Davide Gualerzi * DISTRETTI INDUSTRIALI: STUDI E NOTE DI ECONOMIA 3/2006

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1 DISTRETTI INDUSTRIALI: Identità, sviluppo su base territoriale e analisi regionale Davide Gualerzi * 1. Introduzione Il superamento dell analisi dei fenomeni spaziali basata sui costi di trasporto tipici della teoria della localizzazione ha portato a un approccio al problema regionale che enfatizza il ruolo del territorio nel processo di sviluppo. In Italia questo risultato è stato stimolato non tanto dalla riflessione teorica interna all economia regionale, ma prevalentemente dal tentativo di interpretare l articolazione territoriale dello sviluppo economico dopo la fase di crescita degli anni Sessanta, caratterizzata da profondi squilibri regionali. La questione ha quindi le sue origini nella problematica dello sviluppo italiano degli anni Settanta, della ristrutturazione industriale e del suo rapporto con lo sviluppo diffuso e le aree di piccola impresa. Nel saggio viene tracciata l evoluzione del quadro concettuale di riferimento come premessa indispensabile per il ragionamento sullo sviluppo su base territoriale. Questo percorso di ricerca ha portato da un lato alla valorizzazione del territorio nel processo di sviluppo, dall altro ha comportato una maggiore attenzione all articolazione territoriale dello sviluppo economico. Il problema regionale, cioè i differenziali di sviluppo a livello territoriale, è in questa prospettiva il risultato di fenomeni localizzati di sviluppo e delle nuove relazioni spaziali che essi stabiliscono. In particolare, l analisi dei sistemi produttivi localizzati ha progressivamente chiarito il ruolo del territorio in quel determinato modello di organizzazione produttiva, che è ora al centro di fenomeni contradditori che talvolta sembrano mettere in discussione proprio il suo radicamento territoriale. Mentre emergono fenomeni di delocalizzazione della produzione e destrutturazione dei sistemi produttivi locali, è ormai diffusa, ben al di là della comunità scientifica, l attenzione per la dimensione locale dello sviluppo. Intrecciato a questa è quasi sempre il richiamo al ruolo svolto dal territorio. La questione dell identità consente di comprendere meglio quali possano essere le basi di un modello di sviluppo su base territoriale e il punto a cui è giunta la riflessione sul tema. * Dipartimento di Scienze Economiche «Marco Fanno», Università di Padova. 25

2 La centralità del territorio costituisce infatti il tratto distintivo dell ipotesi di sviluppo basata sull elaborazione del concetto di identità, o sviluppo identitario, un tema emergente nell analisi regionale, che assume particolare rilevanza per le aree in ritardo di sviluppo del Mediterraneo. La questione dell economia identitaria e delle strategie che fanno perno sull idea di identità, ha radici in un contesto culturale e economico diverso da quello degli studi su sistemi produttivi locali ed è rimasta fino ad ora prevalentemente circoscritta a ipotesi di sviluppo centrate sui prodotti tipici e/o di sviluppo turistico o rurale, oltre che in larga parte estranea al dibattito italiano. E tuttavia, contiene un ipotesi più complessa e generale sul rapporto tra territorio e sviluppo. Il saggio esamina quindi le basi di questo concetto e il suo uso ai fini dello sviluppo locale, alla luce della problematica evolutiva dei distretti industriali e della riflessione sul governo del processo di sviluppo. Da questo emerge che l identità, o meglio un progetto di sviluppo identitario, dà un modello di riferimento alla regolazione territoriale, o governance locale, il tema intorno a cui ruota il dibattito recente sullo sviluppo su base territoriale. 2. Territorio e sviluppo 2.1. L articolazione territoriale dello sviluppo italiano A partire dalla fine degli anni Sessanta, anche a seguito di un marcato processo di decentramento produttivo, viene emergendo un modello di industrializzazione intermedio tra lo sviluppo del Nord, del cosiddetto triangolo industriale (Torino, Milano, Genova) e il sottosviluppo del Sud, quello delle aree periferiche. Esso si colloca all interno di un insieme di fenomeni che caratterizzano la trasformazione degli anni Settanta, a cui si fa riferimento con il termine di «sviluppo diffuso». Tra questi: la crescita di importanza delle imprese di minori dimensioni, una crescita della popolazione più distribuita territorialmente, fenomeni di rilocalizzazione di impianti industriali verso aree meno industrializzate, di destrutturazione di grandi imprese e concentrazioni industriali, e un vasto processo di industrializzazione tendenzialmente disperso territorialmente. La problematica di sviluppo delle aree intermedie o periferiche, caratterizza soprattutto, ma non esclusivamente 1, le regioni del Centro e del Nord-Est, rimaste parzialmente ai margini dell industrializzazione del Dopoguerra. Con una fortunata, anche se in parte fuorviante, espressione la «Terza Italia» (Bagnasco, 1977) identificava un modello di sviluppo industriale «originale», dominato da un organizzazione produttiva centrata sulla piccola impresa in una struttura spaziale diffusa, con un retroterra produttivo e sociale agricolo, un mercato del lavoro flessibile, elevati tas- 1 Sono infatti fenomeni di sviluppo industriale presenti anche nelle regioni «centrali» del Nord-Ovest. Si veda su questo Garofoli,

3 D. GUALERZI: DISTRETTI INDUSTRIALI: IDENTITà, SVILUPPO SU BASE TERRITORIALE E ANALISI REGIONALE si di attività, oltre che un notevole grado di consenso e mobilità sociale. È quindi una formazione sociale con caratteri distinguibili sia rispetto al triangolo industriale che al Mezzogiorno. Tale sviluppo è stato visto in relazione ai costi crescenti, sia in termini di spinta salariale che di costi di riproduzione della manodopera, associati alla concentrazione spaziale tipica delle grandi città industriali, ma anche, come chiarito dagli studi di economia industriale degli anni Settanta, quale risultato di una logica di ristrutturazione che ha favorito la deverticalizzazione dei processi produttivi e una crescente divisione del lavoro tra imprese (Varaldo, 1979). Tali fenomeni favorivano lo sviluppo delle piccole imprese e i rapporti di sub-fornitura. L articolazione e specializzazione dei rapporti tra imprese, tramite il decentramento produttivo e la sub-fornitura, è stato un tratto caratteristico dell evoluzione e integrazione del tessuto produttivo delle piccole e medie imprese nelle aree periferiche (Gualerzi, 1978). Attraverso crisi di crescita e ristrutturazione, e nonostante fenomeni contraddittori, questo modello produttivo si è affermato e consolidato negli anni Settanta e Ottanta, fino a farne un punto di riferimento per lo sviluppo nel Mezzogiorno d Italia e più in generale per le aree in ritardo di sviluppo. Di fatto esso ha rappresentato forse il maggiore fenomeno di modifica dell articolazione territoriale dello sviluppo economico italiano del Dopoguerra e ha dato un forte stimolo a ripensare l analisi regionale. Soprattutto gli studi sui sistemi produttivi localizzati hanno modificato l approccio al problema, a favore di un rinnovato interesse per i meccanismi dello sviluppo locale, soprattutto come sviluppo endogeno o autocentrato (Covi e Gualerzi, 1993) I sistemi locali di piccola impresa Un aspetto essenziale dello sviluppo periferico sono i sistemi di piccola impresa circoscritti territorialmente. Essi sono contraddistinti da una forte divisione del lavoro tra imprese e una forte integrazione produttiva e sociale, favorita dalla concentrazione spaziale. In altre parole, sono un esempio di sviluppo periferico più maturo e strutturato. Questi sistemi hanno spesso origini non recenti e hanno avuto percorsi evolutivi diversi. Alcuni sono pressoché scomparsi. Per gli altri lo sviluppo ha comportato trasformazioni che si riflettono in un grado di maggiore o minore strutturazione interna come sistema. A questo proposito Garofoli (1983) individua tre tipologie, definite da un crescente grado di interdipendenza del sistema produttivo le aree di specializzazione produttiva, aree circoscritte caratterizzate da una concentrazione superiore alla media di un prodotto e in cui sono concentrate numerose imprese che operano sullo stesso mercato; i sistemi produttivi locali, dove la produzione, ancora di tipo prevalentemente «monocolturale», si è evoluta verso un articolazione interna maggiore, con la specializzazione delle sub-forniture; le aree-sistema, dove la divisione del lavoro tra le imprese è la più 27

