTI SULLA PRODUTTIVITÀ...50 EFFETTI SUL DIALOGO SOCIALE...51 EFFETTI SULLE RELAZIONI CON LA COMUNITÀ LOCALE...52 L EVIDENZA EMPIRICA RIFERITA AL CASO ITALIANO...54 CAPITOLO LA DELOCALIZZAZIONE E LA GESTIONE DELLE DINAMICHE OCCUPAZIONALI E SOCIALI NEI TERRITORI DI ORIGINE...56 ALCUNI ESEMPI DI SOLUZIONI CONDIVISE...57 CAPITOLO LA DELOCALIZZAZIONE DELLE IMPRESE ITALIANE E LE POLITICHE DI TUTELA E RISPETTO DEI DIRITTI UMANI...63 LA STRUTTURA DEL QUESTIONARIO...63 A. Anagrafica...64 B. Iniziative di rilocalizzazione-delocalizzazione produttiva all estero...64 C. Impatto dei processi di rilocalizzazione-delocalizzazione produttiva all estero sulla forza lavoro in Italia...64 D. Impatto della rilocalizzazione-delocalizzazione produttiva all estero sulla forza lavoro nei paesi di destinazione...65

3 E. Esperienza aziendale ed impegno sociale sia in Italia che all estero...65 I RISULTATI DELLA RICERCA...65 Descrizione del campione...65 INIZIATIVE DI DELOCALIZZAZIONE...70 IMPATTO DEI PROCESSI DI DELOCALIZZAZIONE SULLA FORZA LAVORO IN ITALIA...74 IMPATTO DELLA DELOCALIZZAZIONE SULLA FORZA LAVORO NEI PAESI DI DESTINAZIONE...76 ESPERIENZA AZIENDALE ED IMPEGNO SOCIALE SIA IN ITALIA CHE ALL ESTERO...85 ALCUNE CONCLUSIONI IN MATERIA DI DELOCALIZZAZIONE DELLE IMPRESE ITALIANE E POLITICHE DI TUTELA E RISPETTO DEI DIRITTI UMANI...91 RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI PROGETTO GLOBALIZZAZIONE TESTO INTERVISTE ANAGRAFICA INIZIATIVE DI RILOCALIZZAZIONE-DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA ALL ESTERO IMPATTO DEI PROCESSI DI RILOCALIZZAZIONE-DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA ALL ESTERO SULLA FORZA LAVORO IN ITALIA IMPATTO DELLA RILOCALIZZAZIONE-DELOCALIZZAZIONE PRODUTTIVA ALL ESTERO SULLA FORZA LAVORO NEI PAESI DI DESTINAZIONE ESPERIENZA AZIENDALE ED IMPEGNO SOCIALE SIA IN ITALIA CHE ALL ESTERO

4 Globalizzazione, delocalizzazione produttiva delle imprese italiane e politiche di salvaguardia e valorizzazione dei diritti umani Introduzione Molto si è scritto e dibattuto sul tema della globalizzazione, intesa come quel sistema che collega imprese, paesi, persone e conoscenze di diverse aree economiche e culturali in un circuito alimentato dai principi del libero mercato, dall apertura degli scambi, dalla deregolamentazione, dalle tecnologie della comunicazione e dell informazione e da una certa omogeneizzazione culturale e dei consumi. Accanto ai benefici in termini di crescita e sviluppo in alcune aree e per molti settori economici, la globalizzazione ha contribuito a determinare mutamenti di vasta portata nella geografia economica internazionale, nell organizzazione delle catene del valore delle imprese, nella circolazione ed allocazione dei capitali, nella distribuzione del lavoro (con implicazioni sia in termini quantitativi che qualitativi) a livello mondiale, rendendo più complessa la gestione delle imprese e generando in capo alle stesse nuove responsabilità su scala globale. Centrali appaiono, a questo proposito, i fenomeni di internazionalizzazione delle attività di molte imprese, e delle conseguenti riorganizzazioni che, in molti casi, hanno assunto la forma di una delocalizzazione o rilocalizzazione sui mercati internazionali 1, che possono determinare responsabilità molto complesse in materia di tutela dei diritti dei lavoratori e di salvaguardia ambientale, soprattutto qualora i fenomeni delocalizzativi o rilocalizzativi abbiano come destinazione paesi o aree geografiche caratterizzate da standard sociali ed ambientali meno restrittivi rispetto a quelli riscontrabili nei paesi occidentali o avanzati. 3 Analogamente, tali fenomeni di riorganizzazione delle catene del valore a livello internazionale possono determinare, per gli stessi motivi, effetti retroattivi di natura economica e sociale anche nei paesi occidentali o avanzati. Si pensi, ad esempio, ma non solo, al mantenimento dei livelli occupazionali nei paesi che registrano la delocalizzazione di parti non marginali di lavorazioni o di attività un tempo svolte all interno dei propri confini. 1 Ai fini del presente lavoro, è opportuno procedere ad una definizione preliminare dei concetti di internazionalizzazione, delocalizzazione e rilocalizzazione delle attività produttive. Con il termine internazionalizzazione si intende quel processo per cui una impresa intraprende un percorso di apertura delle proprie attività ai traffici internazionali, mediante l attivazione di flussi di esportazione ed importazione, ovvero di accordi di natura commerciale con partner esteri, ovvero, infine, mediante iniziative di investimento diretto all estero (IDE). Per delocalizzazione si intende, invece, la cessazione, totale o parziale, da parte di una impresa, di un attività economica e produttiva all interno di un dato paese, e la sua successiva ripresa all estero per mezzo di investimenti diretti o, alternativamente, mediante l attivazione di flussi di interscambio commerciale (ad esempio mediante accordi di fornitura ed accordi commerciali). In questo secondo caso si parla spesso anche di offshoring o, meglio, di offshore outsourcing (esternalizzazione internazionale). La rilocalizzazione può essere definita come delocalizazzione completa, ovvero chiusura di uno stabilimento ed apertura delle medesime attività in un altro luogo (ovvero delocalizzazione totale). Spesso, tuttavia, i due termini sono utilizzati come sinonimi.

5 La ricerca Globalizzazione, delocalizzazione produttiva delle imprese italiane e politiche di salvaguardia e valorizzazione dei diritti umani ha puntato ad analizzare la globalizzazione e la delocalizzazione produttiva dal punto di vista del sistema economico, produttivo e sociale italiano. In sostanza, il capitolo 1, Globalizzazione, delocalizzazione e CSR, intende proporre una prima schematizzazione metodologica della rilevanza del tema in oggetto in una ottica di Corporate Social Responsibility. Come già in parte evidenziato, da molto tempo le imprese multinazionali o transnazionali hanno iniziato a trasferirsi in altri contesti economici, ma da una ventina di anni questi fenomeni superano la semplice logica continentale. Ai fini del nostro lavoro, ci si è chiesti quali siano le principali problematiche determinate, in termini di CSR, dai processi di ristrutturazione aziendale e della riprogettazione delle catene del valore a livello globale, ovvero quali siano le principali criticità sotto il profilo del mercato del lavoro, della salvaguardia dei diritti umani e della valorizzazione del capitale umano determinate dai fenomeni di rilocalizzazione-delocalizzazione produttiva all estero. Il capitolo 2, Globalizzazione ed internazionalizzazione, punta ad inquadrare il fenomeno della globalizzazione in una prospettiva generale, per poi passare ad una disamina dei processi di internazionalizzazione delle imprese italiane, sia con riferimento agli investimenti diretti esteri (IDE), sia riguardo alle iniziative di delocalizzazione produttiva. A questo proposito si sono analizzate le principali direttrici di delocalizzazione delle imprese italiane, in termini di settori produttivi ed aree geografiche di destinazione. I quattro capitoli successivi affrontano, in rapida successione, alcune delle problematiche più significative determinate dai fenomeni delocalizzativi a livello sia di paesi di origine che di destinazione. L analisi è stata condotta proponendo una disamina dei principali contributi della letteratura nazionale ed internazionale sull argomento. 4 Il capitolo 3, L impatto dell internazionalizzazione sulla creazione di posti di lavoro, nello specifico, intende evidenziare, nei limiti dei dati, delle statistiche e degli studi disponibili, quali sono state le dinamiche occupazionali in termini di creazione di posti di lavoro all estero e la tipologia dei lavori creati, così come gli effetti di retroazione sul tessuto economico ed occupazionale italiano. Il capitolo 4 affronta il tema della qualità del lavoro delocalizzato e delle principali convenzioni internazionali in materia di diritti dei lavoratori, chiarendo il quadro nell ambito del quale è possibile verificare, ed affermare, che la ricerca di una migliore efficienza economica e di una maggiore competitività sui mercati internazionali non siano perseguite mediante la delocalizzazione di attività produttive in mancanza di una adeguata esportazione dei relativi diritti dei lavoratori. Il capitolo 5, Il contributo allo sviluppo economico e sociale dei paesi di destinazione, evidenzia il possibile contributo, da parte di imprese straniere, allo sviluppo economico (in termini di trasferimenti tecnologici, incremento della produttività, benefici economici, etc.) e sociale (mediante l attivazione di iniziative di CSR, dialogo e di relazione con le comunità locali) dei paesi di destinazione.

6 Il capitolo 6, La delocalizzazione e la gestione delle dinamiche occupazionali e sociali nei territori di origine, affronta il tema delle scelte di delocalizzazione in relazione al manifestarsi di esuberi di personale e di possibili licenziamenti e riduzioni del personale. In questi casi, in una ottica di responsabilità sociale, si dovrebbe privilegiare la ricerca di soluzioni che consentano la continuità d impresa e la gestione delle situazioni di criticità, nell ottica della massima salvaguardia possibile dei livelli occupazionali e del rispetto dei lavoratori. Nel corso degli ultimi anni, la letteratura si è occupata di descrivere casi di ristrutturazioni aziendali legati a scelte di delocalizzazione produttiva all estero, di alcuni dei quali si propone una sintetica disamina. Il capitolo 7, infine, La delocalizzazione delle imprese italiane e le politiche di tutela e rispetto dei diritti umani propone i risultati dell indagine empirica condotta dalla Fondazione I-CSR mediante l invio di più di 500 questionari ad imprese di grande, media e piccola dimensione che risultano avere adottato negli ultimi 20 anni iniziative di delocalizzazione. La ricerca è stata peraltro completata con un certo numero di interviste dirette, focalizzate all approfondimento di alcune tematiche di particolare interesse ed all emersione di alcune buone pratiche riscontrate anche in sede di analisi e valutazione dei questionari. Con riferimento alla focalizzazione settoriale della ricerca, si sono privilegiati i comparti manifatturieri, in quanto maggiormente interessati al fenomeno della delocalizzazione italiana. Per quanto riguarda invece la focalizzazione geografica, l indagine ha concentrato l attenzione sui paesi o sulle aree economicamente e socialmente meno sviluppate verso le quali si sono indirizzate negli ultimi 20 anni le principali direttrici di delocalizzazione delle imprese italiane, così come evidenziate nel capitolo 2. 5 Tale scelta discende direttamente dall oggetto dell indagine: analizzare il comportamento delle imprese italiane rispetto alle problematiche del lavoro e della salvaguardia dei diritti umani nelle operazioni di delocalizzazione. Tali problemi risultano particolarmente stringenti soprattutto con riferimento ad operazioni aventi come destinazione paesi con livelli di sviluppo economico e sociale meno avanzati rispetto a quello italiano e dei paesi occidentali in genere, verso i quali pure si indirizzano alcune delle iniziative italiane di delocalizzazione.