4 accentuata e determina una crescente complessità interna, con lo sviluppo di settori integrati verticalmente che comprendono sia prodotti intermedi che macchinario e servizi alla produzione. Il carattere comune di queste forme di industria localizzata è quello di saper tenere insieme economie di scala e flessibilità produttiva. L elemento fondamentale a questi fini è la creazione di economie esterne, più sofisticate a seconda del grado di strutturazione interna del sistema, e in grado di assicurare un vantaggio competitivo rispetto a una collocazione esterna all area. Nella letteratura sui sistemi di piccola impresa circoscritti territorialmente è comune l uso del termine di distretto industriale, introdotto da Becattini (1979), che ha le sue radici nel pensiero di Marshall 2, Secondo Marshall il distretto è un industria che per il fatto di essere localizzata può conseguire economie di scala grazie alla specializzazione di un gran numero di piccoli produttori e beneficia ulteriormente dall addestramento della manodopera e dalla rapida circolazione di idee. Beneficia quindi di rilevanti economie esterne. Il distretto industriale viene quindi definito come un insieme di piccole imprese, legate da rapporti produttivi che determinano un sistema di relazioni produttive in un area circoscritta. La dimensione locale non conta solo per i vantaggi di localizzazione tradizionalmente intesi, come la riduzione del costo dei trasporti e comunicazione, ma soprattutto per il radicamento dello sviluppo industriale in una storia di apprendimento collettivo della comunità. Più in generale, la produzione e il sistema delle imprese sta in un rapporto organico con la comunità locale e i suoi valori socio-culturali. È uno spazio condiviso da un industria e una popolazione, la cui interazione crea quella che si può definire una risorsa immateriale, quella a cui Marshall allude con il termine «industrial atmosphere», che svolge un ruolo nel determinare il vantaggio competitivo. Questo ha dato una base teorica e un interpretazione a quanto, a partire dalla metà degli anni Settanta, si osservava nelle aree di piccola impresa. Riprendendo il concetto marshalliano di economie esterne, Becattini ha quindi dato una spiegazione allo sviluppo di sistemi localizzati di produzione che non convergono verso il modello della grande impresa e tuttavia sono in grado di conseguire alti gradi di efficienza. Ma ha contribuito anche a un modo nuovo e eterodosso di affrontare la problematica generale dello sviluppo. L analisi economica dello sviluppo locale è quindi in larga misura basata sullo studio dei vantaggi competitivi della produzione localizzata. 2 Esso ha una base teorica e una genesi alquanto diversa da quella di area-sistema, anche se largamente convergente per quanto riguarda la concettualizzazione del ruolo del territorio nello sviluppo. Mentre la seconda è il risultato della ricerca sull articolazione territoriale dello sviluppo e le aree intermedie; quello di distretto industriale è frutto di un elaborazione più interna all economia industriale e nasce da una necessità teorica, definire un appropriata unità di indagine. 28

5 D. GUALERZI: DISTRETTI INDUSTRIALI: IDENTITà, SVILUPPO SU BASE TERRITORIALE E ANALISI REGIONALE Il distretto industriale è in primo luogo un modello di sistema produttivo locale tra i più strutturati, dove vi è una forte interdipendenza e un effetto di sinergia. È quindi da considerare un tipico esempio di sviluppo endogeno, in cui svolgono un ruolo fondamentale l integrazione produttiva e sociale a livello locale. Il distretto è infatti caratterizzato da una forte interazione tra sfera economica, sociale e politica, che ne fa una comunità e quindi un fenomeno non analizzabile solamente in termini economici o di spazio economico-funzionale. Quella che viene chiamata «atmosfera industriale» dà fondamento a una visione dello sviluppo che tende a inglobare relazioni che hanno origine nella cultura e società locali e stanno alla base di effetti positivi sulla produzione. Un ruolo importante svolgono il sistema di valori, tra i quali spicca una marcata etica del lavoro e un forte senso di appartenenza alla società locale, e un linguaggio condiviso, che permette un efficace trasferimento di informazioni e saperi. In tale modello di organizzazione produttiva il vantaggio competitivo dipende quindi da un integrazione produttiva e sociale, che a sua volta ha una forte connotazione territoriale. Anche laddove la produzione locale è meno legata alla divisione del lavoro tra imprese e alla sub-fornitura, il grado di integrazione sistemica di un area e il suo successo di mercato può dipendere da meccanismi sociali che non si spiegano se non sulla base della storia della produzione e della società locale (Gualerzi,1983) Lo sviluppo su base territoriale La consapevolezza della complessità che determina il vantaggio competitivo dei sistemi produttivi locali, oltre che la varietà dei «modelli di sviluppo locale» (Garofoli, 1991), ha portato la ricerca ad analizzare la dimensione locale dello sviluppo e ha spinto a fare dello sviluppo locale un tema specifico di ricerca (Pecqueur, 1989). Il tratto comune di questa letteratura è l attenzione ai meccanismi di sviluppo «territorializzati», cioè specifici a un contesto territoriale, che hanno un ruolo fondamentale nel determinare il successo di una determinata organizzazione produttiva. Essi vanno oltre una concezione ristretta delle economie esterne di produzione, ma riflettono una sedimentazione territoriale di saperi e culture produttive. Come detto prima i sistemi di piccola impresa hanno spesso radici in una tradizione manifatturiera non recente, che si manifesta in una professionalità diffusa intorno a un prodotto o processo produttivo, oltre che in una mentalità imprenditoriale che ha origine talvolta nel settore agricolo. Il ruolo del territorio nello sviluppo era già delineato nella constatazione del contributo che l organizzazione territoriale dispersa dava ad alcune delle caratteristiche specifiche del modello produttivo delle aree periferiche, e quindi all assimilazione dell industrializzazione senza effetti dirompenti. Industrializzazione senza fratture è stato detto (Fuà - Zacchia, 1983). L importanza del territorio viene riproposta in termini forti dal modello distrettuale. Il territorio è fondamentale non solo come risorsa fisica e ambientale, ma soprattutto come contesto che da specifici- 29