7 CAPITOLO 1 Globalizzazione, delocalizzazione e CSR Il concetto di globalizzazione appare ormai ampiamente diffuso ed utilizzato per indicare il sistema economico, finanziario e culturale che caratterizza la nostra epoca. Nello specifico, il termine identifica quel fenomeno per cui le economie ed i mercati nazionali, grazie allo sviluppo delle tecnologie dei trasporti, delle telecomunicazioni e dell informatica, sono divenuti sempre più interdipendenti, fino a diventare parte di un unico sistema mondiale. Particolarmente significativa è la definizione fornita da Robertson (1992) secondo il quale, con il termine globalizzazione ci si riferisce sia alla compressione del mondo, sia all intensificarsi della coscienza del mondo come un tutt uno. Tale definizione pone in evidenza un nuovo modo di percepire lo spazio, in cui le distanze appaiono del tutto ridotte e facilmente colmabili, ma evidenzia anche l emergere di una nuova comprensione delle interconnessioni esistenti a livello internazionale. La globalizzazione ha assunto negli anni una portata significativa, tale da provocare ripercussioni non soltanto in ambito economico, ma anche sociale e culturale. Sotto questo profilo, essa si è tradotta in una progressiva omologazione dei consumi, degli stili di vita e delle diverse forme di rappresentazione del mondo in un sistema sempre più omogeneo, fortemente influenzato da modelli culturali prevalentemente occidentali. Considerando il termine dal un punto di vista economico, invece, il concetto identifica una economia volta a superare i confini locali e regionali, instaurando così una complessa rete di risorse, conoscenze e relazioni secondo una prospettiva globale. A questo proposito, si è spesso manifestata una certa tendenza ad associare la globalizzazione ad un periodo storico ben definito, in particolare agli anni 90 ed al passaggio al terzo millennio. In realtà, tale fenomeno copre un periodo di tempo molto più ampio, durante il quale le caratteristiche sono emerse in modo più o meno intenso. Ciononostante, è pur vero che negli ultimi 25 anni la globalizzazione ha interessato l economia mondiale secondo direttrici precedentemente sconosciute. 6 In particolare, a partire dai primi anni 90 si è assistito, in primo luogo, ad una evoluzione delle tecnologie della comunicazione e dell informazione mai registrata in precedenza. Tale sviluppo ha fornito la possibilità di trasmettere, condividere, elaborare ed utilizzare una enorme e sempre crescente quantità di informazioni con una velocità, affidabilità e sicurezza straordinariamente superiori rispetto al passato. Ciò ha fortemente influenzato i processi produttivi aziendali, contribuendo in modo significativo alla ridefinizione degli stessi modelli di impresa ed, in una qualche misura, alla articolazione delle catene del valore ed alle scelte di localizzazione produttiva. Oggi molto più di quanto accadesse in passato, infatti, le imprese (anche quelle di minori dimensioni), hanno la possibilità di suddividere, frazionare e, successivamente, integrare, le differenti fasi dei propri processi di creazione del valore, dalla ricerca & sviluppo alla progettazione, alla produzione, all assemblaggio, al marketing, alla distribuzione ed al servizio post vendita. Ciò è peraltro sempre più possibile anche suddividendo le diverse fasi produttive tra paesi e fornitori / subfornitori diversi, in una

8 logica di arbitraggio che porta le aziende a localizzare le proprie funzioni in quei paesi caratterizzati dalle migliori combinazioni di costo-rendimento, innescando sovente un meccanismo di competizione tra paesi, territori ed aree geografiche con i rispettivi sistemi produttivi, fiscali e sociali. Molto spesso, tale competizione si basa sulla ricerca di opportunità di minimizzazione dei costi di produzione, ed in via prioritaria del costo del lavoro, con tutte le conseguenze che tali strategie possono concorrere a determinare, sia nei paesi di destinazione degli investimenti, che di origine degli stessi. Una seconda, essenziale, direttrice di sviluppo della fase di globalizzazione che stiamo vivendo è rappresentata dalla sostanziale comparsa e dalla successiva integrazione, a livello mondiale, di nuove regioni economiche (Cina, India ed Europa centrale ed orientale in modo preponderante) fino a non molti anni orsono relativamente marginali nel panorama degli scambi internazionali. Ciò si è tradotto in pochissimi anni in un sostanziale raddoppio dell offerta di manodopera a livello mondiale. In effetti, nel 1985, le economie di mercato (Nord America, Europa occidentale, Giappone e le cosiddette Tigri asiatiche ) comprendevano circa 2,5 miliardi di abitanti. Quindici anni dopo, nel 2000, a causa della fine dell autarchia dell economia indiana, della transizione cinese verso il capitalismo sociale di mercato e della caduta dei regimi comunisti nell Europa orientale, nell area dei Balcani e nella ex Unione Sovietica, l economia mondiale di mercato rappresentava oramai più di 6 miliardi di abitanti. Il raddoppio della forza lavoro a livello internazionale ha ulteriormente inciso sulla possibilità di trovare localizzazioni alternative delle attività economiche ed aumentato la possibilità di arbitraggio e di messa in concorrenza dei diversi paesi. Analogamente, lo sviluppo economico di queste aree geografiche, in un primo momento indotto in una certa misura dall afflusso di capitali stranieri, sotto forma di investimenti diretti all estero o di contratti di fornitura e sub-fornitura, ed in un secondo momento determinato anche da capitali di provenienza, per così dire, endogena agli stessi paesi in via di sviluppo, ha visto nascere e crescere esperienze imprenditoriali caratterizzate sovente da una forte aggressività soprattutto sul fronte dei costi. 7 Ciò ha ulteriormente alimentato la concorrenza a livello globale e l esigenza, per molte imprese esposte a questo tipo di competizione, di ripensare le proprie strategie di mercato nella direzione di un riposizionamento su segmenti a più elevato valore aggiunto, ovvero di riprogettazione di tratti più o meno estesi delle proprie catene del valore alla ricerca di recuperi di efficienza economica sul versante dei costi, anche mediante scelte di internazionalizzazione, o di rilocalizzazione e/o di delocalizzazione produttiva all estero. Sulla base delle rilevazioni dell UNCTAD (2007a,b), lo sviluppo degli investimenti diretti all estero (IDE) degli ultimi 30 anni evidenzia, infatti, l emergere di una nuova geografia economica, almeno sul versante della destinazione degli investimenti, caratterizzata da una certa contrazione della quota dei paesi industrializzati come destinatari degli IDE (dall'80% nel 1980 a circa il 60-65% degli ultimi anni), nonché la speculare crescita (dal 20% al 35-40%) della quota attratta dai paesi di nuova industrializzazione ed in via di sviluppo.

9 Con riferimento ai flussi di IDE in uscita, invece, la situazione appare ancora decisamente concentrata a vantaggio dei paesi industrializzati, che mantengono la loro posizione preminente di paesi investitori netti: più dell 84% degli IDE hanno infatti origine nelle economie sviluppate, benché tale dato fosse all 89% nel 2000 ed addirittura al 95% nel Si assiste pertanto ad una lenta ma costante crescita delle economie in via di sviluppo e transizione verso modelli di internazionalizzazione basati anche su investimenti diretti all estero, anche se tale dinamica è caratterizzata da una minore velocità rispetto a quella rilevata per gli IDE in entrata. Analogamente, il volume degli scambi di merci a livello mondiale è 15 volte maggiore rispetto al 1950 e la quota del commercio rispetto al PIL mondiale è triplicata. Gli scambi mondiali nel settore dei servizi hanno ormai tassi di crescita simili a quelli delle merci e aumentano più rapidamente del PIL. I servizi rappresentano quasi il 20% del commercio internazionale (CESE, 2007). La transizione verso una nuova geografia economica mondiale è testimoniata anche dal ruolo via via più incisivo giocato dai paesi in via di sviluppo sul mercato internazionale delle acquisizioni e fusioni (Merger & Acquisition M&A). Sempre secondo le rilevazioni dell UNCTAD (2007 a,b), le operazioni di acquisizioni e fusioni transfrontaliere sono cresciute nel corso del 2006 del 23%, per un controvalore di circa 880 miliardi di dollari. Appare interessante sottolineare, a questo proposito, come i paesi in via di sviluppo (Cina ed India innanzitutto) e le economie in transizione (essenzialmente quelle dell est Europa e della Comunità degli Stati Indipendenti Federazione Russa) stiano partecipando in modo sempre più consistente in qualità di acquirenti sul mercato globale. Nel settore energetico, infatti, due delle tre maggiori società a livello mondiale in termini di capitalizzazione di mercato, la Gazprom (Federazione Russa) e la Petrochina (Cina), sono divenute tali grazie ad operazioni di acquisizione operate principalmente all estero, mentre nel settore automobilistico la Tata Motors ha acquistato dalla Ford i marchi Land Rover e Jaguar per l equivalente di circa 2,3 miliardi di dollari. 8 Accanto alle determinanti di natura tecnologica (lo sviluppo delle tecnologie dell informazione e delle comunicazioni) e socio-politica (il crollo dei regimi comunisti in Europa, la fine dell isolazionismo indiano, l affermazione dell economia di mercato anche in un paese comunista come la Cina) l ondata di globalizzazione che è stato possibile osservare negli ultimi 25/30 anni ha beneficiato anche di importanti fattori di natura finanziaria. La riduzione dei vincoli alla circolazione dei capitali, una maggiore conoscenza dei mercati esteri, l accelerazione della velocità delle transazioni, anche in seguito all introduzione delle nuove tecnologie, e l emergere di nuovi strumenti finanziari hanno comportato negli ultimi decenni un aumento del flusso di capitali tra paesi. La libera circolazione dei capitali, da un lato, ha migliorato il sistema economico, facendo in modo che le risorse venissero generalmente convogliate verso le aree più profittevoli; dall altro lato, però, gli attuali flussi finanziari comprendono in larga misura capitali impiegati prevalentemente a breve termine, che non garantiscono la disponibilità di risorse per lunghi periodi di tempo. In aggiunta, si registra come la

10 grande maggioranza dei movimenti di capitale a livello internazionale risulta sostanzialmente sganciata da intenti operativi o produttivi, trovando la propria ragione d essere in finalità di natura essenzialmente speculativa che, anzi, possono alimentare l incertezza e la volatilità dei mercati e danneggiare gli investimenti di natura reale. Detto questo, a partire dai primi anni 90 si registrano a livello internazionale iniziative di ristrutturazione aziendali secondo logiche e dimensioni mai evidenziatesi in passato, sia per rispondere a reali opportunità o difficoltà economiche, sia per contrastare la crescente competizione internazionale, sia anche, infine, per ragioni più specificamente legate all andamento dei mercati azionari ed alla creazione di valore di mercato borsistico. Le modalità che tali ristrutturazioni hanno assunto possono essere di vario tipo: Ristrutturazione e/o riorganizzazione parziale di uno o più siti produttivi; Chiusura più o meno completa di uno o più stabilimenti; Operazioni di fusione e/o acquisizione; Iniziative di esternalizzazione (se all interno di un dato paese, si parla generalmente di outsourcing, altrimenti, se al di fuori dei confini nazionali, di offshoring) di parti più o meno ampie delle attività aziendali, sia di natura produttiva, che di supporto o servizio; Rilocalizzazione o delocalizzazione delle attività produttive. Da una ventina di anni, le imprese multinazionali o transnazionali europee hanno iniziato a trasferirsi in Europa orientale o in Africa settentrionale o, successivamente, nei paesi asiatici, mentre le imprese americane realizzavano gli stessi movimenti verso l'america centrale e soprattutto il Messico, e quelle giapponesi si installavano nel sudest asiatico. Oggi, tali fenomeni superano la semplice logica continentale e anche imprese di piccole e di medie dimensioni hanno sviluppato capacità organizzative e manageriali tali da consentire l accesso a forme di internazionalizzazione basate sulla presenza diretta all estero di parti significative della propria attività (Syndex, 2006). 9 Ai fini del nostro lavoro, ci si chiede quali siano le conseguenze di questi processi di ristrutturazione aziendale e della riprogettazione delle catene del valore a livello globale, ovvero quali siano le principali criticità sotto il profilo del mercato del lavoro, della salvaguardia dei diritti umani e della valorizzazione del capitale umano determinate dai fenomeni di rilocalizzazione-delocalizzazione produttiva all estero, soprattutto verso i paesi in via di sviluppo o verso le economie in transizione dell Europa centrale ed orientale. E infatti sotto gli occhi di tutti che la rilocalizzazione-delocalizzazione produttiva di singole fasi di lavorazione, ovvero della totalità di attività produttive, verso paesi caratterizzati da standard sociali, livelli retributivi, sistemi di welfare, modelli di sicurezza, sistemi legislativi e dei controlli differenti e, generalmente, meno avanzati rispetto a quelli occidentali, possano determinare conseguenze dirette di vasta portata sul versante del rispetto dei diritti umani e della salvaguardia dei diritti dei lavoratori, fino ad arrivare ad episodi di sfruttamento purtroppo comuni.