6 tà al meccanismo di sviluppo. Una conseguenza generale teorica è che la generazione sociale dei fattori di produzione è determinata da condizioni locali e dipende dal territorio. Si afferma quindi un rapporto nuovo tra territorio e sviluppo. Il territorio come cornice fisica e naturale, tradizionalmente il terreno di studio primario dei i geografi, nonché sede del capitale fisso sociale, delle reti tecnologiche e delle infrastrutture, tipicamente oggetto della pianificazione territoriale, diventa una componente del processo di sviluppo economico, fondamentale per comprendere lo sviluppo regionale e l organizzazione spaziale. 3. Sistema distrettuale o impresa-guida? L industrializzazione diffusa e i sistemi produttivi locali sono stati oggetto di un gran numero di studi empirici e di una voluminosa letteratura. Ciò ha consentito un approfondimento dell analisi e una sistematizzazione rispetto a visioni teoriche più complessive 3. Durante gli anni Novanta il modello produttivo del distretto è però anche stato oggetto di critiche crescenti, basate sulla sua asserita incapacità di tenere il passo con le trasformazioni dell ambiente competitivo. Ai fini della discussione delle sue prospettive il problema fondamentale è se esso sia una forma economico-organizzativa stabile, capace di riprodursi mantenendo le sue caratteristiche essenziali e il suo legame con il territorio, a fronte delle spinte che vengono sia dall innovazione tecnologica che dal processo di globalizzazione dei mercati. Due contributi servono a chiarire uno dei nodi fondamentali della questione e rimangono ancora oggi una guida alla compresione del problema L importanza dei contesti Secondo Becattini e Rullani (1993) lo studio dei distretti ha dato un contributo fondamentale a superare «l occultamento dei nessi fra aspetto produttivo e quello socioculturale dei sistemi produttivi locali», tipico di un impostazione in cui le varietà locali erano ridotte «a manifestazioni contingenti di un paradigma universale di razionalità economica». Proprio la concorrenza globale invece dà valore alle differenze ereditate dalla storia, che diventano «gli elementi fondativi della nuova concorrenza tra diversi». Ciò contrasta con l idea di impresa globale sostanzialmente emancipata dalla sua specificità storica e territoriale e sottolinea invece la varietà dei modi di produrre valore e vantaggi competitivi. Ma si contrappone anche al localismo, che concentra l attenzione sulla dimensione locale in quanto tale. Gli autori elaborano quindi un quadro di riferimento concettuale che possa guidare lo studio della varietà dei «capitalismi nazionali e regiona- 3 Un buon esempio di questo è l inserimento in una teorizzazione sull evoluzione di lungo periodo della manifattura. In particolare il concetto di specializzazione flessibile è entrato a far parte del dibattito sulle forme della produzione post-fordista. 30

7 D. GUALERZI: DISTRETTI INDUSTRIALI: IDENTITà, SVILUPPO SU BASE TERRITORIALE E ANALISI REGIONALE li, delle imprese e dei luoghi specifici da esse popolati». Ne viene fuori una chiara delimitazione dei possibili e desiderabili percorsi evolutivi dei distretti industriali. Fondamentale al loro ragionamento è il concetto di «processo produttivo completo». Secondo Becattini e Rullani nel processo produttivo completo «l attività di produzione di merci viene presa insieme all attività, consapevole o inconsapevole, di riproduzione dei fattori umani e materiali della produzione stessa». Ne segue che il processo produttivo completo implica «coprodurre, insieme alle merci, i valori, le conoscenze, le istituzioni, le macchine, le materie prime e l ambiente naturale che servono a perpetuarlo» (p. 7). Un sistema sociale territorialmente definito si avvicina a questo, in quanto contiene «il nucleo essenziale delle condizioni, economiche e socioculturali, della propria riproduzione e del proprio sviluppo». Per questa via si giunge a determinare la questione centrale del processo evolutivo: ciò che deve rimanere invariante è infatti «il nucleo caratteristico di valori, conoscenze, istituzioni, nonché il sistema dei loro rapporti fondamentali», cioè l identità del sistema locale. Quest ultima si può mantenere solo se il sistema evolve, cioè si modifica rispondendo alle sollecitazioni dell ambiente esterno (naturale, culturale, competitivo) o a quelle entropiche interne. Per evolversi il sistema ha bisogno di apprendere dalle proprie esperienze e essere in grado di percepire il mutare delle condizioni esterne. Una corretta visione del rapporto locale-globale mette in evidenza il ruolo cognitivo del sistema locale. Esso è il luogo delle conoscenze contestuali, che sono pienamente valide solo all interno del contesto che le genera. Il sapere contestuale è indispensabile per filtrare e metabolizzare il sapere codificato e trasferibile. È quindi il contesto locale la risorsa «scarsa» da conservare. D altra parte solo accettando l apertura all esterno, cioè inserendosi in reti globali, i sistemi locali possono valorizzare il loro sapere contestuale. «Certo non si può negare l esistenza di sistemi locali che, non reggendo all urto delle nuove tecnologie e delle nuove regole organizzative veicolate dalla conoscenza codificata e dalla concorrenza globale, hanno scelto di chiudersi alle sollecitazioni esterne, nell illusione di poter conservare il contesto tradizionale» (p. 23). I vantaggi competitivi acquisiti grazie a un più o meno accentuato localismo sono però meglio garantiti mettendo le risorse contestuali al centro di una visione globale del processo produttivo. I distretti industriali sono quindi centrali alla problematica dello sviluppo industriale moderno sia perchè hanno consentito di mettere in luce il valore del contesto, sia perché sono produttori e depositari, come esperienza storico-produttiva sedimentata sul territorio, di una forte dotazione di sapere contestuale Dall impresa distrettuale all impresa guida Con questa attenta delimitazione della problematica evolutiva Becattini e Rullani riaffermano, in sintonia con il filone di ricerca «distrettualista», 31

8 la rilevanza dell organizzazione produttiva distrettuale. Molto più critico è invece il giudizio espresso da Ferrucci e Varaldo (1993), secondo cui la problematica evolutiva dei distretti richiede il passaggio da un analisi centrata sul sistema distrettuale all analisi dell impresa distrettuale e da questa alle possibilità di una riorganizzazione dei rapporti tra le imprese intorno a imprese guida. Questo punto di vista prende spunto dal divario che si sarebbe sviluppato tra letteratura sui distretti «ancora improntata ad una visione ideale del `congegno dalla quale traspaiono soprattutto i pregi e le virtù dell aggregazione di una popolazione di imprese in un territorio circoscritto, ricco di `atmosfera industriale» e una realtà che invece mette sempre più in evidenza «certi difetti e limiti della formula distrettuale» (p. 5). In particolare, il «gap tra quello che si pensa sui distretti e quello che realmente sta accadendo al loro interno» si manifesta nel continuare a «teorizzare i fenomeni cooperativi e collaborativi fra le imprese, come tipico modello comportamentale» mentre di fatto «la competizione dinamica interna ai distretti industriali si presenta oggi molto spinta, sotto l incalzare di profondi cambiamenti nello scenario mondiale che riversano localmente sollecitazioni, spinte e tensioni» (p. 6). Le debolezze messe in luce negli anni Ottanta si riferiscono in particolare ai ritardi nell introduzione di nuove tecnologie, alla debolezza dei sistemi di commercializzazione, all importanza di funzioni (design, moda, ricerca tecnologica, distribuzione, logistica) che vedono le piccole imprese in posizione di svantaggio. La stessa frammentazione troppo spinta dei processi produttivi rappresenta un ostacolo. Il punto fondamentale dell argomentazione è che, secondo Ferrucci e Varaldo, questi processi non sono più in grado di garantire da soli la creazione delle economie esterne necessarie a una nuova fase di espansione dei sistemi locali. Infatti «si sta delineando sempre più un rimodellamento della natura e del mix delle economie che contano». In tale contesto le decisioni strategiche delle imprese acquistano una nuova rilevanza, «mentre i vantaggi originari, costituiti da esternalità non appropriabili singolarmente, perdono peso, specie se non si sono rigenerati adeguatamente» (p. 7). Tenuto conto quindi dei caratteri propri dell impresa inserita nel distretto, delle tipologie di impresa distrettuale rispetto alla filiera produttiva e dell incapacità del sistema di fornire le risorse strategiche indispensabili al processo di sviluppo, la risposta non può che essere lo sviluppo di economie interne, raggiungibili solo con un rafforzamento delle strutture aziendali. L attenzione si sposta quindi dal sistema, che nel modello distrettuale definisce rapporti tra le imprese, alle concrete strategie delle imprese distrettuali, da cui possono discendere nuovi rapporti tra le imprese. Non si tratta quindi più «di un problema di crescita quantitativa del distretto ma bensì piuttosto di un problema di crescita qualitativa delle sue imprese» (p. 91). Da questo la necessità di superare una visione tutta centrata sul sistema, a favore di nuovi protagonisti. L affermarsi di imprese-guida è quindi auspicata come modo per salvare i distretti da un 32