11 Sotto un altro punto di vista, oltre ai citati effetti diretti determinati presso le economie di destinazione, la delocalizzazione produttiva genera effetti retroattivi, sempre sul versante dei diritti dei lavoratori e della valorizzazione del capitale umano, anche presso le economia di origine dei fenomeni delocalizzativi. Tali effetti possono riguardare lo spiazzamento di interi settori produttivi o anche di singoli segmenti delle catene del valore, una sostanziale contrazione della forza lavoro occupata, sia direttamente che nell ambito degli indotti a monte ed a valle, la modifica qualitativa della composizione della forza lavoro e, come evidenziato da alcuni osservatori, una più generale messa in concorrenza dei lavoratori locali e dei loro rappresentanti con quelli dei paesi di delocalizzazione, finalizzata all ottenimento, in sede di contrattazione, di condizioni di lavoro più favorevoli alle imprese in tema di orari e di retribuzioni (Syndex, 2006). Nell ambito di questo quadro di insieme, il tema della delocalizzazione produttiva e delle implicazioni in termini di salvaguardia, tutela dei diritti umani e dei lavoratori, e di valorizzazione del capitale umano, sono di estremo interesse per chi si occupa di Corporate Social Responsibility, sotto molteplici punti di vista, che potremmo così sintetizzare: Anzitutto, la tematica in oggetto pone il problema generale della delocalizzazione produttiva nei termini di un fenomeno suscettibile di determinare una modificazione della distribuzione delle attività economiche, e dei correlati livelli occupazionali, tra un paese e l altro. Questo può determinare problemi di non poco momento sul fronte del numero e della tipologia di posti di lavoro disponibili nei diversi paesi; In secondo luogo, la delocalizzazione verso paesi caratterizzati da sistemi legislativi e di controllo meno avanzati e stringenti in materia di tutela delle libertà sindacali, discriminazione sui luoghi di lavoro, livelli salariali, sicurezza sociale, orari di lavoro, salute e sicurezza, pone il problema della qualità dei posti di lavoro creati in tali contesti. A questo proposito, appaiono rilevanti le scelte e le politiche adottate dalle imprese che decidono di operare in questi paesi, e delle regole che esse scelgono eventualmente di adottare per gestire queste problematiche di grande rilevanza sociale; 10 Un terzo filone di attenzione riguarda il possibile contributo che le iniziative di delocalizzazione possono apportare ai paesi di destinazione, in termini di sviluppo economico e sociale di queste aree, anche mediante l attivazione di iniziative di dialogo e di relazione con le comunità locali. Si tratta, a ben vedere, di possibili benefici sotto molteplici punti di vista (tecnologici, di produttività, etc.) che richiedono una attenzione particolare; Analogamente, ed in stretta connessione anche con il primo punto, le scelte di delocalizzazione produttiva possono determinare, nei paesi che vedono defluire parti di attività economiche al di fuori dei propri confini, condizioni conflittuali e di confronto sul piano sociale e delle relazioni con la comunità. Anche in questo caso, le modalità secondo le quali sono poste in essere le strategie di delocalizzazione, nonché le modalità con cui vengono comunicate e gestite le inevitabili conseguenze della transizione, appaiono di estrema rilevanza.

12 Nei successivi capitoli si affronteranno gli aspetti essenziali dell internazionalizzazione italiana e dei fenomeni delocalizzativi che hanno in qualche modo interessato il nostro paese. Come si vedrà, i dati e le informazioni disponibili al riguardo non sono sempre in grado di rendere conto della delocalizzazione come oggetto di indagine a sé stante, cionondimeno si proporranno le statistiche e gli studi più accreditati. In aggiunta, nei capitoli 3, 4, 5 e 6 e 7 si analizzeranno gli aspetti relativi ai quattro punti appena menzionati, sia con una attenta disamina della letteratura internazionale e nazionale, sia sulla base dell indagine empirica e delle interviste dirette condotte nell ambito della ricerca. 11

13 CAPITOLO 2 Globalizzazione ed internazionalizzazione L internazionalizzazione delle attività produttive, sia attiva che passiva, si realizza attraverso diverse modalità, che possono essere divise in tre grandi categorie: (i) commercio internazionale; (ii) accordi di cooperazione; (iii) investimenti diretti esteri (IDE). Il commercio internazionale (i) consiste nello scambio di beni e servizi attraverso le frontiere nazionali, ed è solitamente la prima modalità adottata dalle imprese che si affacciano sul mercato globale, in quanto implica un basso grado di coinvolgimento e di rischio da parte dell impresa che la attua. Nell ambito del commercio internazionale sono incluse: a) esportazioni e importazioni tra industrie diverse (commercio interindustriale); b) scambi di beni e servizi tra unità della stessa impresa multinazionale operanti in Paesi diversi (commercio intra-aziendale); c) esportazioni e importazioni di prodotti appartenenti alla stessa categoria industriale (commercio intra-industriale). Si stima che oltre i tre quarti del commercio internazionale facciano capo alle imprese multinazionali e oltre un terzo sia su base intra-aziendale (Ietto-Gillies, 2005). I flussi di commercio internazionale comprendono, inoltre, le esportazioni e importazioni temporanee, tipicamente utilizzate dalle PMI che appartengono alla stessa filiera produttiva (commercio intra-industriale). All interno dei flussi bilaterali tra due aree produttive si possono, infatti, identificare flussi relativi al medesimo processo produttivo, in base alla loro appartenenza a determinate categorie merceologiche e filiere (Corò e Volpe, 2004). Se si osserva, per esempio, una sistematica esportazione di beni da parte di un sistema locale specializzato (i.e. distretto industriale) verso una determinato paese estero, relativi ad una fase a monte della filiera produttiva e una correlata importazione di beni relativi ad una fase a valle secondo la stessa direttrice geografica, se ne può dedurre che il paese estero svolge un attività produttiva sistematica e funzionale all interno della filiera governata dal sistema locale analizzato. 12 Nell ambito delle esportazioni e importazioni temporanee rientra anche il traffico di perfezionamento (Tp), che può essere attivo (Tpa) o passivo (Tpp). Si tratta di uno strumento, caratterizzato da un regime doganale speciale, utilizzato negli scambi tra imprese del territorio UE con quelle localizzate nelle aree esterne all Unione europea. In particolare, il traffico di perfezionamento passivo (Tpp) è costituito da esportazioni temporanee dall'ue di merci destinate ad essere perfezionate al di fuori del territorio economico dell'ue, per essere successivamente re-importate, a scarico delle stesse esportazioni temporanee. Viceversa, il traffico di perfezionamento attivo (Tpa) rileva i movimenti in entrata di merci destinate a subire perfezionamento nel territorio economico dell'ue (importazioni temporanee) e quelli di esportazione a scarico di precedente importazione temporanea (riesportazioni). La fonte informativa del TP consente, tuttavia, di cogliere soltanto una parte dei processi di decentramento internazionale della produzione. Questo per almeno quattro motivi: (i) la volontarietà nel dichiarare il traffico di perfezionamento come tale; (ii) il Tp viene considerato solo all interno di processi di integrazione verticale e orizzontale della stessa industria, ma non riesce a cogliere forme più complesse di relazione produttiva inter-industriale; (iii) le condizioni doganali stanno rapidamente cambiando,