9 D. GUALERZI: DISTRETTI INDUSTRIALI: IDENTITà, SVILUPPO SU BASE TERRITORIALE E ANALISI REGIONALE percorso involutivo, introducendo elementi «non necessariamente appartenenti alla tradizione di questi specifici modelli locali di sviluppo». 4. Il percorso evolutivo dei distretti 4.1. Economie esterne, innovazione e vantaggio competitivo Dal dibattito sul modello distrettuale emerge in modo evidente come la sua vitalità dipenda dalla capacità di mantenere e sfruttare al meglio le caratteristiche di base. In caso contrario il suo superamento, da alcuni auspicato, si tradurrebbe in una deterritorializzazione della produzione. Il mantenimento invece di tale territorializzazione dipende dalla natura e dalla persistenza di economie esterne, in senso esteso, come elemento fondamentale del vantaggio competitivo. Questo si manifesta in una capacità di posizionamento e di controllo del mercato da parte del sistema produttivo locale, e spiega perché un prodotto non può essere fatto ovunque, ma in un determinato territorio. Occorre ricordare che le economie esterne sono associate con la specializzazione e la divisione del lavoro tra imprese. Ma sono anche legate all esistenza e riproduzione di un sapere locale, fatto di competenze professionali e di savoir faire accumulato, che si riproduce e circola grazie al prevalere di un delicato equilibrio di concorrenza e collaborazione che contraddistingue i rapporti tra le imprese. Entrambi questi aspetti dipendono dalla prossimità spaziale e sono legati a un territorio che contribuisce a alimentarli. Contiguità spaziale, ma anche sociale, senza cui il modello di produzione territorializzata non potrebbe esistere. La contiguità sociale sta alla base del terzo elemento di questa territorializzazione, il ruolo delle istituzioni locali 4. Ciò sia nel senso dell aderenza e permeabilità delle medesime a esigenze, pratiche e culture legate alla produzione che permea la società locale, che nel senso dell esistenza di istituzioni che hanno un rapporto diretto con il sistema locale, prevalentemente tramite il contributo al sapere produttivo, all apprendimento e all innovazione. Quindi dalle scuole professionali, ai centri pubblici e consorziati che forniscono servizi alle imprese e al sistema imprenditoriale locale. Tutto questo costituisce quelle risorse specifiche identificate con un territorio e la base del vantaggio competitivo per le imprese che per questo continuano a operare all interno del sistema locale. In particolare, sta alla base di quell efficienza sistemica che è poi l oggetto e il prodotto della regolazione a livello locale. Il vantaggio competitivo del sistema deve però essere sostenuto dalla capacità di generare innovazione. Questo è fondamentale per mantenerlo su un percorso evolutivo «virtuoso». L innovazione è essenziale per i vantaggi competitivi dinamici, ma anche perché consente di riprodurre e rinnovare il sistema delle economie esterne 5. La questione diventa com- 4 Sul ruolo delle istituzioni locali si veda Arrighetti e Serravalle (1999) 5 A questo devono mirare le politiche distrettuali. Strategie diverse possono invece portare a un processo involutivo e/o alla disgregazione del sistema. 33

10 plessa proprio perché le economie esterne «strategiche» non solo possono variare area per area e prodotto per prodotto, ma sono in modo crescente legate a variabili sociali, accumulazione di intangibili, saperi stratificati, fino a diventare inscindibili dal sistema istituzionale locale, da forme di partneriato sociale e cooperazione 6, dalla regolazione economico-sociale, che fanno parte di un «capitale» specifico ai territori La riflessione sul distretto Marshalliano Il congegno distrettuale, cioè la struttura di base del modello produttivo, è stato analizzata con un crescente livello di sofisticazione teorico-metodologica. Il principale risultato è un accresciuta complessità, con riferimenti teorici sempre più ampi, che mirano a chiarire e spiegare meglio il suo funzionamento e in ultima analisi la sua tenuta competitiva. Un buon esempio di questo arricchimento, ora quasi trentennale, é il recente saggio di Mistri (2006) che, secondo quanto detto da Becattini nella prefazione, «se non è proprio una teoria del distretto industriale le si avvicina molto» (p. 13). La teoria generale consiste in una sistematizzazione e riflessione sui vari aspetti del congegno, nonché dei fondamenti teorici che a questo concorrono 7. Tra questi spiccano la competenza comunicativa, la capacità di produrre e utilizzare sapere produttivo, la dimensione istituzionale, la cooperazione, le regole comportamentali e la fiducia. Ma alla base si trovano comunque le economie esterne e il ruolo dei fattori socio-culturali. Come ricordato da Mistri «le economie esterne giocano un ruolo significativo nell impianto teorico marshalliano anche e soprattutto per il rapporto che attraverso esse si evidenzia tra organizzazione della produzione e localizzazione della stessa» (p.23) 8. In buona sostanza, il vantaggio competitivo di un aggregazione spazialmente circoscritta di molte piccole imprese specializzate settorialmente gli ingredienti base di un distretto marshalliano attengono alla divisione del lavoro e alla specializzazione. Sono queste in senso stretto le economie esterne di agglomerazione (Bellandi, 1982). A questo bisogna aggiungere la condivisione e circolazione di saper produttivo, catturata nelle famosa espressione di Marshall «industrial atmosphere», che favorisce l innovazione. Ma allargando il concetto le economie esterne comprendono anche l abbattimento dei costi di coordinamento in ragione di patterns comuni di cultura e di comunicazione, che diventano importanti proprio in ragione della crescente specializzazione, e/o la riduzione dei costi di transazione «all interno di una piccola comunità caratterizzata da una forte coesione culturale e sociale» (p. 35). 6 Un aspetto della questione è la possibilità di una evoluzione in senso cooperativo dei rapporti tra imprese e tra imprese e istituzioni locali. (Gualerzi, 2003) 7 Per una spiegazione delle distinzione tra clusters, distretti marshalliani e quella che diviene una ipotesi «neo/post Marshalliana» si veda Belussi («On the theory of spatial clustering», in Belussi e Sammarra, 2005). 8 Mistri osserva peraltro che Marshall non usa l espressione «economie esterne». 34

11 D. GUALERZI: DISTRETTI INDUSTRIALI: IDENTITà, SVILUPPO SU BASE TERRITORIALE E ANALISI REGIONALE Con il termine di economie esterne distrettuali si può quindi fare riferimento a una concezione ampia delle economie esterne create dal distretto. Ma se le economie esterne stanno alla base del vantaggio competitivo del distretto, Porter (1990) chiarisce che quest ultimo consiste di una «combinazione di fattori tecnologici, economici, sociali e culturali» e della loro interazione sistemica. Del resto tutti gli studiosi dei distretti hanno sottolineato il ruolo fondamentale svolto proprio dai fattori sociali e culturali. Se è vero, come sostenuto da Becattini che «il tratto fondamentale del distretto industriale è infatti la sua capacità di trasformare forze sociali (valori, consuetudini, appartenenza ecc.) in incrementi della produttività media del lavoro distrettuale» (in Mistri, 2006, p.12), allora concorrono a questo risultato un altra serie di condizioni che fanno riferimento al distretto non come sistema di imprese, ma come sistema più ampio di relazioni, in cui un ruolo fondamentale è svolto dai fattori sociali e culturali, e in ultima analisi al distretto come comunità. Al di là della crescente sofisticazione della teoria del distretto industriale proprio le conclusioni di Mistri sulle sue prospettive mettono in luce però che le questioni di fondo sono quelle sul tappeto già da alcuni anni. Esse riguardano: la capacità dei distretti di mantenere la loro posizione nella globalizzazione della produzione; la loro tenuta a fronte di marcati processi di delocalizzazione; la loro riproducibilità e/o clonazione all estero. Queste questioni chiamano in causa il significato delle economie esterne distrettuali e il ruolo del territorio nel definire il vantaggio competitivo La high road dello sviluppo La questione della tenuta di un modello di sviluppo di piccola impresa grazie al suo il radicamento territoriale si è infatti ulteriormente complicata con il procedere dei processi di internazionalizzazione della produzione. Garofoli (2003) discute il problema della tenuta e il radicamento territoriale del sistema produttivo locale alla luce delle differenze di percorsi evolutivi suggerite da evidenze empiriche e riflessione teorica. Il problema non si è posto nella «golden age» dei distretti, cioè per gran parte degli anni Settanta e Ottanta, in cui la crescita della domanda ha proceduto a un passo tale da bilanciare gli aumenti di produttività. In queste circostanze non vi erano tensioni particolari nel modello organizzativo. Esso poteva tenere insieme concorrenza e collaborazione grazie a un espansione della produzione che dava ampi margini per l entrata di nuove imprese. Una caratteristica fondamentale di questo quadro è l emergere di una capacità competitiva legata non tanto alla compressione dei costi per unità, ma piuttosto a un posizionamento di mercato basato sull innovazione di prodotto e sulla qualità, una strategia che rafforzava una crescita di complessità e integrazione produttiva, quindi un consolidamento del sistema locale. Raggiunta una stabilità delle quote di mercato il meccanismo è stato esposto a nuove tensioni. Garofoli individua quattro strategie tutte presenti nel quadro evolutivo dei distretti: la decentralizzazione su scala inter- 35

12 nazionale della produzione, in aree con salari più bassi; la concentrazione del controllo commerciale e della ricerca e sviluppo, con la fuoriuscita verso aree di più recente industrializzazione della produzione; oppure il controllo che passa nelle mani di poche imprese di medie dimensioni o di gruppi finanziari. Infine, la presa di controllo da parte di imprese o gruppi finanziari esterni. Tutte queste strategie sono estranee al modello di base e comportano rischi crescenti di destrutturazione del sistema e perdita di identità territoriale della produzione locale. L alternativa è invece aderirvi e rafforzarlo con un investimento nel sistema delle economie esterne, un investimento quindi nel territorio che richiede però una capacità di governance locale e politiche partecipate degli attori locali. La risposta adeguata è quindi quella di mantenere e rafforzare il modello competitivo che sta alla base del successo dei distretti, cioè puntare su una strategia di penetrazioni di nuovi mercati basata su innovazione e qualità, e non sulla compressione dei costi del lavoro. Perseguendo in altre parole quella che, egli ricorda, Pyke e Sengerberger (1992) hanno definito la «high road» dello sviluppo. 5. Identità e sviluppo locale 5.1. Una strategia per le regioni in ritardo di sviluppo? Gli studi sui distretti danno quindi un quadro di crescente complessità del percorso evolutivo, che non esclude fenomeni di deterritorializzazione della produzione, di perdita quindi sia dei connotati di fondo del modello, che del ruolo svolto dal territorio nel determinare il vantaggio competitivo. D altra parte, l idea di sviluppo centrato sull identità ha come caratteristica di fondo e anzi definitoria il radicamento territoriale dello sviluppo. In che modo quindi l identità ripropone la centralità del territorio e suggerisce di farne la base di una strategia di sviluppo economico locale? L identità è diventata una questione per lo sviluppo regionale per due ragioni. In primo luogo perché, sulla scia di una riscoperta di radici culturali e di un organizzazione sociale sbrigativamente consegnata alla dimensione dell arretratezza, tende a valorizzare le diversità regionali, le identità appunto, che da tali radici hanno origine. Queste hanno una rilevanza in sé, ma anche in quanto potenzialità di sviluppo legate ai saperi locali, ai contesti, ai luoghi. La seconda ragione riguarda la possibilità di disegnare intorno ad essa una strategia di sviluppo alternativa. L idea di economia identitaria ha avuto una concretizzazione in ipotesi di sviluppo legate alla rivitalizzazione e ammodernamento delle produzioni locali tipiche, spesso legate all agricoltura, e al «saper fare» locale. La possibilità di fare dei saperi locali l asse portante di una strategia di sviluppo alternativa per le regioni in ritardo di sviluppo del Mediterraneo è il tema principale di un volume che mette insieme analisi teoriche e esempi concreti tratti da regioni mediterranee (Sassu, 2001). Il riferimento ai sistemi produttivi locali italiani è frequente, anche se spesso non ben circostanziato. Questo appare essere una variante, sia pure assai più articolata e argomentata, di un ipotesi di sviluppo legata ai cosiddetti prodot- 36

13 D. GUALERZI: DISTRETTI INDUSTRIALI: IDENTITà, SVILUPPO SU BASE TERRITORIALE E ANALISI REGIONALE ti tipici. Tuttavia, una strategia di sviluppo sembra richiedere una visione che vada oltre la valorizzazione dei saperi locali per mercati di nicchia, o peggio al ripiegamento sulle «radici», cui corrisponde una preservazione di alcune tradizioni artigianali locali. I saperi e le risorse identificate con i territori andrebbero collocate in una visione più ampia dello sviluppo, che rimane però da definire. Per andare in questa direzione occorre tenere conto sia delle tendenze economiche in atto, che di una visione dinamica dell identità. L idea di sviluppo basato sull identità richiede in primo luogo un approfondimento del rapporto tra identità e economia. La questione sembra proporre una secca alternativa tra declino o sviluppo dell identità locale. Infatti l identità locale difficilmente può essere preservata se non a condizione di aprirla alla problematica economica e quindi farne un aspetto centrale dello sviluppo. Questo è tanto più necessario perché le tendenze in atto nello sviluppo economico e l accelerazione subita dai fenomeni di crescita diseguale, e quindi del problema regionale nel contesto della globalizzazione, spingono in alcune direzioni non desiderabili, con fenomeni di sfruttamento del territorio e di sviluppo eterodiretto e dipendente, che sono l opposto di quanto viene auspicato con l idea di sviluppo identitario. Ma anche perché il termine «identità» può portare a un localismo come chiusura e preservazione dell esistente. Oltre che problematica da un punto di vista sociale e culturale questa visione di identità sembra una ricetta certa per un declino economico, stretta come è tra globalizzazione e ripiegamento su una concezione quasi di testimonianza del tempo andato Un concetto (relativamente) nuovo Il tentativo di avviare l elaborazione sulla base di una definizione chiara e esaustiva di identità è forte. Ma una breve sperimentazione in questa direzione indica tutte le difficoltà, come bene illustrato da Vigezzi (2002). Essa ha tuttavia due meriti: porre il problema delle norme di funzionamento delle società e degli agenti economici, al di là della razionalità forte e omogenea presupposta nei «fondamentali» economici; inserirsi nel dibattito mondializzazione-regionalizzazione, tra tendenza all omologazione delle strategie e dei comportamenti della globalizzazione e il mantenimento di caratteristiche «autoctone», spesso considerate sorpassate. Da un punto di vista definitorio risultano importanti due approcci, quello ontologico, o essenzialista, in cui l identità è il risultato dello studio di ciò che non muta, e quello nominalista, in cui l identità si costruisce, rappresenta i modi di identificazione di un individuo in una collettività, anch essa mutevole nel tempo e nello spazio. Il carattere «enigmatico» del concetto viene ben illustrato dal dibattito tra antropologi e sociologi, con il rifiuto del concetto da parte di alcuni a cui viene per esempio preferito quello di «metissage» (Laplaintaine, 1999) e invece una considerazione più possibilista da parte di altri. Nelle scienze sociali l idea di economia identitaria è stata anzitutto un «punto di vista» di rottura con i modelli dominanti (l import substitution, 37