14 si pensi all allargamento dell UE; (iv) infine, il Tp consente di rilevare soltanto i movimenti bilaterali che hanno come origine e destinazione finale la stessa impresa, mentre non può cogliere le esportazioni di beni che, dopo la fase di lavorazione all estero, vengono re-importati da altre imprese, o comunque destinati al mercato di beni intermedi, sia sulla stessa relazione commerciale, sia estero su estero (per un approfondimento si rimanda a Baldone et al., 1997; 2002; Corò e Volpe, 2004). La seconda categoria riguarda gli accordi di cooperazione (ii) non equity ovvero che non comportano investimenti in quote azionarie di imprese. Tali forme di internazionalizzazione possono esplicarsi secondo differenti modalità (Ietto-Gillies, 2005): a) licensing; b) franchising; c) alleanze e joint-ventures; d) subappalto. La prima modalità (a) consiste in un accordo contrattuale che comporta la cessione all impresa del Paese straniero di licenze relative all uso del nome della marca, dei marchi, dei brevetti, del design, di tecnologie o di interi prodotti. Nel secondo caso (b) l azienda straniera (franchisee) svolge un attività economica, beneficiando del marchio commerciale, del design o della formula commerciale dell impresa che internazionalizza (franchisor). La terza modalità (c), invece, comporta lo sviluppo di forme di collaborazione tra imprese indipendenti relative alla conduzione di specifiche attività. Le alleanze possono trasformarsi in joint-ventures, quando avviene uno scambio di pacchetti azionari; in tal caso rientrano nella categoria degli IDE, come descritto di seguito. Infine, il sub-appalto (d) si verifica quando l impresa che internazionalizza (appaltatore) piazza degli ordini all impresa straniera (appaltante) relativi alla produzione di parti o componenti o all assemblaggio di un prodotto che sarà venduto dall appaltatore. Il sub-appalto dà luogo a flussi di importazioni ed esportazioni temporanee. Gli IDE (iii) sono la forma più diretta di internazionalizzazione, in quanto portano l impresa investitrice a partecipare al capitale di un impresa estera, eventualmente con uno o più soci (fusioni o acquisizioni di pacchetti azionari e joint ventures). Essi rappresentano, quindi, la modalità più impegnativa ed articolata di ingresso nei mercati esteri, poiché richiedono un forte investimento di risorse e un impegno di medio-lungo termine. Gli IDE vengono distinti in letteratura in due categorie: investimenti greenfield, quando consistono nell apertura di una nuova unità economica e investimenti brownfield, nel caso in cui comportino l aggiunta di capacità produttiva ove è già presente una certa quantità di capitale fisso. Gli IDE vengono anche definiti accordi equity, in quanto implicano il coinvolgimento di quote azionarie nell investimento. 13 Ciascuna delle differenti modalità di internazionalizzazione implica un diverso grado di coinvolgimento strategico ed economico dell impresa nel mercato estero, con evidenti conseguenze sul piano del rischio dell investimento, del grado di controllo sul partner locale e sulle attività che svolge, della qualità della relazione con il nuovo ambiente produttivo. Numerosi studi mostrano come l IDE, a seconda delle motivazioni per cui viene intrapreso, può avere un impatto molto diverso sull economia del paese di origine e di destinazione dell investimento. Le principali motivazioni possono essere raggruppate nelle seguenti quattro categorie (si rimanda a Markusen et al., 1996):

15 1) Investimenti resource seeking finalizzati a garantire un accesso privilegiato ad input produttivi essenziali; 2) Investimenti cost saving che mirano a razionalizzare la struttura produttiva localizzando le attività della catena del valore nei paesi in cui è possibile realizzare un vantaggio di costo; 3) Investimenti market seeking volti ad assicurare un presidio diretto dei mercati ad elevato potenziale di sviluppo nei quali l impresa internazionalizzata può sfruttare vantaggi competitivi rispetto alle aziende locali; 4) Investimenti strategic asset seeking motivati dall esigenza di accedere ad asset complementari di rilevanza strategica. Le imprese che attuano investimenti resource seeking e cost saving, comunemente chiamati investimenti di natura verticale, destrutturano la propria catena del valore attraverso la delocalizzazione di attività (generalmente ad alta intensità di lavoro e poco qualificato) sui mercati a più basso costo della manodopera. Questi investimenti sono guidati soprattutto dalla necessità di impiegare manodopera a prezzi competitivi ed, eventualmente, risorse naturali e competenze specifiche del paese ospite. Tale pratica viene spesso incentivata dai governi locali, attraverso agevolazioni fiscali, dal momento che può tradursi in una crescita dell economia locale e nell aumento dell occupazione. Nel caso, invece, di investimenti di tipo orizzontale, le imprese tendono a replicare nel paese straniero l intera struttura di produzione del paese di origine. Gli investimenti che hanno come principale finalità quella di guadagnare un migliore accesso ai mercati locali (investimenti market-seeking) o di accedere ad asset complementari di rilevanza strategica (investimenti strategic asset seeking), determinano una domanda di input specializzati e ad alto contenuto di lavoro qualificato presso gli insediamenti di origine dell impresa madre. 14 Mentre nel modello orizzontale l obiettivo primario è quello di servire in modo più efficiente i mercati di sbocco, nel modello verticale la finalità principale è quella di minimizzare i costi di produzione. In realtà, però, le due situazioni spesso coesistono. È ad esempio il caso degli investimenti effettuati in paesi con un costo di lavoro più basso e integrati in ampi mercati transnazionali che permettono di costruire nodi logistici per l esportazione nei paesi limitrofi, pur godendo di vantaggi comparati in termini di costo (Maggi et al., 2007). Detto questo, il quadro dell internazionalizzazione delle imprese italiane presenta interessanti elementi evolutivi nel corso degli ultimi 30 anni, caratterizzati da una non irrilevante espansione multinazionale ma anche da un gap non ancora completamente colmato, rispetto ai principali paesi industrializzati, in termini di numero, dimensione e focalizzazione geografica e settoriale delle iniziative poste in essere.