14 ma anche sviluppo trainato dalle esportazioni, e/o le strategie dell industrializzazione guidata dall esterno). La prospettiva da cui l identità guarda alle strategie di sviluppo, e quindi alle politiche, è, come si è detto, la ricerca di un modello alternativo. Si pone però subito il problema di dare significato operativo e quindi contenuto analitico al concetto. A questo obiettivo si sono applicati gli economisti che provengono dagli studi sullo sviluppo sostenibile e guardano all efficacia delle strategie di sviluppo in primo luogo in termini d autonomia e sostenibilità ambientale. A partire da questo lavoro é possibile scartare l approccio essenzialista, visto che per economia identitaria si fa necessariamente riferimento a un fenomeno storico, che sottolinea l importanza di norme di produzione e scambio condivise, del controllo sugli effetti ambientali, dell apertura all esterno con una capacità di controllarne le conseguenze. Per approfondire l aspetto analitico del concetto Vigezzi propone di affrontare la questione dell economia identitaria all incrocio di due principi: quello della coerenza e quello della crescita. Con riferimento al primo Vigezzi ricorda Braudel e il suo studio sull identità francese (1986). L approccio della «storia sociale» pone una serie di questioni e suggerisce tre scenari (Wieviorka, 2000), coerenti peraltro con le tre ipotesi formulate da Castells (1999). Castells distingue tra identità come fattore di legittimazione, quindi l adattamento alle norme dominanti, fattore di resistenza, ovvero di difesa della regione e/o del paese, e infine come fattore suscettibile di diventare progetto, intorno a cui coagulare la trasformazione. L identità è quindi un insieme di caratteristiche intorno alle quali si realizza un integrazione in un ambito più vasto, ma è anche pensata come un fattore di differenziazione e quindi di possibile concorrenza e conflitto. Infine, essa può essere considerata come insieme di fattori di posizionamento sulla base dei quali competere e/o cooperare con modelli di sviluppo diversi. A questo proposito va considerato il ruolo contraddittorio della regionalizzazione, come testimoniato dalle diverse letture del rapporto locale-globale. Latouche (1999), per esempio, sostiene che l identità diviene una reazione alla liquidazione delle culture operata dall immaginario della mondializzazione. L emergenza delle tribù, degli anfratti dell etnicismo, può però funzionare da stimolo per un confronto tra culture. Un identità infatti si definisce nel confronto con altre. Dal punto di vista economico assumono quindi importanza la capacità di differenziazione all interno dell integrazione in ambiti più vasti, e di resistere alle spinte di omologazione che vengono dall esterno. Sul lato del principio di crescita, l identità può essere interpretata come fattore di ripiegamento su un economia di sopravvivenza, o «delinking» (Amin, 2001), o come adesione a un tipo particolare di riproduzione sociale, controllata dall interno e quindi endogena (Taddei, 1997). Questo sottolinea la possibilità dell identità di funzionare da articolazione tra regole interne e relazioni esterne, come sottolineato dai lavori sullo sviluppo endogeno di Reiffers (1978). Vigezzi esamina quindi brevemente quegli approcci che integrano l iden- 38

15 D. GUALERZI: DISTRETTI INDUSTRIALI: IDENTITà, SVILUPPO SU BASE TERRITORIALE E ANALISI REGIONALE tità tra i fattori che «spiegano» la crescita, e distingue tra la crescita fondata sull identità dei prodotti e quella basata sull identità degli uomini e delle organizzazioni. Il riferimento è a quelle teorie economiche che prendono le distanze dall approccio tradizionale basato sulla razionalità degli agenti, e hanno in comune l attenzione alle istituzioni e al concetto di compromesso, quali sono il pensiero neocorporativo, convenzionalista e regolazionista. La corrente neocorporativa sottolinea il ruolo che nella crescita hanno le «associazioni di interessi» e i «processi di concertazione o compromesso». Un ruolo centrale ha il compromesso tra agenti e istituzioni, cui sottende la possibile divergenza di interessi. Riprendendo Salais e Storper (1993) Buorque (2000) sostiene che l inserimento nel sistema mondiale della produzione avviene costruendo sulle identità traiettorie dotate di proprietà di «autosviluppo». La divisione internazionale del lavoro si baserebbe, almeno in parte, sull identità dei prodotti definita dai savoir faire che li realizzano e dai bisogni che soddisfano. L identità sarebbe quindi una variabile determinante della divisione internazionale della produzione. De Band (1997) sottolinea che lo sviluppo non può essere il risultato solo di una combinazione di mezzi di produzione, di una mentalità o di una cultura e insiste sulla fabbricazione di prodotti che si differenzino non tanto per il costo, quanto per i bisogni a cui rispondono. Per Taddei (1997) l identità è un fattore di competitività per il suo effetto sulla differenziazione dei prodotti, la promozione delle reti, il rispetto dell ambiente e l effetto qualità. Antomarchi (1997) parla di una strategia basata sull identità come «coscientizzazione» dell economia, in grado di porre dei limiti ma allo stesso tempo in grado di arricchirla e preservarne la diversità Savoir faire e produzioni locali Questa panoramica intorno alla definizione di identità, nonostante la difficoltà di dare conto delle molte questioni interconnesse, mette a fuoco i temi fondamentali per un ipotesi di sviluppo locale basata sull identità. Chiarisce inoltre che si parla di identità non in generale, ma come fenomeno sociale, con riferimento a una collettività, e quindi a quanto è sedimentato in un territorio specifico. Non tutti i suoi aspetti sono ugualmente importanti, ma in primo luogo quelli che, come verrà detto, ne fanno «il lievito» dello sviluppo. L idea di fondo di Loup e Kosianski (2002) è che il rapporto tra identità e sviluppo locale passa attraverso la considerazione di attori che hanno un legame forte con il territorio. In particolare essi esaminano il contributo del settore dei mestieri d arte e sottolineano la particolarità dei mestieri, l accumulazione di un savoir faire «immanente all azione e difficilmente formalizzabile» (p.39). I savoir faire sono da una parte fortemente legati a fattori locali, come la storia, la cultura e l area geografica, dall altra alla creatività individuale. Questa comprende un aspetto cognitivo, grazie al quale il sapere stabilizzato si rinnova. La diversità dei prodotti riflette la diversità delle identità associate a pratiche di consumo specifiche, e tuttavia non esaurisce l aspetto creativo dell artigiano, il suo lavoro d arte. 39

16 Attraverso una valorizzazione del loro savoir faire, contenuto in prodotti tradizionali, ma che si prestano all innovazione, è possibile avviare un processo di sviluppo, tenendo conto anche di altre risorse identitarie, come sono le materie prime, il profilo paesaggistico e la qualità della vita, nonché di una domanda legata al turismo. Lo sviluppo locale può essere un risultato diciamo spontaneo, o più formalmente istituzionalizzato come illustrato dai casi francesi portati ad esempio di sviluppo e/o rivitalizzazione economica basata sui mestieri d arte. Se prendiamo come riferimento tre attori principali (popolazione, politiche e professionisti) l identità locale funziona da elemento federatore intorno a un progetto di sviluppo. Fattori decisivi sono la capacità di rinsaldare, tramite rapporti di cooperazione, l attività artistica-produttiva, alimentare il rapporto con la parte più creativa del lavoro d arte, introdurre nuove linee di prodotti Identità come «lievito» dello sviluppo economico Una buona sintesi delle ipotesi di sviluppo che sottendono l idea di economia identitaria è contenuta in Antomarchi e Taddei (1997). Il volume «Economie et identité: Ecunumia Identitaria» raccoglie la riflessione sull identità condotta dal CESC (Conseil Economique, Social et Culturel de la Corse) e ha come fondamento l idea che l identità dovrebbe essere «il lievito» dell economia, «il motore dello sviluppo». Perché questo possa avvenire è necessaria una sua valorizzazione ai fini della costruzione di un economia identitaria e questo non può che avvenire attraverso l apertura verso l esterno. Nell analisi dell economista il problema è come sostenere lo sviluppo, in altre parole vendere prodotti, senza consegnarsi alla logica della concorrenza internazionale che di fatto vanifichi ogni tentativo di sviluppo autocentrato (Taddei,1997). A questo proposito le regole della nuova concorrenza basate sulla qualità aprono forse nuove possibilità. La concorrenza sulla qualità rende possibile cioè valorizzare i vantaggi specifici. Né si tratta di puntare solo alla produzione nei segmenti alti del mercato, ma piuttosto garantire all interno di ciascun segmento la qualità migliore per lo stesso prezzo. Taddei raccoglie bene il senso generale di un identità aperta all integrazione commerciale con la frase «vendere senza vendersi». Il punto è chiarire l idea di fondo, o perlomeno scartare le concezioni erronee del concetto. Tra queste quella autarchica, il «tout identitaire», che non è possibile, e quella «folkloristica», legata a un settore arcaico e dominato, una riserva come quelle indiane, basato solamente sulle tradizioni e destinato alla subordinazione e all erosione. L identità deve essere invece la condizione di una strategia attraverso cui competere, stare sui mercati internazionali, senza subirne una completa sottomissione. A questo proposito sono importanti due affermazioni: l identitario può essere moderno e il settore identitario coesisterà con un settore internazionalizzato. Ci sarà una zona di autonomia e una di eteronomia. Il punto fondamentale è quello di ampliare l eco- 40

17 D. GUALERZI: DISTRETTI INDUSTRIALI: IDENTITà, SVILUPPO SU BASE TERRITORIALE E ANALISI REGIONALE nomia identitaria e accrescere la sua influenza sulla strategia di sviluppo. La trasformazione della concorrenza internazionale, con l enfasi sulla diversificazione, la qualità, le reti e l ambiente, sono condizioni favorevoli, per la prima volta offrono un opportunità che non era data quando la concorrenza era basata solo sulla produzione di larga scala e sul prezzo. I prodotti identitari sono tali per una specificità, sia dei loro risultati (bisogni che soddisfano), che del modo in cui sono prodotti. Necessitano però di uno sforzo di commercializzazione che è decisivo per il successo nei mercati internazionali. Proprio ragionando sul rapporto tra identità e scienze economiche de Brandt contribuisce a una migliore comprensione di questo aspetto. Partendo dall idea che non vi siano vincoli di domanda nei mercati internazionali (ogni offerta crea la sua domanda), il problema è la scelta dei settori da sviluppare e soprattutto lo sviluppo di nuovi prodotti, evitando così la concorrenza sul prezzo che si applica ai prodotti esistenti. Si tratta quindi di individuare i prodotti per i quali l identità locale può costituire un vantaggio per soddisfare bisogni specifici, all interno delle opportunità offerte dalla nuova concorrenza internazionale, basata sulla differenziazione e la qualità. D altra parte, la questione dell identità va oltre la definizione dei prodotti. Riguarda quel margine che è concesso ai paesi e alle regioni per organizzare in modi diversi il sistema produttivo. Questo sottolinea l importanza dei fattori socio-culturali, quindi la varietà delle economie e delle loro possibilità competitive. In realtà Taddei chiarisce che la questione va oltre la sfera produttiva, per investire l organizzazione della società. Sulla base della vicenda storica della Corsica assume rilevanza il superamento delle vecchie pratiche politiche clientelari, a favore di un rinnovato senso di cittadinanza e di partecipazione, con i suoi effetti sulla rappresentanza politica. L economia identitaria è in primo luogo un ipotesi per l azione, definisce quindi un percorso, all interno del quale emerge la questione della cooperazione tra produttori come chiave dello sviluppo. Una risorsa fondamentale è una dimensione comunitaria, come formula intermedia tra individualismo e logica delle grandi organizzazioni economiche, basata sull identità locale. La sfida è quella di «saper cooperare» e l esempio più vicino è quello dei distretti industriali italiani, un esempio «agli antipodi dell individualismo liberale di tipo anglosassone» (p. 16). Una terza condizione trova la sua realizzazione al di fuori della dimensione locale e riguarda l immagine e la reputazione, la capacità di proporre quella che è veramente l originalità dei luoghi. Per esempio nei riguardi dell offerta turistica. Ma anche in relazione a soluzioni innovative per i servizi alle persone, intese a mantenere per quanto possibile un equilibrata distribuzione territoriale della popolazione e la vitalità dei centri urbani minori. L identità è quindi al centro della riflessione che, al di là della specificità storica della vicenda Corsa, riguarda il divenire delle aree in ritardo di sviluppo, in una prospettiva in cui il territorio viene in soccorso all economia. 41

18 5.5. La regolazione territoriale Proprio a partire dalla centralità del territorio è possibile cogliere il significato più profondo dello sviluppo identitario e tutte le sue implicazioni. Rombaldi (1996) osserva che esso è parte della crescente complessità con cui viene affrontata la questione delle «forme» dello sviluppo economico. Alla sua base sta il superamento dell idea, tipica della teoria economica, che esistano delle leggi universali di sviluppo. La visione «economicista», che accomuna approcci teorici assai diversi, si manifesta nella limitatezza con cui il problema del territorio entra nell analisi anche di chi si è occupato di problemi di polarizzazione spaziale, come Perroux. Tale limitatezza contraddistingue anche l analisi dei distretti, che concentra l attenzione sulle relazioni tra imprese piuttosto che sulla dinamica territoriale, anche se la visione del distretto di Becattini non separa l aspetto economico da quello sociale e già Leborgne e Lipietz (1992) hanno osservato che con il distretto si passa dalla regolazione a livello nazionale a quella a livello locale. Tuttavia, l insistenza sulle relazioni produttive industriali limiterebbe la capacità interpretativa del modello distrettuale e in ultima analisi rivela una continuità con un approccio centrato sulla produzione e non sul territorio 9. Lo sviluppo identitario è un nuovo modo di concepire lo sviluppo e richiede un più radicale cambiamento di approccio analitico. Le sue ideeforza (le risorse naturali e umane locali, la piccola impresa, i prodotti di qualità) sono riferimenti abbastanza comuni, ma il punto fondamentale è prendere in considerazione, attraverso l identità, il territorio in modo adeguato e completo. Cos è quindi il «paradigma dello sviluppo territoriale»? In una frase è la trasposizione a livello locale dello schema concettuale della teoria della regolazione (Boyer, 1986; Aglietta, 1979). Come è noto in questa prospettiva teorica un regime di accumulazione è associato a un modo di regolazione e a «un blocco egemone», concetto ripreso dall idea di «blocco sociale» di Gramsci, in quanto sistema stabile di rapporti di dominazione, alleanza e compromesso tra differenti gruppi sociali. L articolazione del modo di regolazione dipende da questo blocco egemone ed è basata su un dispositivo politico-economico, riconosciuto dalla maggioranza degli attori, che è quindi il risultato di un «compromesso istituzionalizzato». Il modo di regolazione, cioè il compromesso sociale e il sistema istituzionale che garantiscono la stabilità del processo di accumulazione e di riproduzione sociale, deve trovare una dimensione spaziale e tipicamente questa è stata la nazione. Ma proprio la strutturazione a scala globale dell economia sottolinea, secondo Rombaldi, un movimento concomitante di «territorializzazione». Se pure i territori non sono autonomi e la variabile territoriale non è la sola a strutturare lo spazio economico, un modo di 9 «On insiste plus sur les réseaux de coopération et de relation interfirmes que sur la dynamique territoriale à proprement parler», p