16 Il processo di internazionalizzazione delle imprese italiane Gli investimenti diretti esteri2 In linea generale, a metà degli anni ottanta la consistenza degli IDE italiani in uscita risultava alquanto modesta, se confrontata con i flussi di investimento in entrata, ed in termini occupazionali il numero di dipendenti delle imprese italiane a partecipazione estera superava di più del doppio quello dei dipendenti delle imprese estere partecipate da aziende italiane (Cominotti et al.,1999). A partire dalla metà degli anni ottanta, però, si innesca in Italia un fenomeno di inseguimento multinazionale che ha permesso al nostro paese di recuperare alcuni dei ritardi accumulati in passato, fino a raggiungere all inizio degli anni novanta un sostanziale saldo favorevole in termini di dipendenti nelle partecipazioni dirette estere in uscita ed in entrata (Mariotti e Mutinelli, 2004). I primi anni novanta registrano, per contro, un arretramento dell impegno internazionale di alcune delle maggiori imprese nazionali, tra le principali artefici dell evoluzione degli anni ottanta, ma si evidenzia nel contempo il fiorire di iniziative di investimento diretto all estero da parte di imprese di media ed anche di piccola dimensione, principalmente concentrate nei settori di maggiore competitività del made in Italy, progressivamente più attive sui mercati internazionali. Nel corso dei primi anni del nuovo millennio l evoluzione multinazionale delle imprese italiane sembra in parte rallentare la propria spinta propulsiva, benché nel complesso si registri ancora un aumento del numero di imprese (soprattutto di piccola e media dimensione) che intraprendono percorsi di internazionalizzazione. Tra il 2001 ed il 2005, infatti, il numero di imprese italiane attive sul mercato degli IDE sale del 15% (da a 5.606), il numero di imprese estere partecipate sale dell 8,5% e quello dei dipendenti di un più contenuto 1,3%. 15 Tale quadro evolutivo vede nell anno successivo (2006) una sostanziale stabilità del numero complessivo di imprese estere partecipate da società italiane (dalle del 2005 alle del 2006, - 0,3%), ed una analoga contrazione del numero di dipendenti (- 0,3% anno su anno), anche a causa di dismissioni che riguardano imprese di grande dimensione (Parmalat e Telecom, ma anche Pirelli Cavi e Lucchini, ad esempio). Fatturato e numero di imprese attive sul fronte internazionale invece crescono ancora, rispettivamente, dell 8% e del 3% anno su anno. Analizzando l evoluzione internazionale del sistema economico italiano negli ultimi 20 anni, dal 1986 al 2006, è pertanto possibile evidenziare un significativo processo di crescita all estero delle imprese italiane, per lo meno rispetto alle condizioni di partenza. Benché i dati si riferiscano esclusivamente al settore manifatturiero, che in ogni caso rappresenta la parte preponderante dell internazionalizzazione italiana, in questo periodo il numero di imprese o di gruppi di imprese italiane (soprattutto di media e di piccola dimensione) che hanno investito all estero è aumentato di quasi dieci volte (+ 2 I dati sugli investimenti diretti esteri descritti in questa sezione sono tratti dalla banca dati Reprint, sviluppata dal Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano e supportata dall ICE (per un approfondimento si rimanda a Cominotti et al.,1999 e Mariotti e Mutinelli, vari anni).

17 970%), così come il numero di partecipazioni detenute da imprese italiane all estero è cresciuto di quasi otto volte (+ 785%) ed il numero dei dipendenti di imprese estere partecipate da società italiane è cresciuta di tre volte e mezzo (+ 356%) (per un approfondimento si rimanda a Mariotti e Mutinelli, 2007a). Allo stato attuale, il numero di investitori italiani (gruppi industriali o imprese autonome) attivi sui mercati internazionali mediante investimenti diretti ammonta a quasi unità, per un totale di imprese estere partecipate a vario titolo (partecipazioni di controllo, paritarie e minoritarie), mentre il numero di dipendenti totali all estero ammonta a unità per un fatturato realizzato dalle affiliate estere nel 2005 di quasi 322 miliardi di euro. Per contro, le imprese italiane partecipate da società estere sono circa 7.000, con l intervento di quasi imprese investitrici, un totale di dipendenti in Italia di quasi unità ed un fatturato, nel 2005, di 394 miliardi di euro. Ciononostante, sul lato dei flussi di IDE in uscita l Italia si muove nell ambito dei processi di internazionalizzazione in misura ancora relativamente modesta, se confrontata con quella degli altri paesi economicamente avanzati. In termini di numerosità delle iniziative di investimento italiane all estero il dato registrato dal nostro paese negli ultimi anni risulta ancora molto inferiore rispetto a quello evidenziato dai principali paesi europei, essendo circa il 50% delle operazioni condotte dalla Francia e circa il 30% di quelle di Germania e Gran Bretagna, per di più con una dimensione media di investimento molto più modesta rispetto a questi paesi. Ciò è in parte dovuto anche alla peculiarità della internazionalizzazione italiana, ancora fortemente incentrata su forme più leggere di presenza all estero, basata in molti casi su esportazioni ed accordi di collaborazione che non originano investimenti di capitale e tendono pertanto a confondersi con il normale traffico commerciale. Ciò è particolarmente vero per quanto concerne i settori tradizionali, nei quali si riscontra un aumento consistente e continuo di imprese, soprattutto di piccola e media dimensione, ma non solo, che ha realizzato accordi commerciali con partner esteri (Tattara, 2006) 16 Con riferimento alla caratterizzazione geografica dell internazionalizzazione delle imprese manifatturiere italiane, si registra nei primi anni novanta una straordinaria crescita degli IDE verso i paesi dell Europa centrale ed orientale. In termini di numero di imprese partecipate da società italiane si passa dalle quattro imprese del 1986 (circa lo 0,6% del totale delle partecipazioni estere italiane), alle 588 del 1996 (il 20,8% del totale delle partecipazioni estere) alle del 2006 (quasi il 30% del totale, figura 1). In termini occupazionali, l espansione verso l Europa centro-orientale ha determinato, nello stesso periodo di tempo, il passaggio del numero di dipendenti delle imprese estere partecipate da società italiane da unità del 1986 (lo 0,9% del totale) alle unità del 1996 (pari al 17,9% del totale dei dipendenti esteri di società controllate da imprese italiane) alle unità circa del 2006 (ossia il 24,8% del totale degli occupati, figura 2).