19 D. GUALERZI: DISTRETTI INDUSTRIALI: IDENTITà, SVILUPPO SU BASE TERRITORIALE E ANALISI REGIONALE regolazione basato sui territori potrebbe essere favorito dal fatto che una parte dell accumulazione abbia basi locali. Le collettività territoriali potrebbero allora diventare nuove forme istituzionali di regolazione a livello locale, in sintonia con l idea generale che un modo di regolazione deve trovare uno spazio di concretizzazione in un territorio. Questo non fa che esplicitare il fatto che da una parte lo sviluppo, visto nella sua interezza di fenomeno sociale, è un fenomeno territorializzato, in quanto legato alla regolazione locale; dall altra che questa forma di regolazione può essere più efficace di quelle precedenti perché risente dei luoghi dove sono radicate l identità e la solidarietà 10. L identità sta quindi alla base della regolazione locale, cioè del compromesso sociale e delle istituzioni locali, e lo sviluppo identitario non isola e separa l aspetto economico dagli altri, in sintonia con una rivisitazione della teoria dello sviluppo. Questa duplice chiave di lettura enfatizza il ruolo del territorio come base dello sviluppo. Il «paradigma dello sviluppo territoriale», superando una visione economicistica del problema dello sviluppo, offre una strategia alternativa alle aree meno sviluppate in chiave di sviluppo autocentrato Identità e territorio: tre ipotesi Si possono quindi trarre tre ipotesi legate all identità, caratterizzate da un progressivo ampliamento e crescente complessità del significato attribuito al territorio. La prima è piuttosto uno scenario in cui la crescita economica è una specie di risultato minimo della risistemazione dei rapporti sociali e produttivi in chiave di conservazione. Una comunità locale che decidesse di non fare dell aumento del reddito un obiettivo fondamentale e puntasse a forme di lavoro e di scambio non monetizzato, accontentandosi di una modesta crescita dei servizi, potrebbe forse sostenere un ipotesi di preservazione dell identità sulla base di una strategia di conservazione. Quest ipotesi, difficile anche solo da articolare, serve però a portare in luce un idea di identità nettamente diversa da quella contenuta nella letteratura sopra indicata. Anch essa è identitaria, ma nel senso della preservazione dell ambiente naturale e sociale, evoca la realizzazione, per aree con un adeguato profilo geografico e naturalistico, di una sorta di parco per l osservazione e il godimento della vita e produzione locale. Ciò non esclude, come la stessa idea di parco, un processo di trasformazione, ancorché limitato, 10 «jusqu à présent, le développement régional s ets fait à partir d une accumulation extravertie pour la plupart des regions», p «Cela impose donc une rupture avec le cadre de pensée classique beacoup plus fonctionnel et une recherche de mise en valeur des potentialités locales à partir de processus de type endogène. Le dévelopment territorial semble donc la condition indispensable pour aboutir à une èconomie identitaire.... La notion de territoire... doit étre compris...comme l expression organique d un collectif humain chargé d histoire, de culture et des intéréts communs», p

20 come limitata dovrebbe essere la popolazione in questo tipo di economia identitaria. La valorizzazione delle risorse andrebbe vincolata alla preservazione del profilo socio-economico tradizionale e di quello naturale-paesagistico; il meccanismo di formazione del reddito è ristretto alle produzioni locali, tutte strettamente identitarie, con (poche) merci esterne per il sostegno dei residenti e dei visitatori. Più che di turismo si tratterebbe di un economia di ospitalità, in cui il consumo di residenti e visitatori è molto simile e varia poco nel tempo. In quest ipotesi il territorio è rilevante in quanto profilo paesaggistico, risorse naturali e ambiente socio-economico, con le tradizioni che strutturano i rapporti sociali e gli stili di vita. È questa l ipotesi, diremmo, di crescita zero e di preservazione, ancorché imbalsamata, delle tradizioni. Mentre si può ricordare che il declino dell identità locale ha preso spesso la via proprio dello «sviluppo», dell industrializzazione guidata dall esterno, per esempio, ma anche dell utilizzo spregiudicato delle risorse naturali, come può essere il caso del turismo, proprio da quest alternativa intendono distanziarsi le ipotesi che fanno riferimento all identità come fattore coagulante e propulsore dello sviluppo economico. L attenzione si sposta cioè sulla valorizzazione delle risorse e l apertura all esterno. L idea di fondo è che: a) l identità locale difficilmente può essere preservata se non a condizione di aprirla alla problematica economica e quindi farne un aspetto centrale dello sviluppo; b) le tendenze economiche in atto creano le condizioni per fare dell identità, intesa in senso dinamico e evolutivo, la base di uno sviluppo autocentrato. Tali condizioni si basano sia sulle potenzialità di sviluppo sedimentate nei territori, che nel cambiamento dei mercati internazionali, con riferimento alle modifiche della domanda e alla dislocazione internazionale della produzione che, insieme alle tensioni, crea anche opportunità. L accento posto sull alta qualità dei prodotti identitari sottolinea non solo la specificità degli inputs, ma anche del processo produttivo. Il prodotto «contiene» un particolare metodo di produzione, riflette cioè un sistema sociale di produzione e in ultima analisi una società locale e i suoi valori. La produzione identitaria può essere competitiva se riesce in un posizionamento di mercato dove la qualità è il risultato di questa specificità. In quest ipotesi il territorio è fondamentale come sedimentazione di sapere produttivo, ma anche di rapporti sociali e di un portato storico-culturale che fanno della società locale e della sua coesione interna una risorsa per lo sviluppo. Si giunge quindi a tratteggiare l ipotesi dell identità come base per regolazione territoriale. In questo caso l identità opera più esplicitamente come una sorta di risorsa immateriale le cui implicazioni, dal senso di appartenenza, alla condivisione di valori e stili di vita, dalla coesione sociale alla facilitazione della comunicazione, vanno nella direzione di un comune progetto di società. Su quest idea è relativamente semplice vedere l innestarsi di una capacità di mediazione degli interessi e di convergenza degli attori dello sviluppo intorno alla regolazione territoriale. La valorizzazione della coesione locale identitaria ai fini del compromesso sociale è quindi l ipotesi più complessa contenuta nel concetto di identità. In questa 44

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