18 Figura 1 Ripartizione percentuale delle imprese partecipate per area geografica al Imprese partecipate America Latina; 9,4 Asia; 12,4 Oceania; 1 UE 15; 32 Nord America; 6,6 Africa; 5,3 Altri Paesi europei; 3,7 Europa Centro Orientale; 29,8 Fonte: nostra elaborazione su dati di Mariotti e Mutinelli (2007a) Figura 2 Ripartizione percentuale dei dipendenti delle imprese partecipate per area geografica al Dipendenti delle imprese partecipate America Latina; 10 Asia; 10,2 Oceania; 0,5 Nord America; 7,9 UE 15; 38,6 17 Africa; 4,8 Altri Paesi europei; 3,3 Europa Centro Orientale; 24,8 Fonte: nostra elaborazione su dati di Mariotti e Mutinelli (2007a) Nello stesso periodo decresce invece in termini percentuali il numero delle iniziative di IDE in uscita verso i paesi dell Europa occidentale. Si passa infatti da 301 imprese partecipate del 1986 (il 43,2% del totale) alle imprese del 1996 (quasi il 40% delle iniziative di internazionalizzazione in uscita) alle imprese (ossia il 32% del totale) nel In termini di dipendenti, il dato occupazionale si stabilizza in questo lasso di tempo attorno al 38% del totale dei dipendenti esteri occupati in imprese estere partecipate da società italiane. La presenza italiana in America Latina si ridimensiona invece significativamente (dal 31% al 10% della forza lavoro occupata sul totale dei dipendenti di imprese estere partecipate da società italiane), anche a causa di numerose dismissioni attuate da alcuni grandi gruppi multinazionali italiani. Meno marcato risulta il calo della presenza italiana nel Nord America, (dal 9% all 8% in termini di numero di dipendenti totali), mentre negli ultimi anni si assiste ad una crescita del numero di iniziative e di dipendenti di imprese estere partecipate da aziende italiane in Asia (rispettivamente si passa dal 6,7% delle iniziative totali nel 1986 al

19 12,4% nel 2006 e dall 8,7% dei dipendenti occupati al 10,2%). Decisamente marginale è la presenza italiana in Africa ed Oceania. Con riferimento invece alle dinamiche settoriali, si assiste nel corso di questo periodo ad una assoluta centralità dell industria manifatturiera (tabella 1). Tabella 1 Le partecipazioni italiane all estero al Investitori Imprese estere v.a. % v.a. % Industria estrattiva 23 0, ,1 Industria manifatturiera , ,3 Energia elettrica, gas e acqua 37 0, ,6 Costruzioni 269 4, ,6 Commercio all'ingrosso , ,1 2,5 4,8 Logistica e trasporti Servizi informatica e TLC 149 2, ,5 Altri servizi professionali 398 5, ,0 Totale , ,0 Fonte: Mariotti e Mutinelli (2007a) Tabella 2 Dinamica dell internazionalizzazione attiva dal al (valori in percentuale) 18 Investitori Imprese estere Dipendenti Fatturato Industria estrattiva 27,80-9,40 12,20 95,80 Industria manifatturiera 15,90 14,70 4,40 12,30 Energia elettrica, gas e acqua 19,40 17,50 50,20 113,40 Costruzioni 3,10 8,20 15,10 76,60 Commercio all'ingrosso 5,90 5,40 5,00 15,50 Logistica e trasporti 3,50 2,70 46,90 44,60 Servizi ICT 11,20 2,10-63,10-64,20 Altri servizi professionali 14,00 7,80-8,10 4,30 Totale 19,20 8,20 1,00 13,90 Fonte: Mariotti e Mutinelli (2007a) Guardando alla dinamica dell internazionalizzazione dal 2001 al 2006 (tabella 2), sono cresciuti soprattutto gli investitori (+ 19,2%) e il fatturato (circa 14%), mentre un po più contenuto è l incremento delle imprese estere (8,2%) e quasi assente quello dei dipendenti. In termini di fatturato, i tassi più alti si registrano per le utilities (energia elettrica, gas, e acqua), l industria estrattiva e le costruzioni. Nell ambito del manifatturiero i settori maggiormente internazionalizzati sono quelli scale intensive (46%) e tradizionali (31%). Questi ultimi, in particolare, sono cresciuti di più, raddoppiando in termini percentuali il numero di partecipazioni all estero dal 1986 al 2006 (vedi tabella 3). Ciò è avvenuto grazie al contributo delle PMI dei settori tradizionali del made in Italy, che dalla metà degli anni ottanta hanno intensificato la

20 propria presenza soprattutto nei Paesi dell Europa centrale e orientale (PECO). Le PMI, distrettuali e non, attuano investimenti verticali nei PECO per sfruttare i vantaggi di costo dei fattori produttivi, che caratterizzano queste aree. Tabella 3 Evoluzione delle partecipazioni italiane all estero nell industria manifatturiera, per macro settori ( ) Situazione Situazione Situazione al al al N. % N. % N. % Imprese partecipate (N.) Settori tradizionali , , ,2 Settori scale intensive , , ,9 Settori specialistici , , ,3 Settori science based 97 13, , ,6 Totale , , ,0 Dipendenti delle imprese partecipate (N.) Settori tradizionali , , ,9 Settori scale intensive , , ,3 Settori specialistici , , ,3 Settori science based , , ,5 Totale , , ,0 Fonte: Mariotti e Mutinelli (2007a) Sotto questo profilo, il modello di sviluppo delle imprese italiane sui mercati internazionali risulta principalmente imperniato sulla apertura verso i paesi dell Europa centro orientale (ed in misura molto più limitata, soprattutto se comparata con altri paesi industrializzati, verso l Asia) e sul tentativo di valorizzazione dei prodotti del made in Italy, caratterizzati da aspetti qualitativi e di design superiori rispetto a molti concorrenti internazionali, mediante lo sviluppo di strutture commerciali volte alla penetrazione all interno di mercati evoluti in grado di apprezzare il posizionamento dei prodotti italiani. 19 La delocalizzazione delle imprese italiane Volendo approfondire la conoscenza dei processi di internazionalizzazione delle imprese italiane, al fine di distinguere, in qualche modo, gli aspetti più legati ad iniziative di delocalizzazione, ci si scontra con la disponibilità di serie statistiche, di dati o informazioni solo in parte in grado di rendere ragione di questo fenomeno. In sostanza, la grande maggioranza dei dati riguarda i processi di internazionalizzazione, sia mediante la rilevazione dei flussi di esportazione ed importazione, sia attraverso il censimento delle iniziative di investimento diretto all estero, nelle sue varie forme. Ebbene, tali informazioni sono solo in parte direttamente utilizzabili ai fini della comprensione del fenomeno della delocalizzazione, in quanto se è vero che lo spostamento di attività produttive verso l estero può rappresentare una forma di internazionalizzazione, non è necessariamente vero il contrario, nel senso che esistono molte forme di internazionalizzazione che non danno luogo al trasferimento verso

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